La poetica e le fasi del pessimismo di Leopardi

Leopardi nel corso degli anni ha attraversato varie conversioni (dall'erudito al bello e dal bello al vero) fino ad arrivare alla formulazione del pessimismo cosmico

di Barbara Leone 10 settembre 2012
La prima formazione di Leopardi è tutta quanta nel segno dell’erudizione (ha letto tantissimo ma in modo disordinato), fino alla prima conversione “dall’erudito al bello” che avviene nel 1816, quando cioè Leopardi scopre gli scrittori più recenti, la letteratura romantica europea. Nel 1818 interviene direttamente nell’aperto dibattito classico-romantico col saggio “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”, spedito a “La biblioteca italiana” e mai pubblicato. Qui Leopardi prende una decisa posizione contro il romanticismo, in difesa della poesia di immaginazione. Egli non condivide affatto la tendenza del romanticismo milanese verso la poetica del vero, ritenendo che il realismo uccida le illusioni, di cui la poesia deve farsi portatrice.


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moneta_leopardiDi contro alla poesia dei moderni, Leopardi difende la poesia immaginosa degli antichi, i quali davano vita alla natura e riscaldavano il cuore dell’uomo, liberandolo dalla noia e dai cattivi pensieri. Leopardi rifiuta, come i romantici, la vuota imitazione degli antichi, così come rifiuta le regole e la mitologia decorativa tipica di Vincenzo Monti. Difende, invece, "la mitologia serbatoio di belle illusioni capaci di allietare il cuore del lettore”. Inoltre gli stessi romantici milanesi cadevano in contraddizione poiché postulavano un’arte realistica e civile, ma prendevano, poi, come esempio la lirica nordica cupa e funerea. Aggiunge ancora Leopardi che il sentimentale propugnato dai romantici non era ignoto all’arte classica (come attesta anche la lettura di Omero e Virgilio) e che essa era stata capace di diffondere quegli ideali di virtù e coraggio ormai ignoti alla vile realtà contemporanea.

La contrapposizione tra antichi e moderni si risolve, per Leopardi, a favore degli antichi. Ai critici si pone dunque il problema di conciliare il supposto romanticismo leopardiano con i suoi giudizi critici verso il romanticismo europeo e italiano, tanto più che Leopardi criticherà in seguito aspramente lo spiritualismo romantico, nel nome di una ideologia integralmente materialistica. Fermo restando che il classicismo rimane una componente tenace della poetica leopardiana, non c’è dubbio che romantica è la sensibilità di Leopardi e romantici sono i temi che egli tratta: la noia, l’ansia di infinito, lo spirito titanico e infine il pessimismo totale della sua ideologia, che lo avvicina alla Weltschmerz (dolore mondiale) dei romantici tedeschi.

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Nel 1819 in Leopardi avviene la seconda conversione, quella “dal bello al vero”, cioè dalla poesia di immaginazione alla poesia di sentimento. Leopardi si convince, a questo punto, che la poesia non può sottrarsi alla vita, non può limitarsi a evocare le belle favole o a suscitare amabili illusioni. L’arte, insomma, deve fare i conti con la realtà di dolore dell’individuo (il 1819 è stato un anno di grandi dolori per Leopardi, che ha attraversato una grave crisi ed è stato colpito da una grave malattia agli occhi che gli ha impedito persino di leggere. Il poeta deve dunque volgersi alla poesia sentimentale, che deve essere una poesia intrisa di pensiero e di riflessione. La poesia riflette, cioè, sul male di vivere.

Per capire la sua poesia fino in fondo, sono, dunque, importanti anche le opere in prosa di Leopardi, dove il poeta ha fissato la sua Weltanschauung (visione del mondo): dalle “Operette Morali” ai “Pensieri” (abbozzo di un’opera filosofica mai completata) fino allo “Zibaldone” (che è una raccolta di centinaia di annotazioni che riguardano gli argomenti più diversi, dalla letteratura alle lingue, alla politica, alla società, ed è stato pubblicato postumo grazie a Giosuè Carducci. La stesura dello Zibaldone ha accompagnato quasi tutta la vita dell’autore, anche se la maggior parte delle note risalgono al decennio 1817/27.

Intorno allo stesso anno (1819) si afferma il cosiddetto pessimismo cosmico leopardiano, nel quale il poeta attribuisce alla società moderna la colpa dell’infelicità umana, assolvendo completamente la natura. La natura, infatti, ha creato l’uomo felice, dotandolo di quelle amene illusioni (come l’amore) che servono ad attenuare il vero volto della realtà. Il progresso distorto ha, invece, lacerato il sipario delle illusioni, cosicché l’uomo moderno si trova indifeso davanti al male di vivere. Non c’è dubbio che la civiltà moderna è stata propiziata dalla ragione, tuttavia, non si ritrovano mai in Leopardi delle voci ostili verso la ragione, che costituisce, anzi, il valore più prezioso per l’individuo (alla razionalità è dedicato proprio l’estremo messaggio del canto “La Ginestra”).

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Sono gli uomini che, per il loro male, hanno utilizzato impropriamente la ragione, condannandosi all’infelicità. Tale infelicità colpisce ogni individuo, e anche coloro che si credono felici sono in realtà uomini superficiali, che non si interrogano sul perché della vita, che non si pongono quelle domande che il “philosophe” (l’uomo che si domanda il perché, che riflette) si pone continuamente. Nell'800 si attribuiva al dolore personale del poeta un notevole condizionamento nella sua visione del mondo, come a dire che la sua filosofia della vita è dolorosa perché dolorosa è la sua vita. Nel 1832 Leopardi ha scritto all’amico svizzero De Sinner, in una lettera, che intendeva reagire con tutte le sue forze contro quella mistificazione che attribuiva la sua Weltanschauung alla sua personale malattia. Però non si può negare che la malattia abbia avuto su Leopardi una qualche influenza, ma di ordine “squisitamente conoscitivo”: essa ha, cioè, spinto il poeta a rendersi conto precocemente dei condizionamenti che la natura esercita sull’uomo, indagando, di conseguenza, il rapporto uomo/natura fino a giungere alle drammatiche conclusioni del pessimismo cosmico.
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