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Letteratura: cultura greca e romana

La fusione tra la cultura greca e la romana divenne di fatto sempre più stretta dopo la caduta della Grecia sotto il dominio di Roma

di Redazione 5 aprile 2006
Letteratura
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CULTURA GRECA E CULTURA ROMANA
I Greci dominarono le scuole, ispirarono un affinamento della letteratura latina; scrittori greci si trasferirono in Italia, i Romani andarono a studiare in Grecia. Ancora viva per qualche decennio, la produzione letteraria greca si affievolì tra il sec. I a. C. e il I d. C., per rinascere nuovamente verso il 100 d. C. e conoscere un estremonotevole splendore tra il sec. II e il V.
Solo la poesia pare ormai del tutto isterilita: unico suo frutto delizioso, brillantissimo ma esile, l'epigramma. Questo genere, già tipicamente alessandrino, si sviluppò per tutta l'età romana attraverso decine di poeti; se ne trovano adunati moltissimi in una raccolta in 15 libri che si venne costituendo a più riprese a partire dal sec. I a. C. e intitolata Anthologia Palatina dall'unico manoscritto a noi giunto, conservato nella Biblioteca Palatina di HeidelberGrecia I temi sono quelli funebre, amoroso, descrittivo, trattati con un'arguzia, che è carattere comune a questi brevi, forbiti componimenti.
I maestri più antichi furono, nel sec. III a. C., Asclepiade di Samo, Leonida di Taranto e Nosside; in età romana, Meleagro di Gadara (sec. I a. C.) e Filodemo, suo concittadino e contemporaneo, attivo a Ercolano con grande influenza sui poeti latini del tempo. Notevole sviluppo ebbe invece la prosa, anzitutto quella storica con uno dei suoi massimi geni, Polibio di Megalopoli (ca. 200-ca. 120 a. C.).
Le sue Storie (40 libri, a noi noti i primi 5) sono uno studio autentico della crescita di Roma, dalle guerre cartaginesi ai suoi tempi, con la presentazione dei fatti e la discussione delle loro cause. Sono invece banditi i discorsi e gli altri abbellimenti retorici: l'opera è delle più spoglie e incolori letterariamente, con stile impacciato e pesante; anche la freschezza della scrittura greca è tramontata per sempre, ma è nato un nuovo, moderno modo di fare la storia come scienza. Solo come compilatori di ampie sintesi storiche vanno poi ricordati Dionisio d'Alicarnasso, che fu anche retore, e Diodoro Siculo nel sec. I a. C.; Appiano e Dione Cassio nel II d. C.; e per la geografia Strabone (sec. I a. C.-sec. I d. C.) e Pausania (sec. II d. C.).
Più interessanti per la partecipazione personale, La guerra giudaica e le Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe, un ebreo palestinese coinvolto nello scontro fra i suoi connazionali e i Romani a Gerusalemme nel 70 d. C.; e, per i loro valori intrinseci e per l'enorme fortuna nei secoli seguenti, fino al nostro, gli scritti di Plutarco di Cheronea (ca. 46-ca. 125 d. C.). Nelle Vite parallele, serie di biografie di Greci e di Romani in parallelo, gli avvenimenti cedono al tipo, alla caratterizzazione umana e morale del personaggio. L'opera è significativa del suo tempo proprio per questa minuzia storica collegata con la filosofia e per il senso estetico greco accoppiato al patriottismo romano.
Il suo alto senso morale risente dell'epoca, quando lo stoicismo si diffonde a Roma fino a raggiungere il trono. Già tra il sec. II e il I a. C., Panezio e Posidonio Rodio avevano recato la ricchezza delle scienze e del pensiero greci, con eclettismo, fra le classi colte romane. Nel sec. I d. C. fu Epitteto, uno schiavo frigio domiciliato a Roma e poi in Epiro, ad attrarre col suo insegnamento e il suo esempio stoico.
Poi lo stesso imperatore Marco Aurelio scrisse in greco i suoi Ricordi, austeri e persino cupi per gli insegnamenti dello stoicismo e ancor più per una profonda personale malinconia. Ma il suo stesso secolo (II d. C.) vedeva ormai piuttosto la risurrezione della sofistica: filosofi-retori acquistavano successi con le loro conferenze vuote e negative ma brillanti; il più celebre è Luciano di Samosata (ca. 120-ca. 180), che incarnò un'età ormai priva di ideali e di fermenti culturali vivi e originali. Alla fine del sec. II fiorì anche un genere poco coltivato nell'antichità: il romanzo, d'avventura e d'amore, che ebbe i suoi autori più rappresentativi in Senofonte Efesio, Longo Sofista, Achille Tazio.



