Maturità 2013: Analisi e commento di un testo letterario, gli svolgimenti

Di Valeria Roscioni.

Claudio Magris esce alla prima prova: ecco i consigli per svolgere il tema su di lui

Prima prova maturità 2013, Claudio Magris, scrittore contemporaneo e germanista, fa il suo esordio nel primo giorno dell'esame di Stato 2013. Ecco come svolgere l'analisi del testo sulla prefazione de "l'Infinito Viaggiare".

TEMI MATURITA' 2013

Il Novecento, ricordato, non a caso, come il Secolo Breve, porta con sé molte vicende drammatiche, scomode e rimaste, spesso e per molto tempo, sconosciute ai più. Si sono alternati regimi, poteri, dittature e grandi coalizioni. Le conseguenze più evidenti di tali giochi politici sono state le divisioni geografiche inflitte a popoli pur uniti, storicamente, da lingua, cultura, tradizione. Neanche l'Italia è rimasta scevra da tali, tristi, dinamiche.

Claudio Magris, scrittore e germanista, nonché senatore italiano nella XII legislatura, ha voluto ricordare, nel suo “L'infinito viaggiare”, la triste pagina delle divisioni incorse nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, nel secolo appena terminato.Sin dal titolo dell'opera si capisce che l'autore è voluto andare ben oltre il ripasso storico e l'opinione politica per soffermarsi, invece, in una visione più intimistica della vicenda. Nello specifico, si tratta di di un breve collage di ricordi, flashback e appunti di viaggio raccolti tra il 1981 al 2004.

Nel testo le “frontiere” vengono paragonate, tramite un'alta poeticità, ad un corpo umano fatto di vita e di sofferenza, ma anche di flessibilità, provvisorietà e morte. Le frontiere non sono un'entità immutabile, ma sono in continua evoluzione: sono creabili e rinnovabili come l'esperienza umana, come un instancabile viaggio. Il viaggiare oltre-confine, ci dice Magris, significa “scoprire di essere sempre pure dall’altra parte” e che non ci sono “sacrifici di sangue” che reggano o che giustifichino un nostro sentirci etnicamente migliori. La barriera più difficile da abbattere è quella della mente, è capire che ogni differenza, che sia politica, linguistica, sociale, culturale o psicologica, non è altro che un colore in più nella bellezza variegata del viaggiare, dello scoprire.

Magris fa un discorso riconducibile a più momenti, un discorso storicamente ampio che si innalza a lezione di vita, ma il riferimento alle popolazioni della Venezia Giulia e della Dalmazia è chiaro. Non manca, a tal proposito, neanche, di citare Marisa Madieri. La nota scrittrice, infatti, fu protagonista di una triste vicenda familiare che la vide, esule dall'Istria, costretta a stabilirsi a Trieste vivendo in condizioni, non di certo, piacevoli. Nell'opera Verde Acqua ripercorre il suo passato che, beffardo, la vide perseguitata dal popolo slavo al quale ella stessa, per metà, apparteneva. Tale vicenda personale viene utilizzata per testimoniare l'assurdità delle guerre etniche che non sono nulla di più che squallide faide familiari in cui da falsi beniamini di un cognome ci si trasforma in assassini dei propri fratelli.

In “L'infinito viaggiare”, Magris, tramite dei flashback torna bambino e ricorda, quando, stupito si vedeva costretto a non dover oltrepassare un confine immaginario la cui autenticità era testimoniata, unicamente, dalla decisione delle dittature dell'epoca. Nel dopo-guerra, infatti, quella che, comunemente, viene definita come Cortina di Ferro divideva l'est filo-sovietico dall'ovest liberale e con riferimenti agli Stati Uniti. Il Magris bambino, con più lucidità degli adulti, si domanda come mai a quei territori a lui, da sempre, ben noti gli sia, all'improvviso, stato negato l'accesso. Scrive: “Dietro quella frontiera c’erano insieme l’ignoto e il noto”. I territori italiani annessi alla Jugoslavia con il termine della guerra, infatti, si erano, improvvisamente, circondati di un mistero che a lui non era dato di capire. Una nuova storia li stava attraversando e conclude che quando gli fu dato di tornare fu al contempo un viaggio nel passato e nel futuro: il noto e l'ignoto si erano fusi insieme.

