Mattina di Giuseppe Ungaretti: testo e parafrasi

Mattina di Giuseppe Ungaretti: testo e parafrasi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

M'illumino d'immenso: ecco il significato, il testo, la parafrasi e il commento della poesia Mattina di Giuseppe Ungaretti

1Introduzione a "Mattina"

Foto di Giuseppe Ungaretti
Foto di Giuseppe Ungaretti — Fonte: ansa

Per introdurre il componimento Mattina di Giuseppe Ungaretti, è utile ricorrere ad un'immagine di vita vissuta. Vi sarà capitato di fare nottata con gli amici, sulla spiaggia. È l’occasione migliore per guardare l’alba, la palla infuocata del sole che, prima lentamente, poi più rapida, si alza sul cielo in un tripudio di luce. È una sensazione indescrivibile, intensa, che dona un senso di pienezza e di grandiosità: ci fa sentire a contatto con una totalità che non sappiamo chiamare. È lo spettacolo della vita che risorge dopo l’oscurità notturna: uno spettacolo, quindi, che è scritto nel cuore dell’umanità, da sempre. Mattina è uno dei testi più famosi di Ungaretti che porta alle estreme conseguenze la poetica ungarettiana dell’Allegria. L’immagine è talmente concentrata nel suo significato da risultare indefinita. Abbiamo infatti bisogno del titolo per interpretarla in modo corretto. Originariamente si chiamava Cielo e mare e aveva tre versi in più: «M’illumino / d’immenso / con un breve / moto / di sguardo». Questo testo fu inviato a Giovanni Papini il 26 gennaio del 1917, da Santa Maria la Longa (UD).    

È importante osservare che l’ostinata ricerca del poeta sia stata rivolta sempre a togliere qualcosa che era di troppo, anche in una poesia di soli cinque versi. Il moto di sguardo è già contenuto in quel «M’illumino» e serve solo completare l’immagine con «d’immenso», che sarebbe l’ineffabile emozione provata davanti all’alba sul mare. D’altronde Ungaretti riprende una tradizione che va da Mallarmé a Valery «per la quale il testo è inteso come progressiva e instabile approssimazione a un valore-limite…». Quindi Ungaretti non fa che togliere, pulire, concentrare perché da una parte ha bisogno di ritrovare la purezza della parola; dall’altra sa che la parola può accostarsi alla poesia solo per approssimazione. Questa poesia è la sintesi delle novità delle prime raccolte ungarettiane è soprattutto umana, come dice Mengaldo, perché è proprio questa tensione all’ineffabile che spinge il poeta a enunciati ridottissimi come quello di Mattina

2Testo

Santa Maria la Longa 26 gennaio 1917

M'illumino
d'immenso 

3Analisi retorico-stilistica

Sono due versi ternari che vedono una prevalenza del suono /m/, che, appunto, nell’essere il primo suono emesso dai bambini, si avvicina molto all’incomunicabilità. «M’illumino / d’immenso» è una sinestesia perché immensità e luminosità si percepiscono diversamente. 

4Commento e spiegazione

Ungaretti giunge qui all’esito estremo della sua ricerca poetica «nella sua ansia di riduzione e semplificazione, che, arrestandosi alle soglie del silenzio, cerca di raggiungere l’assoluto» (Baldi-Giusso). L’obiettivo è di comunicare l’incomunicabile, la luce violenta che proviene dalla totalità dello spazio perché il sole con i suoi raggi può coprire qualsiasi distanza. Si tratta di una pienezza sublime che ricorda l’incantevole luce del Paradiso dantesco, capace di riportare il poeta in uno stato di grazia.   

