Saddam Hussein era salito al potere in Iraq nel
1968 con un colpo di stato; nel corso dei successivi
dieci anni Saddam Hussein ha
represso in modo feroce qualsiasi tipo di opposizione alla sua dittatura personale: la ribellione kurda del 1974, i comunisti di tutte le tendenze, anche frazioni del proprio stesso partito (il
Partito della resurrezione araba socialista - Baath), sono stati tutti annegati nel sangue. L'irresistibile ascesa di Saddam Hussein è culminata nel
1980 con la concentrazione di
tutti i poteri nelle sue mani, e da allora è iniziato un
culto ufficiale della sua personalità. La dittatura di Saddam Hussein si basa su una
burocrazia borghese civile, militare e poliziesca, a cerchi concentrici, largamente determinati dall'
appartenenza alla famiglia, al clan o alla provincia (Takrit) del tiranno. I privilegi di questa burocrazia sono assicurati dalla
rendita petrolifera dello stato iracheno.
Nel settembre
1980, l'Iraq attacca l'Iran, dove l'anno precedente una vittoriosa rivoluzione era riuscita a cacciare il regime dello Scià: l'obiettivo iracheno era di
appropriarsi dei campi petroliferi dell'Arabistan iraniano (la principale regione petrolifera iraniana) ed affermarsi così come potenza regionale dominante. La guerra dura più di otto anni, e dalla sola parte irachena i morti sono 300.000. A queste vittime devono essere aggiunti almeno
100.000 kurdi (alcune fonti kurde arrivano alla cifra di 180.000 vittime) massacrati dall'esercito nel nord dell'Iraq dal 1987 al 1989 con largo uso di armi chimiche, che portò alla
distruzione della maggioranza dei villaggi del kurdistan iracheno (il caso-simbolo di questa repressione, grazie alla disponibilità di documenti fotografici, è stato
lo sterminio il 16 marzo 1988 di tutti gli abitanti del villaggio di Halabdja, circa 5.000 persone, con iprite e gas sarin, mentre i sopravvissuti vennero spianati con i bulldozer). Il cessate il fuoco con l'Iran venne firmato nel 1988, senza che la frontiera esistente prima del conflitto fosse modificata.
Le distruzioni materiali provocate dalla guerra con l'Iran furono enormi (stimate a 150 miliardi di dollari), e Baghdad uscì dalla guerra con un
indebitamento di 60 miliardi di dollari, oltre a ritrovarsi con un esercito totalmente sproporzionato rispetto alle dimensioni (un milione di persone mobilitate) che può mantenere.
E' in questa situazione che matura la decisione di
occupare il Kuwait (uno stato artificiale creato dall'imperialismo britannico delineando un confine attorno ai pozzi petroliferi, proprietà personale dell'emiro e della sua famiglia, dove nessun minimo diritto democratico era garantito):
un'occupazione permanente e l'annessione del Kuwait all'Iraq avrebbe risolto tutti i suoi problemi finanziari grazie alla rendita petrolifera aggiuntiva, mentre un accordo di mediazione (in cambio del ritiro dal Kuwait) avrebbe comunque portato risorse aggiuntive.
Baghdad non si aspettava una reazione statunitense e internazionale così determinata e inflessibile (numerosi altri casi simili nel passato non avevano provocato reazioni significative a livello internazionale, per Israele, per l'Iran, il Marocco, la Turchia, l'Indonesia, ecc.) contando piuttosto che la fine della guerra fredda avrebbe consentito un maggior margine di manovra rispetto al passato per un paese come il suo, lasciando comunque spazi per mediazioni vantaggiose. Una volta resosi conto che così non era, il regime di Saddam Hussein non poté ritirarsi senza passare attraverso
la guerra del 16 gennaio - 28 febbraio 1991 -
la prima guerra del Golfo - (il cui esito, vista la sproporzione nel numero delle vittime, era scontato), in quanto la legittimazione del suo regime ne sarebbe uscita a pezzi.
Dall'antichità fino alla Prima Guerra mondiale / La caduta dell'Impero Ottomano
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I nazionalisti al potere: l'ascesa di Saddam Hussein
I nazionalisti al potere: l'ascesa di Saddam Hussein [II parte]
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