TIPOLOGIA B 3: "SAGGIO BREVE" o "ARTICOLO DI GIORNALE"

1° prova maturità 2003: lo svolgimento della traccia della Tipologia B indirizzo storico politico

di Redazione Studenti 29 marzo 2006

ARGOMENTO: Il terrore e la repressione politica nei sistemi totalitari del '900
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E’ possibile - plausibile - creare una scala di valori al negativo degli eventi occorsi nel XX secolo e che su di esso stendono l’ombra inquietante di una violenza cieca e generalizzata? Nonostante le differenze che si possono - e si devono - mettere in luce rispetto ai diversi fenomeni che nel Novecento vanno sotto il nome di Totalitarismo, è possibile tuttavia riconoscere dei tratti comuni che vedono proprio nella repressione e nel terrore la cifra più raccapricciante e caratterizzante questi stessi fenomeni.

Il Totalitarismo è una forma contemporanea di dittatura. Solo il XX secolo ha conosciuto regimi totalitari, perché solo la tecnica moderna ha offerto gli strumenti atti ad un controllo “totale” della società. Si ha infatti regime totalitario quando l’aspetto politico invade la società, soffocandone ogni autonomia. Il potere totalitario non tollera l’esistenza di istituzioni e associazioni (chiese, partiti, ecc) che possano, interrompendo la comunicazione diretta con i cittadini, limitare in qualche modo le sue capacità di controllo. Ogni aspetto della vita di relazione deve essere orientato; non sono ammesse deviazioni. Il Totalitarismo è perciò la negazione, l’opposto del pluralismo democratico ed è proprio questo l’aspetto che S. Courtois sottolinea con grande forza nel dibattuto testo “Il libro nero del comunismo”. Courtois analizza il complesso, ma inesorabile meccanismo attraverso il quale l’avversario politico, identificato come nemico e criminale, debba essere eliminato secondo una logica dell’esclusione e dell’eliminazione dell’alterità antitetica a quella propriamente “democratica” del conflitto politico. Secondo quest’ultima, infatti, la dialettica amico/nemico costituisce l’essenza stessa della politica, la quale si nutre della dimensione duale e conflittuale. La politica è, allo stesso modo, l’arte di comporre il conflitto secondo un equilibrio dinamico sempre in fieri.

Secondo alcuni studiosi il Totalitarismo è tipico della storia contemporanea e ciò almeno per due ragioni fondamentali. La prima è la società di massa. I processi combinati di industrializzazione, urbanizzazione e alfabetizzazione tendono a disintegrare le tradizionali reti di relazione e di solidarietà (famiglia, parentela, vicinato, ecc), entro le quali ognuno si sente protetto. La società moderna, se ha liberato l’individuo, lo ha anche isolato, atomizzato. La “massa” è una moltitudine che si qualifica non tanto per il numero, quanto per l’assenza al suo interno di rapporti sociali e culturali che rendano significativa l’esistenza. L’individuo così “massificato” è reso più vulnerabile, più disponibile alla manipolazione abilmente orchestrata da minoranze organizzate. La seconda ragione risiede nelle moderne tecnologie.

La penetrazione del politico nel sociale è resa possibile grazie all’invenzione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, con i quali si riesce a raggiungere chiunque per condizionarlo con un insistente messaggio; grazie ai mezzi di trasporto, che annullano le distanze e consentono controlli e spostamenti veloci; grazie allo sviluppo della psicologia scientifica, che fornisce le tecniche di condizionamento di massa. L’eliminazione di ogni iniziativa spontanea, la repressione del dissenso e l’integrazione dell’intera società in un sistema chiuso sono disposti al fine del conseguimento di valori assoluti, come la purezza e il dominio di una razza nel nazionalsocialismo. L’individuo viene educato attraverso una studiata propaganda, che lo accompagna e lo condiziona permanentemente. Il regime totalitario monopolizza i mezzi di comunicazione di massa ai fini di un capillare indottrinamento.

La dottrina del regime deve diventare articolo di fede; obbligatoria è la frequenza ai riti e parate. Il Totalitarismo , contrariamente a quanto avviene nelle dittature di tipo tradizionale, non si accontenta di reprimere e di dominare, ma richiede la partecipazione delle masse. Non interessa peraltro il contributo personale di idee e di iniziative, ma una presenza conformista intesa come adesione all’ideologia dominante. Alla strumentalizzazione ideologica si affianca la politica del terrore. Il potere è onnipresente, è un occhio che gira a 360 gradi, come la telecamera-spia di 1984 di G. Orwell, che guarda in ogni angolo della casa e del luogo di lavoro, che dà l’impressione di riuscire a penetrare fin nei recessi della coscienza.
Nel regime totalitario nessuno si sente al riparo da azioni persecutorie, perché il potere è imprevedibile e la minaccia costante. Il regime è sempre in lotta con qualcuno, contro nemici reali, potenziali o “fantasticati”, come se il complotto fosse sempre all’ordine del giorno. Di ciò ha bisogno per legittimare la repressione poliziesca, ma soprattutto per mantenere una tensione continua che giustifichi il mutamento incessante. Hanna Arendt, forse la più grande studiosa del fenomeno totalitario, sostiene che una delle caratteristiche tipiche dei regimi totalitari è l’istituzione del “nemico oggettivo”.