È importante sottolineare ancora il rapporto di corrispondenza con il titolo e riflettere ancora meglio sul perché di questa scelta: da Cielo e Mare a Mattina. Il primo titolo, in fondo, definisce solo il paesaggio, mentre il secondo indica un momento preciso che diventa fortemente simbolico: la mattina è il momento della rinascita e della riapertura al fluire della vita; la mattina è quel sole che ci illumina sull’immensità dell’orizzonte. Con immenso capiamo (certamente anche sentendo una eco del primo titolo) che è l’orizzonte a stagliarsi davanti a noi. Lunghissimo, al punto che solo chiudendo gli occhi possiamo sognare di stendere le nostre braccia per tutta quella lunghezza incalcolabile. In quelle braccia tese verso l’infinito c’è il legame tra l’eterno e l’effimero, il più misterioso dei legami che l’uomo vive continuamente nella sua vita, da cui la poesia scaturisce. «E la vita è fatta di poesia», conferma un altro grande poeta, Jorge Luis Borges, che aggiunge: «La poesia non è un’estranea; la poesia è (…) sempre in agguato dietro l’angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento».

Giuseppe Ungaretti nel suo studio
Giuseppe Ungaretti nel suo studio — Fonte: ansa

Quando leggiamo questi due versi, quattro parole in tutto, possiamo provare proprio questa sensazione. Ungaretti riesce a oltrepassare qualsiasi discorso sulla perfezione estetica del verso, sullo stile: ci fa quasi dimenticare i mezzi di cui si serve per arrivare al risultato di questi due versi; vuole farci dimenticare il lavoro del poeta, che giace nell’ombra, dimenticato. La sua poesia funziona al di là dei presupposti teorici e delle formule con cui “teoricamente” si scrivono buone poesie. Questi due versi ci fanno capire che in Ungaretti la parola è un dopo, prima bisogna viverla. Cito ancora Borges, che affronta proprio questo problema: «Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle. Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quello che in realtà è: una passione e una gioia» (Borges, L’invenzione della poesia). Una passione e una gioia, appunto, spesso indescrivibile.  

Forse è proprio per questo che la scelta dei vocaboli illumino e immenso, con l’allitterazione della /m/, e la ripetizione ravvicinata di due geminate (doppie) -ll- -mm-, evochi la non-parola dei bambini, che vorrebbero dare articolazione ai loro suoni, ma non trovano quelli come unico modo di esprimere ciò che non riescono più a contenere dentro di loro.

Inoltre, non possiamo non ripensare al contesto della guerra, al viaggio interiore di Ungaretti, all’armonia che cercava. Suonano così alcune sue poesie: «Lontano lontano / come un cieco / m’hanno portato per mano (Lontano, Versa il 15 febbraio 1917). E poi il suo sogno: «Godere un solo / minuto di vita / iniziale» (da Girovago, Campo di Mailly maggio 1918). 

Ma è l’immagine della notte, di come la vedeva Ungaretti dalle trincee, a farci capire quanto sia forte l’emozione del sole che sorge. Ecco le notti del poeta: «Questa è la mia nostalgia / che in ognuno / mi traspare / ora ch’è notte / che la mia vita mi pare / una corolla / di tenebre» (da I fiumi, Cotici il 16 agosto 1916). «Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca digrignata / volta al plenilunio...» (da Veglia, Cima Quattro il 23 dicembre 1915). 

Eppure c’è una poesia che più di tutte sembra il controcanto ideale a Mattina. Ossia:

Dannazione

Chiuso fra cose mortali
(anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?  

Foto di Giuseppe Ungaretti
Foto di Giuseppe Ungaretti — Fonte: ansa

Il desiderio dell’immensità, di qualcosa che non abbia fine, perché infinito è il desiderio dell’uomo: questa la nostra dannazione. Ecco quel legame misterioso tra finito e infinito, che l’uomo indaga senza rassegnarsi mai, perché costretto solo a fare esperienza della mortalità, non si rassegna alla domanda che da una parte lo farebbe arrendere, ammettendo Dio come ultima risposta. Però ammettere l’esistenza di Dio è un desiderio che richiama una volontà. Scegliere che Dio sia, almeno per noi, vero. La notte è il momento del dubbio in cui tutta l’esistenza sembra minacciata. In questa notte apparentemente senza fine – la notte della guerra, la notte dell’uomo – si fa dolente il desiderio di Dio; di una risposta ultima. Mattina è una poesia che non esplicita la presenza di Dio, ma dà la sensazione che almeno al dubbio della notte sia subentrata miracolosamente una luce accecante e divina. L’uomo, illuminandosene, seppure per un solo istante, emerge dal fango della mortalità