L'ideologia fascista inquadrava le donne in una
visione gerarchica del rapporto fra i sessi, dovuta all’enfatizzato
culto della virilità, proprio della mentalità fascista.
Il regime promosse nuove misure concernenti i rapporti fra i sessi e i rapporti generazionali: è così cambiata l'intera struttura dei
rapporti familiari. La famiglia era incoraggiata ad essere prolifica (secondo una precisa politica di
incremento demografico) e ad essere collegata organicamente allo stato. Il nucleo familiare diviene così la
cellula fondamentale dello stato fascista, e ciò fu reso esplicito nel
Codice Civile del '42 in cui il giurista Rocco definisce la famiglia" un'istituzione sociale e politica ". La reale conseguenza di questa politica non fu però l'aumento delle nascite, che già dagli inizi del' 900 era in costante diminuzione, bensì la nascita di una particolare struttura e concezione della famiglia, che consisteva in " un
nuovo patriarcato delle classi urbane ". Questo nuovo modello di famiglia presupponeva un marito lavoratore dipendente, il cui salario era integrato dagli aiuti dello stato accentratore e del
lavoro casalingo della moglie.
Incubo di quegli anni era la figura della
donna spendacciona, irresponsabile o magari sterile (e quindi non in grado di assecondare la politica di crescita demografica). La mentalità fascista, dunque, non innovò quei
vecchi "topoi" culturali, tipici del mondo contadino, (per questo la donna bella è " a rischio " poiché fragile e inadatta sia al lavoro sia alla riproduzione), ma anzi li usò per porre le basi ad un modello di famiglia che continuò ben oltre il fascismo stesso. Basti pensare che solo nel'75 si arrivò a considerare reato lo stupro o l'incesto.
Seguendo questa politica lo stato fascista cercò di
eliminare tutte quelle attività che potessero distrarre le donne dallo sposarsi presto a dall'avere tanti bambini, tra cui la
scuola e l'
istruzione. La signora Pesce, donna della resistenza antifascista, ci ricorda come le bambine per andare alle scuole medie dovessero pagare una tassa doppia a quella dei bambini. Quelle poche donne attive all'interno del movimento fascista costituivano quindi motivo di imbarazzo, problema da tenere sotto controllo, affinché non costituissero un modello di devianza dalla normalità della donna
regina del focolare.
Furono accettate solamente le organizzazioni femminili di matrice cattolica, poiché con il
Concordato del'29 la Chiesa aveva dato il suo sostegno e rafforzamento a un "modello di famiglia unita e fondata su un sistema di potere asimmetrico fra i sessi e le generazioni", modello che presupponeva una
donna rassegnata, con spirito di sacrificio e umiltà, e che durò molto più a lungo dello stesso regime. Con la caduta del regime e con l'inizio della
Resistenza il ruolo della donna ha incominciato a cambiare.
Come ricorda la signora Pesce, però, il ruolo della donna nella resistenza non è mai stato studiato con sufficiente serietà: la donna della resistenza è sempre stata considerata come conseguenza dell'uomo della resistenza, quando invece molte donne fecero questa
scelta radicale da sole, senza essere in qualche modo influenzate dalla scelta dei mariti o dei figli. Anche il loro ruolo nella famiglia cambiò molto: la donna della resistenza era
lavoratrice e autonoma. Non per questo però bisogna dimenticare che nella maggioranza dei casi il modello della famiglia fascista e cattolico persistette ancora per molto tempo.
chicca storica
LE DISCRIMINAZIONI NEI CONFRONTI DELLE DONNE
L’Italia del 1938. L’Italia delle leggi razziali.Per una strana ironia della sorte, porta la stessa data anche il Decreto legge che disciplina la presenza delle donne all’interno degli uffici pubblici e privati (il n.1514). Il personale femminile non deve superare il 10 per cento degli occupati. Le impiegate in eccedenza rispetto alla quota consentita verranno poste in pensionamento anticipato o licenziate.Durante il fascismo le aspirazioni occupazionali delle donne trovano progressivi sbarramenti. Si creano immagini stereotipate della donna, dalla mondina alla segretaria, legate all’impossibilità materiale di seguire percorsi differenti rispetto a quelli strettamente consentiti dalla legge. La strada è segnata da passaggi stabiliti: dalla creazione di scuole per sole donne fino alla tassonomia delle professioni più “consone” al genere femminile. Tanto che “è un dato di fatto che il lavoro stesso costituisce per la donna non una meta bensì una tappa della sua vita, da risolversi prima possibile con il rientro nell’ambiente domestico” (Primo convegno nazionale del lavoro femminile commerciale, 1940).