Leopardi: la biografia di un intellettuale pessimista

Leopardi si è dedicato assiduamente agli studi sin dall'infanzia ed ha teorizzato un pessimismo che ha caratterizzato la sua vita e le sue opere

di Barbara Leone 10 settembre 2012
Giacomo Leopardi è nato a Recanati nel 1798. Il luogo di nascita è molto importante per capire la sua personalità: Recanati apparteneva allo Stato pontificio ed era al centro di una lotta tra francesi, austriaci e sostenitori del Papa. Disputa nella quale era coinvolto anche il padre di Leopardi, il conte Monaldo. Il padre influenzerà la formazione e la vita del poeta: era un uomo colto ma reazionario ed antinapoleonico e chiuso nei confronti delle innovazioni del mondo, aveva chiare sulla politica ed esigeva che queste fossero anche del figlio. Dal punto di vista economico era proprietario di molti possedimenti terrieri che aveva male amministrato, aveva sperperato parte del cospicuo patrimonio e aveva speso i soldi ricavati dalla vendita dei terreni per la costruzione di una biblioteca.

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leopardi_1La madre di Leopardi era nobile, la marchesa Adelaide Antici
, una donna di carattere chiuso, poco espansiva, dedita a risolvere i problemi economici imponendo ai figli e al marito sacrifici molto umilianti. Leopardi ha fornito un ritratto impressionante della madre in un passo dello Zibaldone. Gli anni dal 1809 al 1816 sono definiti dallo stesso Leopardi come sette anni di studio “matto e disperatissimo”. Ha studiato privatamente, prima sotto la guida di due sacerdoti e poi da solo, attingendo alla biblioteca del padre. Ha imparato rapidamente il latino, il greco, l’ebraico, diverse lingue straniere e il sanscrito. A diciotto anni era già un erudito dall'eccezionale formazione filologica, ma la sua salute era ormai compromessa per sempre. Prima dei vent'anni ha scritto una "Storia dell'astronomia" (1813) e il "Saggio sopra gli errori popolari degli antichi" (1815); tradotto idilli ed epigrammi di Mosco (1815), il primo libro dell'Odissea di Omero e il secondo dell'Eneide di Virgilio (1816).

Nel 1816 Leopardi è caduto in uno stato di crisi, durante il quale ha messo in discussione tutta la sua formazione: questo anno rappresenta il momento di passaggio dall'erudizione al bello. Si è reso conto che l’erudizione era qualcosa di arido, freddo a cui era necessario sostituire la consapevolezza dei valori artistici. In seguito a questa sorta di conversione letteraria, ha abbandonato gli studi filologici e si è accostato alla poesia, attraverso la lettura degli autori italiani del Trecento, del Cinquecento e del Seicento, e dei suoi contemporanei italiani e francesi. Anche la sua visione del mondo ha subito una svolta radicale: ha smesso di cercare conforto nella religione e si è avvicinato a un'interpretazione della vita secondo le filosofie sensista e meccanicista. In questi anni ha iniziato a patire sofferenze fisiche e una preoccupante malattia agli occhi che nel 1819 lo ha costretto a interrompere lo studio.

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Nel 1817 ha iniziato una corrispondenza con Pietro Giordani
, illustre letterato di Piacenza, che lo ha incoraggiato più volte a intraprendere un’attività poetica, avvicinandolo alle nuove idee sulla letteratura che circolavano in Europa. Il distacco dal conservatorismo paterno si è così fatto più netto: all'anno seguente risalgono "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante", canzoni patriottiche molto retoriche e classicheggianti nelle quali Leopardi ha espresso la sua adesione alle idee liberali di stampo laico. Nello stesso periodo ha preso parte al dibattito, di respiro europeo, che contrapponeva classicisti e romantici, affermando la sua posizione a favore dei primi nel Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica (1818). Ha inoltre iniziato a provare rancore verso la casa natale e Recanati, in cui individuava la causa della propria infelicità e da cui ha provato a fuggire.

