Con la vittoria dei federali il paese poté essere pienamente unificato. Contrariamente alla linea politica di Lincoln, che avrebbe voluto attuare un piano di riconciliazione nazionale, il Congresso impose al successore, Andrew Johnson, un progetto definito di "ricostruzione" che in realtà instaurò negli stati del Sud un regime di occupazione militare. La piaga della disoccupazione colpì oltre 3 milioni e mezzo di neri liberati, mentre la produzione cotoniera calò vistosamente. In un clima tutt'altro che pacificato i settori oltranzisti si organizzarono in gruppi clandestini, tra cui il Ku Klux Klan, che cominciarono a praticare forme di terrorismo e atti di violenza contro la popolazione nera.
Le forze capitalistiche trassero grande vantaggio dalla ricostruzione postbellica, che favorì il pieno sviluppo dell'economia industriale e l'espansione dei capitali dell'Est a tutto il territorio americano. In mezzo secolo gli Stati Uniti passarono al primo posto nella graduatoria mondiale della produzione industriale. Assunsero una posizione dominante le concentrazioni industriali e finanziarie (corporations), nonché i grandi imperi economici (trusts) collegati alle dinastie di capitalisti, come i Rockefeller, i Carnegie, i Morgan, gli Harriman.
Le ferrovie, organizzando il più grande mercato nazionale del mondo, servirono a commercializzare la produzione agricola dell'Ovest e a portare nelle campagne gli interessi e la mentalità dei capitalisti dell'Est. Decisiva risultò la costruzione, in soli sette anni, della prima linea transcontinentale americana che, partendo da Omaha nel Missouri, raggiungeva San Francisco, sul Pacifico. Grazie al treno le grandi pianure dell'Ovest si trasformarono da terra di allevatori in terra di contadini stabili, perché le potenzialità di crescita dell'agricoltura vennero incrementate dalla possibilità di fare arrivare in tempo breve le derrate alimentari dai luoghi di produzione a quelli di consumo.
La nuova fase di sviluppo economico fu alimentata da un'ulteriore progressione nella crescita demografica, favorita anche dalla crisi economica in cui versava l'Europa. Oltre dieci milioni di persone si trasferirono dall'Inghilterra, dall'Irlanda e dalla Germania. Una successiva corrente migratoria riversò, tra il 1890 e il 1914, negli Stati Uniti circa 16 milioni di scandinavi, di ebrei, di polacchi, di russi e di italiani, oltre a 4 milioni di asiatici. Fu allora che gli Stati Uniti confermarono la loro peculiarità storica, quella di rappresentare un crogiolo di etnie e di razze (il melting pot), un'autentica nazione di nazioni. Il tasso di incremento demografico toccò il livello record del 171% (dai 32 milioni di abitanti del 1860 ai 92 milioni del 1910), sostenuto certo dall'immigrazione, ma ancora di più dagli elevati indici di natalità.
Introduzione
Le origini e l'insediamento coloniale
La guerra d'Indipendenza
La Costituzione
Sviluppo economico e territoriale
Lotte sociali e politica estera
Roosevelt e Wilson
La crisi del 1929 e il New Deal
La seconda guerra mondiale e il piano Marshall
La guerra fredda
... fino a Clinton