All'inizio del 900 molte invenzioni e scoperte cambiano il modo di percepire le distanze: viaggiare diventa tanto più facile e veloce. La letteratura tende a disinteressarsi sempre più del viaggio in quanto avventura esteriore, azione, effettiva esperienza. Il tema del viaggio assume invece (ancora più che in passato) il valore simbolico della ricerca di se stessi, dei meccanismi psichici, dei ricordi, delle emozioni, dei percorsi della coscienza. Per questo lo spostamento materiale diviene spesso effimero, minimo o insignificante: in Gita al Faro di Viriginia Woolf il viaggio è ridotto ad un'escursione in barca nella cui realizzazione si condensano tutti i conflitti, le contraddizioni, le solitudini e i desideri dei vari personaggi.

2.1 Claudio Magris in “L'infinito viaggiare” usa un linguaggio molto semplice e fruibile. Il suo è un messaggio da divulgare che non vuole e non ha motivo di essere criptico. La sua vicenda personale, infatti, si riallaccia ad un avvenimento storico del quale il Magris vuole farsi messaggero.
Per essere il più incisivo possibile fa ricorso alla figura retorica della metafora. Nella prima parte del testo, infatti, paragona la “frontiera” ad un “corpo umano” con tutte le sofferenze e le gioie che presuppone e, subito dopo, ai “viaggiatori”. Continua, quindi, con il tema del viaggio e della scoperta lasciando nel sottinteso quello più grave della frontiera che, comunque, tramite un brillante gioco linguistico, non viene mai dimenticato.
La parola “frontiera”, infatti, lascia il suo segno e viene utilizzata per ben 5 volte e in momenti ristretti. Viene, inoltre, per rafforzarne il senso, corredata di innumerevoli aggettivi che le infondono il pathos necessario per rimanere, come parola-chiave, ben impressa nella mente del lettore.
In alcuni passi, il testo, assume i tratti stilistici del diario e della denuncia giornalistica, mai sovra tono. Alla denuncia, infatti, si accompagna il ricordo intimistico del proprio vissuto che, nello sciogliersi, si appoggia ai suoi flashback di bambino. Il suo è un raccontare, un parlare, un discutere cordiale che non abbandona mai la pacatezza di tono. Nel finale, come per assicurarsi, ulteriormente, che il suo messaggio abbia l'effetto sperato, ricorre alla figura retorica della parabola...e la chiusa risulta davvero incisiva.

2. La frontiera di cui Magris ci parla è un'idea pre-concetta costruita più dalla mente dell'uomo che da una vera entità geografica. L'autore ci invita a superare i limiti imposti dalla nostra mente aprendo la nostra curiosità e facendo leva sul tema del viaggio. Ci spinge ad amare ciò che consideriamo distante da noi: “Oltrepassare frontiere; anche amarle” e a distruggere gli “inferi” che ci impediscono di aprirci al nuovo.

3. Il viaggio, per Magris, non è solo uno spostarsi fisico, ma connota uno spostarsi volto, soprattutto, all'apertura mentale. Viaggiare significa aprirsi al mondo senza pregiudizi. Il vero viaggiatore è colui che lascia i pre-concetti a casa e che riempie la valigia solo di curiosità e di consapevolezza che ciò che si troverà altrove sarà pronto ad arricchire, e mai a distruggere, il proprio bagaglio culturale.

4. Magris ci dice che solamente abbandonando i nostri pre-giudizi a casa, fonte di rabbia e di frustrazione, possiamo, realmente, entrare a far parte del mondo. Solamente “mescolandoci” con la folla che ci circonda e tra le sue particolarità “politiche, linguistiche, sociali, culturali e psicologiche” potremo ritrovare la “benevolenza” per noi stessi e “il piacere del mondo”.

