La Sorbonne e la contestazione in Francia

Anno di contestazioni studentesche, stravolgimenti sociali, lotte armate e ideologie politiche, il 1968 è stato l'anno in cui i movimenti di massa hanno fatto sentire maggiormente il proprio valore e la propria voce. Terza parte dell'approfondimento di Studenti.it

di Redazione Studenti 2 ottobre 2007
Il Sessantotto, s'è detto, non fu un fenomeno solo italiano, ma di dimensioni mondiali. All'episodio di Roma seguirono le manifestazioni in Francia, in Germania, in Giappone, addirittura a Città del Messico. Quest'ultima si concluse tragicamente: il 3 ottobre in piazza delle Tre Culture, la polizia aprì il fuoco sugli studenti, trecento dei quali persero la vita.
La contestazione non risparmiò la Spagna, dove fu dichiarato lo stato d'emergenza. Ovunque, la protesta fu dettata dagli stessi motivi che animarono gli studenti italiani: istituzioni inadeguate, atenei che non favorivano la partecipazione dei giovani alla vita universitaria, professori "baronali". Ma veniamo alla Francia, dove - a differenza di quanto accadde in Italia - la ribellione assunse connotati smaccatamente politici, favoriti dall'appoggio del il movimento operaio.

Il primo focolaio fu acceso il 22 marzo alla Sorbonne da gruppi di studenti di sinistra, capeggiati dall'anarchico tedesco Daniel Cohn-Bendit: l'iniziativa, però, fu disprezzata anche dal capo del Partito comunista francese, George Marchais, che considerava quei ragazzi "...figli di grandi borghesi che metteranno presto a riposo la loro fiamma rivoluzionaria per andare a dirigere l'impresa di papà e sfruttare i lavoratori" (in termini analoghi Pier Paolo Pasolini aveva giudicato i ribelli di "Valle Giulia").
Ma la base elettorale del Pcf non la pensava come il suo leader e il 13 maggio si unì agli studenti - già protagonisti di due precedenti manifestazioni, il 5 e il 7 dello stesso mese - in un corteo che portò nelle strade di Parigi centinaia di migliaia di persone. Le due categorie sfilarono insieme, ma alla fine della giornata vennero alle mani poiché gli studenti si rifiutarono di sciogliere gli assembramenti per occupare la Sorbonne. Ma si trattò di una scaramuccia di poco conto. All'occupazione dell'università seguì, da parte degli operai, una serie di scioperi che paralizzò il paese, piombato d'improvviso nell'anarchia.

Il presidente De Gaulle, quindi, pronunciò dagli schermi della televisione un discorso con il quale sottoponeva il suo mandato al giudizio dei francesi, che tramite referendum avrebbero dovuto negargli o confermargli la fiducia. Nella seconda ipotesi, egli si sarebbe impegnato "...con i pubblici poteri... a cambiare ovunque sia necessario le vecchie, scadute e inadatte strutture e ad aprire una via più ampia per il sangue giovane di Francia".
Il popolo non recepì, e la protesta andò avanti sino a portare alle dimissioni del Ministro dell'Educazione. Giocando d'azzardo, De Gaulle sciolse l'Assemblea nazionale e indisse le elezioni politiche per la fine di Giugno. Si aprì uno scontro violento tra i gollisti - che paventavano l'instaurazione di un "comunismo totalitario" - e la gauche, che per bocca di Françoise Mitterrand sentiva nella voce del presidente "quella della dittatura". Tra i due "totalitarismi" vinse il primo, conquistando 358 seggi su 485. Fu la prima espressione di una forza sotterranea che poi prese il nome di "maggioranza silenziosa". La protesta di studenti e operai si esaurì subito dopo. L'esempio francese fece scuola e anche nel nostro Paese si ebbero le prime forme di collaborazione tra chi studiava e chi lavorava. Ma per vedere il primo corteo unificato bisognerà attendere il 3 luglio del '69 a Torino, quando accanto agli operai che chiedevano affitti meno onerosi sfilarono studenti che gridavano "Vogliamo tutto". Non fu quella, però, la prima apparizione in piazza delle tute blu. Già l'anno precedente, nelle province di Treviso e di Siracusa, si era assistito a scontri tra operai e forze dell'ordine. Il primo episodio si verificò a Valdagno: quattromila dipendenti dell'industria tessile Marzotto - protestando contro il rischio di licenziamenti - attraversarono il paese e abbatterono la statua del fondatore dell'industria per la quale lavoravano. Alla fine, l'intervento della polizia portò a quarantadue arresti.
Nel profondo sud, ad Avola, accadde il secondo episodio. Il 3 dicembre, diecimila braccianti protestarono chiedendo il rispetto, da parte degli imprenditori agricoli, dei contratti collettivi. In quell'occasione, le forze dell'ordine usarono le maniere forti, e spararono sulla folla causando la morte di due persone. Con gli operai, quindi, i metodi furono più duri che con i giovani, e questo può far pensare al perpetuarsi della tradizionale risposta che veniva data - soprattutto negli anni Cinquanta - alle rivendicazioni dei lavoratori. Ma non è nostro compito indagare sulle ragioni sociologiche. Certo, i fatti di Valdagno e di Avola contribuirono a riscaldare un clima già reso incandescente da altre iniziative prese dagli studenti, tra le quali primeggia l'assalto al "Corriere della Sera" (7 Giugno '68, 11 arresti e 250 fermi). Il '68 si chiuse con una punta di goliardia. In occasione della "prima" al Teatro alla Scala, il movimento studentesco guidato da Mario Capanna si presentò davanti al tempio della lirica armato di uova e ortaggi, che furono scagliati contro i "borghesi" che si apprestavano a partecipare alla più mondana delle serate milanesi. Venti giorni più tardi, a Viareggio, un tentativo simile finì invece in tragedia.

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