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Renzo De Felice e il revisionismo storico

Il revisionismo storico nell'analisi di Renzo De Felice. Le risorse utili di Studenti.it per la Maturità

di Marco Borraccino 26 novembre 2007
La ricerca storica di Renzo De Felice catalizza da quasi trent'anni l'attenzione dei mass-media e degli studiosi del ventennio per la sua originalità e spregiudicatezza. Il candidato esponga le novità dell'interpretazione "defeliciana" della dittatura fascista e il dibattito storiografico da esse scaturito. L'appellativo "revisionista", che ha marchiato Renzo De Felice e i suoi allievi, ha un'origine lontana, imprevedibile e per nulla accademica: era l'insulto che Lenin aveva riservato a Edward Bernstein, socialdemocratico tedesco di fine '800 reo di voler "correggere" la dottrina marxista alla luce delle ultime tendenze del capitalismo, contrapponendo la via riformista alla rivoluzione bolscevica. Oggi, nel linguaggio comune, revisionisti sono tutti coloro i quali da cattedre universitarie o spazi culturali dei media intendono smontare pezzo per pezzo i "miti" della storiografia tradizionale, dagli eroi risorgimentali alla Resistenza di popolo passando, naturalmente, per la dittatura mussoliniana.

E' ragionevole supporre che la finalità di De Felice non sia stata la nascita di una battaglia culturale di tali dimensioni, bensì una ricerca storica sostenuta da metodi scientifici e priva di giudizi di valore. A prescindere dalle proprie inclinazioni culturali, a cinque anni dalla scomparsa di Renzo De Felice le ipotesi della storiografia "revisionista" sono un confronto irrinunciabile per ricercatori, studenti e appassionati di storia.

Il riferimento professionale dello storico in questione è stato Marc Bloch, esponente della scuola francese delle "Annales" fucilato nel 1944 dai nazisti. Nel volume "Apologia della storia (o mestiere di storico)" lo studioso d'oltralpe indicava alcuni canoni irrinunciabili per chi voglia indagare il passato senza incorrere in errori che comprometterebbero l'autenticità dei risultati raggiunti. E' fondamentale, secondo Bloch, il ricorso a documentazioni disperse e variegate che consentano una visione più ampia rispetto a quella data dalla storia politica; altrettanta attenzione viene data all'atteggiamento depoliticizzato e deideologizzato che deve animare lo storico di professione, il cui fine è comprendere il passato, non giudicarlo. Come vedremo, De Felice ha fatto proprie le indicazioni di Bloch.

L'indagine di De Felice si concentrò sulle vicende del ventennio fascista: la personalità di Mussolini, lo stato fascista, il movimento fascista e i ceti che ad esso diedero vita nel 1° dopoguerra, il consenso al regime, l'ideologia fascista e le sue differenze dal nazismo. Il primo punto di scontro fu la genesi del fascismo.

Gli storici liberali considerarono il fascismo una "parentesi" della storia italiana, separata da ciò che avviene prima e dopo; l'avvento di Mussolini fu solo frutto dell'incapacità delle classi dirigenti liberali di rispondere alle istanze di partecipazione delle classi medie e popolari. La storiografia marxista interpretò il fascismo come fenomeno di classe, una forma di dominio delle forze capitaliste che, nate nell'ambito del movimento comunista, finì per divenire egemone; anche la Terza Internazionale vide nel fascismo uno strumento al servizio del grande capitale. Coloro che diedero vita al fascismo provennero dunque da ceti medi in crisi di rappresentanza presso le istituzioni politiche, preoccupati dall'incombente pericolo rosso.

La novità dell'interpretazione defeliciana fu l'attribuzione della nascita del fascismo a ceti medi emergenti, di recente promozione sociale. De Felice aveva consultato gli archivi anagrafici scoprendo che i quadri del regime provenivano da famiglie che nelle generazioni precedenti erano occupate negli impieghi più umili. Il regime, quindi, era nato sullo stimolo di questo strato sociale. Le tesi di De Felice si presentarono come innovative anche riguardo alla questione del consenso di cui aveva goduto il regime. De Felice descrisse un regime dittatoriale che aveva mostrato aspetti modernizzatori nell'economia e nella società, nonché la presenza di "senso delle Stato" e di doveri civili. Mentre la storiografia tradizionale affermò che il fascismo era stato privo di un reale consenso e aveva fondato il suo potere su strumenti coercitivi e polizieschi, De Felice, in conformità a risorse d'archivio inutilizzate giunse a concludere che il fascismo avesse vantato una vasta adesione popolare per tutti gli anni'30 fino addirittura all'inizio del'43, quando il conflitto mondiale condannò ormai l'Italia alla sconfitta.

In anni recenti Nicola Tranfaglia, storico di sinistra, pur ammettendo di aver rivalutato il fattore del consenso grazie alla ricerca di De Felice, preferisce tuttavia definirlo "appoggio di massa" o "rassegnazione popolare", giacché senza la tessera di partito non era possibile condurre una vita lavorativa regolare e il regime faceva ampio ricorso all'"ammonizione" o al "confino" per impedire ogni tentativo di ribellione allo status quo.

>> De Felice e il revisionismo - II parte >>
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