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Lirica italiana: dalle origini allo Stilnovo

La lirica italiana si sviluppa a partire dal XIII secolo, quando l'idioma volgare ha iniziato ad assumere un ruolo importante nel campo della letteratura

di Barbara Leone 7 settembre 2012
Le origini della lirica italiana sono databili intorno al XIII secolo, periodo in cui l’idioma volgare ha assunto un ruolo rilevante nel campo della letteratura. Le maggiori influenze sono giunte da una regione che comprendeva la Francia meridionale, la Spagna e l’Italia settentrionale (Liguria, Piemonte e Veneto) dove, la lingua d’oc ha conosciuto presto dignità letteraria, dando vita alla poesia provenzale. Tale scuola, che si è sviluppata tra la fine dell’XI e del XIII secolo, ha trasmesso i propri temi alla lirica siciliana e stilnovistica. I poeti provenzali, chiamati trovatori, erano di diversa estrazione sociale, ma accomunati dalla vita a corte dove, grazie al mecenatismo dei signori, potevano comporre per un pubblico elitario.

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trovatoriL’esecuzione della poesia, accompagnata da un supporto musicale di strumenti ad arco o a corde, era spesso affidata agli stessi compositori oppure ad interpreti itineranti, detti giullari, che trasmettevano di corte in corte le creazioni trobadoriche. I temi trattati dalla lirica cortese erano soprattutto di carattere amoroso, politico e morale. L’amore assumeva per i poeti occitani una valenza raffinatrice, che portava ad una crescita intellettuale e morale di chi lo provava. Veniva inoltre paragonato al vincolo vassallatico: si nutriva di ostacoli e riceveva maggior forza dall’impossibilità di possedere la donna amata.

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In questo modo è nato l’amor de lohn
(amore di lontano), che insieme all’uso di un nome fittizio, il senhal, contribuiva a celare l’identità della donna amata e a fare di lei un oggetto misterioso. Le composizioni di argomento politico o morale trovavano invece la loro massima espressione nel sirventese e nel discordo: il primo è un componimento di tono satirico e aggressivo che ricalca, dal punto di vista metrico, la struttura della canzone; il secondo è caratterizzato invece da una successione irregolare delle strofe e da uno schema ritmico variabile.

Dal punto di vista formale la lirica provenzale appariva molto ricca ed elaborata tanto da diventare, come nel caso del trobar clus, di cui Jaufré Rudel e Marcabru sono i maggiori esponenti, difficilmente comprensibile.Tra i maggiori poeti provenzali troviamo ancora Guilhem de Petieu, Arnaut Daniel e Bernart de Ventadorn. In Italia la lirica occitana si è diffusa soprattutto a nord presso la corte di Alberico ed Ezzelino da Romano, governatori della Marca Trevigiana, che nel 1231/32 hanno suscitato con la loro politica un forte interesse presso Federico II di Svevia. Come re di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero egli ha dato vita, all’interno della Magna Curia, ad una nuova esperienza letteraria: la scuola siciliana.

Il suo sviluppo va dal 1230 al 1266 (morte del figlio di Federico) e comprende la produzione dei poeti italiani che gravitavano intorno alla corte palermitana. Si trattava di nobili, tra cui lo stesso Federico e suo figlio Manfredi, ma soprattutto di funzionari di corte che, tra i loro molteplici compiti avevano quello di scrivere poesie. Il più famoso è Iacopo da Lentini, attivo intorno al 1233/45, definito da Dante, nel De Vulgari Eloquentia e nel XXIV canto del Purgatorio, il caposcuola della lirica siciliana. La figura del “ Notaro” va ricordata anche per il sonetto in endecasillabi, di cui è considerato l’iniziatore e per il trasferimento dei temi e degli stili provenzali al volgare italiano.

