Da questo rifiuto generale per il loro contesto storico – sociale, deriva la
necessità e il bisogno di apertura a
nuovi temi fino ad allora inesistenti nella letteratura italiana, e da qui l’apertura alla produzione francese. Gli scapigliati intuiscono il valore del naturalismo francese e della sua descrizione oggettiva ed impersonale dei fenomeni individuali e collettivi; per lo stesso motivo riprendono quegli aspetti irrazionali, fantastici, macabri del
Romanticismo europeo rimasti esclusi dalla tradizione italiana. Hanno allargato il canone romantico del vero, rappresentando vicende comuni, non mediate dall’interpretazione dello scrittore (come accade in Manzoni), spesso passionali e torbide (cfr. Tarchetti, Fosca, la storia di una donna brutta e malata che attrae irresistibilmente un giovane ufficiale), descritte con spietato realismo, anche nello stile.
In poesia
riprendono i temi del francese Baudelaire, da cui derivano il modello esistenziale del poeta "maledetto" e il linguaggio simbolico e provocatorio; riprendono una concezione della poesia fondata non sulla ragione, ma sull’intuizione dei misteriosi legami della realtà. Poesia, quindi, come attività creatrice che detesta le regole. Il linguaggio poetico perde la sua oggettività e razionalità, per diventare allusivo, evocativo di quel mondo enigmatico che suscita in ogni uomo un insieme indistinto di pensieri ed emozioni.
Così collegandosi alla più avanzata
cultura europea, introducono in Italia una letteratura non aulica, apertamente antiborghese, di un linguaggio vicinissimo al parlato popolare, di forme poetiche vicine a quelle del Simbolismo aprendo così la via sia al romanzo verista (Verga rimase per anni a Milano e scrisse romanzi di gusto scapigliato) sia alla cultura decadente.
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