Seneca alla seconda prova del Liceo Classico

Versione latina e traduzione del brano di Seneca assegnato ai maturandi del Liceo Classico per la seconda prova: il brano è tratto da Lettere a Lucilio

di Barbara Leone 23 giugno 2011
Alla seconda prova dell'esame di Maturità 2011 per il Liceo Classico è stato scelto un brano di Seneca (autore atteso da molti studenti), tratto da Lettere a Lucilio, LXXIV, Par. 10/13.

Ecco il testo in latino della versione:
[10] Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. [11] Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. [12] Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. [13] Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

E la traduzione:
Chiunque voglia essere felice, si convinca che l’unico bene è ciò che è virtuoso; infatti se pensa che ce ne sia qualche altro, prima di tutto giudica male in merito alla provvidenza, perché agli uomini onesti capitano molte disgrazie e perché qualunque cosa ci ha concesso è insignificante e di breve durata se la paragoni all’età dell’universo. Da questa insoddisfazione deriva che non manifestiamo gratitudine per i benefici divini: ci lamentiamo che non ci capitino sempre, che siano scarsi, incerti e caduchi. Ne deriva che non vogliamo vivere, né morire: noi odiamo la vita, temiamo la morte. Ogni nostro progetto è incerto e non siamo mai pienamente felici. Ma il motivo è che non siamo arrivati a quel bene immenso e insuperabile dove la nostra volontà necessariamente si arresta perché oltre la vetta non c’è niente. Chiedi perché la virtù non provi nessun bisogno? Gode di quello che ha, non desidera quello che le manca, per essa è grande quanto basta. Allontanati da questo criterio: verranno a mancare il sentimento religioso, la lealtà, infatti da chi vuole mantenere entrambi, devono essere sopportati molti di quelli che sono definiti mali, devono essere tralasciate molte cose di cui ci compiacciamo come se fossero beni. Scompare la forza d’animo, che deve mettere se stessa alla prova; scompare la magnanimità, che non può emergere se non disprezza come cose di poco conto tutti quei beni che la moltitudine desidera e tiene nella massima considerazione; scompaiono la riconoscenza e i rapporti di gratitudine, se temiamo la fatica, se pensiamo che ci sia qualcosa di più prezioso della lealtà, se non aspiriamo al meglio.
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