Nel 1819 è avvenuta la sua conversione filosofica, con la quale è passato da un ideale artistico alla presa di consapevolezza di una verità. Lo studio di Rosseau lo ha influenzato profondamente nella conversione filosofica. Dopo aver sperimentato la poesia ha scoperto la filosofia. A spingerlo verso questa conversione sono stati anche motivi di salute, in modo particolare la perdita momentanea delle facoltà visive. Non potendo né leggere né scrivere, poteva solo riflettere e meditare sulle cause dell’infelicità. In quegli anni ha elaborato il proprio sistema di pensiero, imperniato sulla concezione pessimistica della realtà, che ha esposto nelle pagine dello Zibaldone. Nel 1822 è stato mandato a Roma dallo zio materno, ma è stata un'esperienza deludente, è rimasto deluso dalla freddezza dell'ambiente romano e dalla falsa erudizione degli intellettuali. Così, tornato a Recanati l'anno seguente, si è chiuso ancor più in se stesso.

E' passato dalla poesia alla prosa, componendo nel 1824 la maggior parte delle “Operette morali”. : prose filosofiche dialogate. Nel 1825 si è trasferito a Milano per curare, per l'editore Stella, un'edizione delle opere di Cicerone, che però non è stata mai realizzata. Non è riuscito a trovare un'occupazione stabile per motivi ideologici e politici o perché non era disposto ad accettare dei benefici ecclesiastici, per orgoglio. Trasferitosi a Bologna, vi è rimasto fino al 1827, quando è andato a Firenze ed è stato introdotto al Gruppo dell’Antologia, dove ha conosciuto Vieusseux ed ha ottenuto un contributo per mantenersi un anno nella città. Nel 1826 ha pubblicato un commento alle Rime di Francesco Petrarca. Nonostante l'attività lavorativa e le nuove conoscenze, il suo pessimismo non si è attenuato e per questo è rimasto isolato.

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A Firenze ha comunque conosciuto Giovanni Battista Niccolini, Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo e Alessandro Manzoni. Nel 1827 ha pubblicato la prima edizione delle “Operette morali”, che però è passata praticamente inosservata. Nello stesso anno si è trasferito a Pisa, dove ha trascorso un periodo molto felice, ritrovando in parte la salute e la vena poetica. Ma si è trattato di una breve parentesi: ben presto è stato di nuovo sopraffatto dalle sofferenze fisiche e dalla malattia agli occhi. Tornato a Firenze nel 1828, ha sperato di trovare un impiego che gli permettesse di vivere senza il supporto della famiglia, ma le sue condizioni fisiche non gli permettevano di lavorare in modo continuativo e nel dicembre dello stesso anno è tornato a Recanati.

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A Recanati ha composto i “Grandi idilli”.
Nel 1830 Pietro Colletta gli ha proposto di tornare a Firenze: Leopardi ha accettato allora una somma messagli a disposizione da amici anonimi, con l'impegno che l'avrebbe restituita con i proventi dei suoi primi lavori. Tuttavia, non avendo ottenuto i frutti sperati dall'edizione fiorentina dei Canti, si è ridotto a chiedere un assegno alla famiglia, che lo ha mantenuto fino alla morte. A Firenze ha conosciuto Antonio Ranieri, un giovane napoletano bello ed estroverso, con il quale ha stretto una salda amicizia ed ha vissuto fino alla morte. Ranieri lo ha aiutato a rompere con la solitudine: Leopardi era affascinato da questa figura così diversa da lui e alla quale forse avrebbe voluto assomigliare. Sempre a Firenze si è innamorato della nobildonna Fanny Targioni Tozzetti, nella quale ha sperato di trovare un'anima gemella, ma anche questa speranza è finita in un'amara delusione.

Nel 1833 Leopardi ha seguito Ranieri a Napoli, dove ha trascorso gli ultimi quattro anni della sua vita: il clima non ha alleviato la sua asma cronica e, afflitto dalle sofferenze, il poeta non ha fatto che invocare la morte. Qui ha composto, tra il 1834 e il 1837, la maggior parte dei suoi scritti satirici. Nel 1836 ha composto "La Ginestra", con la quale sembrava avere un tardivo risveglio dell'antica giovinezza ed ha cantato la ribellione contro la natura e il destino. La sua ultima poesia è "Il tramonto della luna" (1837), di smisurata tristezza, la cui ultima strofa pare sia stata dettata dal poeta all'amico Ranieri in punto di morte, avvenuta a Napoli per un collasso cardiaco.
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