Nemico reale è l’oppositore dichiarato; nemico potenziale è colui che, pur non manifestando atteggiamenti ostili, per la sua appartenenza a un gruppo determinato è sempre possibile che diventi oppositore reale. Il “nemico oggettivo” differisce dagli oppositori e dalle persone sospette delle polizie segrete in quanto la sua identità è determinata dall’orientamento politico del governo, e non dal suo desiderio di rovesciarlo. In alcuni momenti il regime totalitario ha bisogno di mantenere il terrore colpendo del tutto a casaccio. Infine, crea universi concentrazionari (quelli che vengono oggi definiti con l’espressione Arcipelago Gulag, dal titolo di una famosa opera dello scrittore sovietico dissidente A.J.Solzenitzyn che ha denunciato la disumanità dei metodi di Stalin), istituzioni permanenti in cui sono rinchiuse milioni di persone.
L’universo concentrazionario non è un’istituzione penale, creata per la punizione e repressione di delitti e crimini, ma piuttosto una struttura politica di sradicamento del tessuto sociale mediante lo strappo e la cancellazione dalla società di interi settori e gruppi. Infine, il terrore raggiunge il suo apice, la sua punta di raffinata crudeltà, nel lavoro di annientamento della personalità, non tanto uccidendo o deportando il nemico, quanto facendolo sparire (come è successo in Argentina ai desaparecidos sotto il regime dei militari instaurato nel 1977 ed entrato in crisi nel 1982).

Un simile regime non può che avere una guida monolitica, costituita da un partito e da un capo onnipotente, dotato di carisma. Il partito si identifica praticamente con lo Stato; ha una ideologia rigida e una struttura verticistica. La volontà del capo è anche superiore al credo ideologico, che egli può revisionare e adattare alle circostanze. Il suo dominio incontrastato si misura sulla capacità di decidere in ultima istanza qualsiasi conflitto, di promuovere o stroncare carriere, di epurare l’apparato con “purghe” periodiche. Questo spiega l’instabilità del regime, nonché la contraddizione tra un ordine continuamente proclamato come massimo bene sociale e un disordine effettivo, un vero caso amministrativo e legislativo. Si parla, per esempio, di uno stato di caos e di improvvisazione che regnava nel Terzo Reich. La legge rimane, certo, ma perde completamente valore: la prova più clamorosa è il mantenimento della costituzione di Weimar nella Germania nazista. La stessa economia assume un aspetto dirigista e si caratterizza per un pesante intervento dello stato, che esercita una “dittatura sui bisogni” (impone e raziona i consumi) e privilegia il potenziamento dell’industria pesante e degli armamenti, fino a giungere a un’autarchia in vista di un’economia di guerra.

Ma quali sono gli stati totalitari? I pareri sono tanti, ma l’unanimità è raggiunta se non altro sulla Germania hitleriana e sulla Russia staliniana; ma c’è chi aggiunge la Cina, la Romania, l’Iran Khomeinista, ecc. Molti dubbi esistono sull’Italia fascista, soprattutto perché il regime non riuscì o non volle eliminare i centri tradizionali del potere (la Monarchia, la Chiesa, la Confindustria, l’esercito), perché mancò di una ideologia coerente, perché lo stato di polizia non degenerò in terrore, ed anche perché rimase sufficientemente viva e vitale una certa cultura liberale dello Stato, della sua autorità e della sue regole. L’accostamento tra nazismo e comunismo, opposti sotto l’aspetto ideologico, sociologico, economico, ecc, ha indotto molti a rigettare la nozione di Totalitarismo come fuorviante. Resta il fatto che l’affinità nella gestione del potere è esistita, così come è stata comune la credenza in uno stadio “finale” della storia, sia esso la società senza classi o il dominio di una razza.
La stessa idea di un sistema autonomo dal quale sia stato eliminato ogni male e ogni infelicità è totalitaria. La supposizione che un tale schema di cose è fattibile, e anzi inevitabile, è un invito per un regime a proclamare che esso realizza questa perfezione, a esigere dai suoi cittadini riconoscimento e sottomissione e a condannare l’opposizione come vizio e perversione. Perché questa possibilità non debba più ripetersi nella storia possiamo attingere ad un’unica fonte: la memoria. Questa non può essere intesa come la semplice raccolta di dati, fatti e informazioni; la memoria è anche - soprattutto - analisi dell’accaduto, esercizio critico, assunzione di responsabilità e presa di posizione. E’, in sostanza, cioè che ci rende degni di chiamarci cittadini di questo nostro complesso mondo umano.

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