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Al centro della produzione poetica rientrava, infatti, l’amore cortese, seppur con delle variazioni dovute all’impronta della diversa società in cui i siciliani operavano: essi non si trovavano più all’interno dei castelli feudali dove i sentimenti per la donna erano ricchi di devozione cavalleresca, ma in un ambiente che, per quanto chiuso, rappresentava una corte moderna e laica di uno Stato accentrato. Ne derivava prima di tutto l’abbandono dei temi di argomento politico e morale, dell’accompagnamento musicale, ma soprattutto una visione propria del sentimento amoroso.

L’amore era un desiderio che nasceva dal cuore e dalla semplice visione della donna per passare in seguito ad un’elaborazione mentale ed alla creazione di un ritratto interno, quasi fantastico, dell’oggetto amato. La donna, il cui nome non era più celato, era il centro dell’ispirazione poetica, fonte di gioia e "alegranza" (concetti che saranno ripresi anche nella lirica toscana soprattutto da Guittone D’Arezzo). Il suo amore si fondeva con la poesia stessa. La sua morte, come scrive Giacomino Pugliese (altro pilastro della scuola siciliana), era dunque fonte di tristezza e di rimpianto, proprio perché venivano a mancare tutte le sue qualità che il poeta sperava le fossero rimaste anche in paradiso: le dolzi sembianti, la dolze compagnia, il suo insegnamento, la sua canoscianza (quella capacità che porterà lo stilnovista Cavalcanti a vedere l’uomo in posizione subalterna rispetto alla donna).

La lingua utilizzata dai poeti della Magna Curia era il siciliano illustre, una lingua elegante, appartenente al patrimonio comune dei volgari italiani il cui scopo era quello di “illuminare”. Le forme metriche predilette erano invece il sonetto, spesso compreso all’interno di una tenzone, ossia di una “disputa” fra più poeti su un determinato argomento, e la canzone. Si trattava di componimenti non più accompagnati dalla musica che conoscevano grande interesse anche in Toscana. Qui, in seguito ad una trasformazione profonda del tessuto economico e politico, si è sviluppata una cultura di tipo laico che ha dato luogo ad esperienze e tendenze letterarie di natura eterogenea, ma tutte riconducibili ad un unico modello: il Dolce Stil Novo.

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Questo termine, coniato da Dante, stava ad indicare la produzione poetica sviluppatasi tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento dapprima a Bologna ed in seguito a Firenze. Protagonisti di tale vicenda letteraria erano, oltre al giovane Dante, Guido Guinizelli, Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni ed altri poeti minori: si trattava di intellettuali colti e raffinati, appartenenti ad un ceto aristocratico che tendevano a differenziarsi dal popolo e che davano vita ad una sorta di cenacolo. Ma nello stesso momento in cui realizzavano questo distacco, si mostravano molto legati alla vita del comune, tanto da coniare un nuovo concetto di nobiltà. La gentilezza, come scrive il caposcuola Guido Guinizelli, non consisteva in titoli o ricchezze ereditari, ma in un’intima spiritualità, del tutto indipendente dalla nascita.

Si trattava dunque di una poesia volutamente solitaria che prendeva spunto dai più antichi e più alti poeti provenzali e che tendeva ad esprimere, come indica l’aggettivo dolce, un amore fortemente interiorizzato e spiritualizzato, un sentimento che affinava e rendeva nobili. La donna, come scrive Cavalcanti, era un essere superiore rispetto al quale l’uomo, incapace di poterla comprendere pienamente, si trovava in posizione subalterna. In lei si trovava l’onore, la cortesia, l’umiltà, la bellezza e l’intelligenza: qualità che le facevano assumere spesso una valenza divina.

Un suo sguardo o un semplice saluto era per il poeta fonte di felicità e di salvezza, ma anche di sbigottimento e d’angoscia. La lirica stilnovista era perciò una poesia filosofica che studiava il sentimento in modo astratto e che porterà la sua influenza anche su Boccaccio e Petrarca.
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