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Il Sionismo: l'impossibile convivenza

Ultima parte dell'approfondimento a cura di Studenti.it sulla questione del Sionismo

di Carlotta Ricci 5 ottobre 2007
Il susseguirsi delle ondate di immigrazione, l’aggressività con cui il gruppo dirigente sionista perseguiva i suoi obiettivi (attentati e massacri sia contro gli inglesi che contro gli arabi) e, d'altra parte, la reazione del movimento nazionale palestinese, avevano creato, già alla vigilia della seconda guerra mondiale, una conflittualità talmente aspra da compromettere ogni prospettiva di convivenza.

La proposta britannica, avanzata nel 1937, per una spartizione del territorio in due Stati fu respinta da entrambe le parti contendenti. Nel maggio del '42, la conferenza sionista di New York approvava il "programma del Biltmore", con la richiesta di uno Stato ebraico sull’intero territorio palestinese. All’interno del sionismo si erano delineate, in realtà, due "anime" e due correnti: una, maggioritaria, con David Ben Gurion come suo massimo esponente, socialisteggiante, consapevole dell'importanza decisiva che l'esistenza di un vasto consenso internazionale ai suoi obiettivi assumeva per la loro realizzazione, e quindi pragmatica nel definirli e gradualista; un'altra, minoritaria, politicamente a destra o all'estrema destra, intransigente nella rivendicazione dell’intera Palestina di prima del mandato britannico, compresa la parte a Est del Giordano, e legata al mito della "conquista" e alla pratica del terrorismo, nonché a una visione antagonistica del rapporto con la comunità mondiale; i maggiori esponenti di questa tendenza erano Menachem Begin e Itzhak Shamir.

La maggioranza avrebbe scelto, cinque anni dopo il Biltmore, il compromesso territoriale, come prezzo per la realizzazione dello Stato, e avrebbe governato quest'ultimo nel suo primo ventennio e oltre. L’opposizione avrebbe avuto la sua rivincita negli anni Settanta. Il movimento del sionismo ha portato alla creazione e allo sviluppo di diverse associazioni nei diversi stati dove forte è la presenza degli ebrei. Così in Italia si può riscontrare la presenza della federazione Sionistica Italiana (FSI).

Il sionismo considerava gli ebrei degli esuli e organizzò il "rimpatrio" da tutti gli angoli della terra. Agli inizi di questo secolo vivevano in Palestina mezzo milione di arabi e 50.000 ebrei, che salirono a 300.000 nel decennio 1930-1940. La persecuzione antisemita nella Germania nazista fece aumentare l’immigrazione al di sopra delle "quote" permesse dalla legge. Gli inglesi si allarmarono perché videro insidiata la propria egemonia in Palestina.
Nel 1939 Londra dichiarò che il suo obiettivo non era di fondare uno stato ebraico, bensì uno stato palestinese indipendente "in cui entrambi i popoli prendessero parte al governo" mediante raccolte di fondi tra gli ebrei di tutto il mondo - dai banchieri alle masse affamate - i sionisti acquistarono terre arabe dai ricchi proprietari che vivevano a Beirut o a Parigi, ai quali poco importava la sorte dei propri affittuari, i fellahin (contadini) palestinesi.

Da allora gli ebrei arrivarono con titoli di proprietà, scacciarono le famiglie contadine e instaurarono colonie agricole (i kibbutzim), difese militarmente da milizie sioniste contro un ambiente che consideravano, a ragione, ostile agli intrusi. Davanti all’intensificazione degli attacchi anti-britannici, Londra sottopose il problema palestinese alle Nazioni Unite, nel febbraio del 1947. Un Comitato speciale raccomandò la ripartizione del territorio in due stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico. Gerusalemme avrebbe dovuto restare sotto l’autorità internazionale.
Distinguere tra il movimento sionista e lo stato di Israele, da esso creato, da un lato, e la maggioranza degli ebrei che hanno scelto, anche dopo la nascita di quello stato di restare in altri paesi dei cinque continenti dove hanno sempre vissuto, dall’altro, è divenuto tanto più importante nel momento in cui la politica di aperta e brutale sopraffazione condotta da Israele contro i palestinesi, in nome di una visione distorta dell’ebraismo, rischia di alimentare nel resto del mondo, insieme con una legittima condanna, fenomeni di antisemitismo.

A mezzo secolo di distanza, la Shoà rischia di diventare una semplice pagina di storia, rievocata da qualche sopravvissuto.
Per tutto questo tempo, e non poteva essere altrimenti, percepire e trasmettere la Shoà ha voluto dire prima di tutto ricostruire e ricordare sei milioni di tragedie individuali. Ecco perché è importante che in ogni paese si affermi un principio: ciò che fu rubato con la violenza deve essere restituito.
Non si tratta di discutere le cifre. Si tratta di affermare un principio di giustizia e di verità. Se nel mercato mondiale oggi circolano lingotti d'oro, che furono prodotti dalla fusione degli anelli nuziali delle vittime del genocidio, il mondo lo deve sapere.
"Il mondo, ha concluso Puder, deve capire e ricordare che il genocidio non fu solo il tentativo di distruggere fisicamente la vita di milioni di individui, ma anche il tentativo di distruggere un intero popolo culturalmente ed economicamente.
A noi spetta il compito di reclamare che l'oro delle vittime torni alle vittime, per far ricordare che esse non furono solo massacrate, ma anche spogliate e cancellate.
Anche questo è un modo di essere sionisti".


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