Quintiliano e il trattato sull’institutio oratoria

Trattato didascalico in 12 libri dedicato a Vittorio Marcello, in cui Quintiliano si occupa della formazione dell’oratore partendo dall’infanzia, secondo la sua esperienza personale ventennale di insegnante

di Barbara Leone 9 ottobre 2012
Oratore e professore stimatissimo, Quintiliano scrive durante l’età dei Flavi ed è uno dei primi professori ad essere finanziati dallo stato per iniziativa di Vespasiano. Inoltre quando si ritira dall’insegnamento, Domiziano gli affida il compito di precettore dei suoi due pronipoti, gli eredi al trono. Il nome del grande retore negli anni è diventato un modo per indicare i precettori, come si può vedere dalla satira VII di Giovenale in cui si parla in tono dispregiativo dei precettori chiedendosi quanto effettivamente costi un “Quintiliano”.

Quintiliano ha scritto il trattato più completo e sistematico di retorica latina che era parzialmente conosciuto nel Medioevo ed èquintiliano stato riscoperto nel ‘400 da Poggio Bracciolini suscitando grande interesse tra gli umanisti: L’institutio oratoria. La formazione dell'oratore è un trattato didascalico in 12 libri dedicato a Vittorio Marcello, in cui Quintiliano si occupa della formazione dell’oratore partendo dall’infanzia, secondo la sua esperienza personale ventennale di insegnante.

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Quintiliano crede che l’educazione sia un processo continuo, in quanto parte dalla culla fino alla vecchiaia, e graduale perché la difficoltà degli insegnamenti sono in linea con le diverse fasi di sviluppo. Inoltre è un processo lento. La prima formazione è quella morale e avviene all’interno della famiglia: il bambino nei primi anni di vita osserva, ascolta, tenta di imitare gli adulti. Ed è bene che questi ultimi siano in possesso di una buona moralità, in quanto ogni esperienza affettiva e ogni apprendimento lasciano un segno indelebile nella vita del bambino. Le cause del fallimento sono perciò da ricercare negli errori compiuti nel processo formativo del bambino nell’infanzia.

Intorno ai 7 anni il bambino viene avviato allo studio in modo sistematico. Prima di tale età il fanciullo non deve ancora essere sottoposto a sforzo perché ciò potrebbe fargli odiare lo studio. Perciò il primo studio a cui si dedicherà sarà il leggere e lo scrivere, insegnato sotto forma quasi di gioco. Nella scuola il bambino incontra il maestro che dovrà guidarlo nella sua ascesa alla maturità. Esso è il modello a cui gli alunni si rifanno e si propongono di imitare. Il maestro deve saper osservare attentamente i suoi alunni e comprenderne la loro intelligenza emotiva ed intellettuale per permettergli una comprensione adeguata alla sua personalità. Inoltre deve saper contemperare la sua autorità e la sua benevolenza, disconoscendo l’uso, ormai diffuso, delle punizioni corporali.

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Quintiliano crede che sia molto più semplice colpire i ragazzi che sbagliano con la ferula che spiegargli il motivo del loro errore. Picchiare un bambino all’epoca era una ius, un diritto, ma già Quintiliano si rendeva conto che questo atto era contrario alla dignità dell’uomo libero, indipendentemente dalla sua età. Successivamente fa una distinzione tra scuola individualizzata e scuola pubblica. L’insegnamento individuale, a suo parere, è soltanto istruzione. Egli si pone dalla parte di quello collettivo, nonostante si credeva che i bambini a scuola fossero corrotti dai cattivi esempi dei compagni e dei maestri.

All’epoca infatti chiunque poteva improvvisarsi maestro, non esisteva un’abilitazione, perciò avveniva che anche liberti o schiavi fossero insegnanti malpagati e con uno scarsissimo prestigio sociale. Proprio a questo proposito Quintiliano, differentemente da Tacito, crede che il motivo della decadenza dell’oratoria sia da ricercare in motivi tecnici dell’educazione (carenza buoni insegnanti) e morali (degenerazione dei costumi) e non da motivi politici. Nonostante ciò la scuola è vista dal retore come una piccola società nella quale l’alunno impara a vivere anche socialmente, abituandosi a non dipendere incondizionatamente dall’insegnante e sviluppando una propria iniziativa personale. Impara poi a vincere la timidezza e a non temere la competizione confrontandosi continuamente con i suoi compagni e svegliando il senso dell’emulazione, del maestro e dei compagni.

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Quando l’alunno sarà arrivato ad un buon grado di apprendimento passerà alla scuola del retore nella quale imparerà a comporre abituandosi a scrivere diligentemente e molto accuratamente. In questo trattato Quintiliano segue la scia di Cicerone per ciò che riguarda la concezione di retorica come scienza e che non si limita a formare i buon oratore, riprendendo la definizione di Catone il Censore “vir bonus dicendi peritus”, ma anche a definire i suoi mores ed i suoi officia, formando così un cittadino ed un uomo moralmente esemplare che sappia anteporre il bene pubblico a quello privato, preoccupandosi prima di tutto della communitas utilitas. Quintiliano considera Cicerone un modello insuperabile dell’oratoria romana e combatte lo stile ornatus concettoso, fiorito e ricco di sententiae degli oratori nuovi, tra cui Seneca,che viene criticato severamente.

Il fine dell’oratore è la voluptas di chi ascolta, non delectare come credono gli oratori nuovi. Lo stile dello stesso Quintiliano applica un uso relativamente abbondante di figure retoriche e si distingue da quello insuperato, ma non insuperabile di Cicerone, nella sintassi meno ampia e più variata.
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