Tipologia B
4. Il tempo
La
Recherce di Proust, con tutta probabilità una delle più monolitiche
opere dell'uomo dedicate al tempo, si conclude con una specie d'ammissione
di inadeguatezza: il tempo non è raggiungibile, il tempo sfugge
all'uomo. E' la memoria, per Proust, il sito originario del tempo, il
luogo d'elezione dove il tempo si svolge (anzi, s'aggroviglia di continuo
su se stesso, si stratifica, sempre si riorganizza, e arriva addirittura
a involversi). Il tempo in Proust più che a una linea assomiglia
a un ipertesto, strati di passato cronologicamente lontanissimi possono
diventare all'improvviso complanari, semplicementi inzuppando la famosa
maddelana in una tazza di tè. Così pure, all'inverso, certi
attimi del presente possono dilatarsi all'infinito, estendersi e avvolgerci,
come quando ci annoiamo o siamo malati.Una cosa,
del tempo, è sicura: che il tempo passa.
Eppure, ci dice Prust,
certe volte non passa, e certe altre passa a singhiozzi. In più,
ha lo scomodo vizio di ritornare sui suoi passi, di ricalpestare le sue
stesse orme, di scattare all'improvviso in avanti, facendoci ritrovare
all'improvviso vecchi e inermi, come succede al barone di Charlus.D'altra parte
tutta la storia dell'uomo, vista da questa prospettiva, ci sembra una
lunga marcia contro il tempo. "Contro" non nel senso di cambio
di direzione: il tempo e la storia, sulla carta vanno nella stessa direzione:
in avanti, sempre, disperatamente, in avanti.
La storia dell'uomo è contro il tempo nel senso differenziale del
termine. L'uomo ha sempre desiderato incarnare il tempo portandolo al
grado zero. Sollevarsi sul tempo, galleggiarci sopra, insomma neutralizzarlo:
è questa la spinta che anima ogni gesto dell'uomo. Andare contro
il tempo è quello che ci fa vivere e ci ha fatto evolvere. Tanto
più freneticamtne quanto più forte era questa spinta, questo
terrore del tempo. Paradossalmente, il tempo ha sempre spinto l'uomo ad
assecondarlo, sforzandosi di vincerlo: perchè, ovviamente, più
si vive più si è nel tempo.
Tutta la storia del'arte, le
religioni (viste con sguardo feuerbachiano), sono un coro gigantesco che
canta l'oltrepassamento del tempo. Ma nel contempo lo celebra (quale segno
quanto il segno artistico è calato nel tempo, intriso di tempo,
consustanziale ad esso?).Di fatto
l'uomo tanto è terrorizzato dal tempo, quanto a conti fatti ne
ha un bisogno necessario. Al punto che cerca di approppriarsene, di farne
cosa sua. Dice bene Tabucchi quando parla della storia, che è diversa
dal tempo, perchè è un racconto: la storia è il tentativo
dell'uomo di rappezzare un suo proprio tempo in miniatura. Un tempo liofilizzato,
ridotto in date nomi scadenze, che serve a darci l'illusione di un piccolo
intervento nostro sul passare dei secoli. Gli storiografi covano tutti
il desiderio incoffessabile che, scrivendo alla fine del loro manuale
"fine della storia", il tempo nell'universo davvero si fermasse.
Sapendo di combattere una battaglia già persa, non lo fanno: così
quando noi leggiamo l'ultima data dell'ultima pagina del manuale restiamo
con l'amaro in bocca, e non sappiamo spiegarcelo. E' che ci sorprende,
in realtà, che il tempo, anche chiuso il libro, continui a esistere,
non si sia fermato con quell'ultima data.Del resto,
che succederebbe se il tempo davvero si fermasse?
Un religioso si aspetterebbe senz'altro Dio o qualcosa di simile (Camilleri
cita giustamente Sant'Agostino, per il quale "il tempo scorre solo
per noi". Fuori dal tempo l'essere è parmenideo: circolare,
concluso, perfetto, percui divino).
Qualcun'altro immaginrebbe uno stato di sinergia completa e totale con
tutti gli uomini e tutte le cose. Una specie di stato di compresenza di
tutte le idee, una quescienza cosmica, dove l'uomo è in contatto
con tutti e con tutto. E anzi, l'uomo smette di esistere, e diventa all'istante
(ma non ci sono più istanti, è così da sempre) tutto
quello che conosce, cioè diventa tutto. E' l'Urlich musiliano (ma
anche i personaggi trasognati e inconsapevoli delle sue opere giovanili).
Altri ancora potrebbero pensare all'esistenza fuori dal tempo come, semplicemente,
il congelamento eterno dell'eterna partita che vede il tempo, di era in
era, sempre vincitore. Una specie di fermo immagine del
Settimo sigillo:
con la morte perenemmente immobile, bianca e vuota in faccia, che aspetta.
E dall'altra parte della scacchiera, l'uomo dubbioso, fermato fino all'infinito
nell'atto di scegliere il pezzo che va mosso.
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