5. Ho trovato molto interessante il testo di Magris. Ho trovato, il suo, un messaggio paterno volto a far comprendere gli errori del passato ai propri figli affinché non sbaglino anch'essi. Credo, infatti, che bisogni imparare dal proprio passato per affrontare al meglio il presente. Le parole chiare e pacate del Magris sono arrivate, perfettamente, e il suo potrebbe essere innalzato a mo' di messaggio universale, in quanto, non riferibile soltanto alla triste vicenda della Venezia Giulia e della Dalmazia. Sono perfettamente d'accordo con il concetto di “frontiera” del Magris e lo trovo molto attuale. Per ritrovare la nostra “benevolenza” e”il piacere del mondo” dobbiamo lasciare i nostri pregiudizi a casa e abbandonarci alla bellezza della multi-culturalità senza mai rispondere con lo sterminio e con la distruzione.

Interpretazione complessiva e approfondimenti
All'inizio del 900 numerose invenzioni e scoperte cambiano il modo di percepire le distanze: viaggiare diventa tanto più facile e veloce.
La letteratura tende a disinteressarsi sempre più del viaggio in quanto avventura esteriore, azione, effettiva esperienza. Il tema del viaggio assume invece (ancora più che in passato) il valore simbolico della ricerca di se stessi, dei meccanismi psichici, dei ricordi, delle emozioni, dei percorsi della coscienza. Per questo lo spostamento materiale diviene spesso effimero, minimo o insignificante: in Gita al Faro di Viriginia Woolf il viaggio è ridotto ad un'escursione in barca nella cui realizzazione si condensano tutti i conflitti, le contraddizioni, le solitudini e i desideri dei vari personaggi.
Leopold Bloom, protagonista dell'Ulisse di Joyce, sostituisce l'epopea dell'eroe omerico con i suoi quotidiani percorsi all'interno della città. Apparentemente insignificanti, le traiettorie del personaggio per le strade di Dublino diventano simbolo di tutta un'esistenza, ritmo di un monologo interiore che diventa viaggio alla scoperta del proprio immaginario e delle proprie paure.
L'esperienza del viaggio si fonde e si sovrappone con l'immaginario della frontiera in un altro grandissimo autore del primo Novecento: Joseph Conrad. Nella sua opera domina il rapporto con i grandi spazi naturali, l'attraversamento dei mari, delle foreste, dei fiumi, di quegli ambienti che nell'immaginario occidentali sono riconosciuti come frontiere per eccellenza, confini ultimi della civiltà. Il confronto con questi spazi diventa il modulo narrativo centrale per Conrad, e rappresentano la sfida dell'uomo contro i suoi stessi fantasmi, le sue ossessioni, le sue verità.

è nella cultura americana che la frontiera diventa la prima matrice dell'immaginario collettivo, fin quasi ad esaurire la mitologia della giovane nazione fondatasi sulla conquista dello spazio verso ovest. Nel corso del secolo, però, il tema della frontiera è divenuta anche il veicolo di diverse istante culturali e rivendicazioni sociali, prima fra tutte quella della Beat Generation. L'opera di Jack Kerouac racconta il viaggio come allontanamento e rifiuto dalle aspettative e le norme della società, come affermazione della propria individualità attraverso una vita errante, priva di certezze, libera di affermare se stessa perfino nelle sue sconfitte.
Nella letteratura italiana è esplicito il richiamo alla condizione della frontiera nella più importante opera di Dino Buzzati, Il deserto dei tartari, ambientata in una fortezza i confini di un regno.
La più originale e sensibile articolazione del tema del viaggio nella nostra letteratura è forse ascrivibile ad un altro autore, Italo Calvino. Il viaggio come possibilità di conoscenza è al centro di buona parte della sua narrativa, ma diventa struttura e ideologia portante ne Le città invisibili. Viaggio, conoscenza e racconto-scrittura si confondono e arrivano a coincidere negli itinerari di Marco, che attraversando l'impero del Gran Kan si confronta con la possibilità stessa di comprendere il diverso e di esprimerlo, di comunicarlo. L'altrove è, per Calvino, uno “specchio in negativo” in cui il viaggiatore riconosce ciò che è noto, ciò che gli appartiene e, allo stesso tempo, ha la percezione di ciò che è sconosciuto e, forse, precluso per sempre. Nei suoi viaggi nelle città dell'Asia Marco non fa che ritrovare dettagli e aspetti della sua città natale, Venezia, che ritorna in ogni nuovo luogo cedendo parti di sé e acquistando nuovi tratti ancora ignoti, in una osmosi continua fra memoria e esperienza, identità e scoperta.

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