RETORICA E SOFISTICA, IL PERIODO BIZANTINO
La retorica e la sofistica occuparono il secolo seguente, quando pur nacque l'ultimagrande scuola filosofica del paganesimo, il neoplatonismo: una ripresa a sfondo fortemente mistico e irrazionale del pensiero di Platone, con tutte le complicazioni ma anche gli ammodernamenti del pensiero orientale e cristiano, che ha avuto il suo maestro nell'egiziano Plotino (205-270). Ancora nel sec. IV, accanto a retori e sofisti come Imerio, Temistio e Libanio, e nella scarsità di altre manifestazioni letterarie, la filosofia neoplatonica ebbe grandi cultori, quali Giamblico, scolaro di Porfirio, e l'imperatore Giuliano (331-363), e più tardi ancora, agli inizi del sec. V, una donna, Ipazia, e Proclo. Per il resto, non continuarono che gli studi retorici, le compilazioni storiche e grammaticali, il romanzo, la poesia epigrammatica. Un'ultima fiammata la letteratura greca ebbe sotto Giustiniano, imperatore a Costantinopoli dal 527 al 565: fu l'età dei poeti Agatia e Paolo Silenziario e delle Storie di Procopio, con cui si apriva ormai il periodo bizantino.
Del resto, caratteri suoi particolari di spirito, se non di lingua, e in parecchi casi anche di idee, aveva già avuto negli ultimi secoli la letteratura cristiana in greco, accanto a quella pagana: in greco si erano diffuse le Sacre Scritture, greci erano stati i primi apologisti della nuova religione, quali Giustino e Clemente Alessandrino nel sec. II; poi i grandi teologi quali Origene (sec. III), i polemisti quali Atanasio, gli storici quali Eusebio, e i padri della Chiesa, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo e Giovanni Crisostomo, nei sec. IV e V.

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Giovangualberto Ceri martedì, 29 giugno 2010

Ipazia e Dante

Gentilissima Signora,

nel Film "AGORA'" su IPAZIA - JOHN TOLAND, Ipazia, Editrice Clinamen, Firenze, 2010 - mancano assolutamente i riferimenti ASTROLOGICI: ed è gravissimo!!! Le scuole neoplatoniche dei primi secoli non erano guidate in tale modo. Il film è stato comunque culturalmente molto utile, se pur, da un punto di vista artistico, criticabile. Comunque ne andrebbero messi in scena altri riguardanti argomenti simili. L' utilità del film avrebbe potuto essere evidenziata anche da MARINO discepolo di PROCLO, poiché egli racconta che Proclo stesso (Vita Procli, 30: cfr. PROCLUS, Théologie platonicienne, livre I, par H.D. Saffrey et L.G. Westerink, Paris, Les Belles Lettres, 1968, pp. XXII – XXIII), per aver custodito in casa sua la dea Atena, avrebbe poi rischiato di fare la stessa fine di Ipazia. Così erano diventate molte sette cristiane una volta finite le prime comunità apostoliche, cioè della DIDACHE'. Alcuni interventi all’epoca del Concilio VATICANO II sembrarono indicare di dover tornare a queste primissime comunità.

Fino a Dante, e perciò anche nelle antiche scuole neoplatoniche di Atene e di Alessandria, non esistevano comunque semplici lezioni astronomiche senza riferimenti all'astrologia tolemaica e, conseguentemente, senza l'identificazione, quanto meno, dei quattro umori, UMIDO, CALDO - fecondi e attivi e perciò nobili e montanti- , e SECCO e FREDDO - distruttivi e passivi e perciò volgari e volgenti - (Tetrabiblos, I, V, 1-2; I, VIII, 1-2). Anche Dante incentra, sia il viaggio della Commedia, che gli altri episodi simbolici della Vita Nuova e del Convivio sui quattro umori esercitati dagli astri durante il loro moto (rivoluzioni sinodiche, o aspetti dei pianeti in rapporto col Sole) e peculiarmente sugli umori umido e caldo in quanto, appunto, nobili e montanti (Convivio, IV, XXIII). Vedere il Link: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA). Che gli storici e i letterati non ne parlino, e non vogliano prenderne atto, non significa affatto che la realtà non fosse allora immaginata nel modo da me evidenziato, cioè tutta sussumibile sotto questi quattro umori che, per questo, erano ritenuti universali (Cfr. Par., XXXIII, 7-9).

Il problema della teorizzazione del movimento ELLITTICO dei pianeti messo in evidenza da Ipazia, a migliore giustificazione delle loro apparenze in cielo, è importante, ricorda la passione per la ricerca dei neoplatonici, ma la loro passione per la ricerca stessa andava ben oltre questo semplice aspetto astronomico-gravitazionale a noi tanto caro. Essi erano ancor più impegnati nel problema della spiritualizzazione dell'anima: problema i cui tentativi di risoluzione venivano ugualmente sottoposti ad osservazione scientifica, empirica, sia pure sotto il profilo della soggettività, cioè, diremmo noi, di una “scienza universale dell’anima in generale” (E. HUSSERL, La Crisi delle scienze europee, § 69).

I pianeti ontologicamente influenti erano inoltre i primi cinque in base a CLAUDIO TOLOMEO, ma anche a Dante, e andavano gerarchicamente dalla Luna a Marte (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte). La Luna si immaginava, non a caso, assai vicino alla Terra e alla sua fertilità e l’angelo signore di questo primo e più basso cielo, o pianeta, non per caso è GABRIELE. Le gerarchie angeliche della cultura cristiana sono ovviamente parto della mentalità di rimonta verso l’Uno, verso il Bene, del mondo platonico e neoplatonico. Non per caso furono meglio messe a fuoco da DIONIGI L’AREOPAGITA (Atene, I secolo d.C.), come testimonia anche Dante (Par., XXVIII, 130-132) e perciò tali gerarchie già indicando l’angelo Gabriele quale signore del cielo della Luna la quale, per la maggior parte della gente, così scrive Tolomeo, attraverso il suo novilunio (umido) e plenilunio (caldo), influenza positivamente la fecondazione degli animali e la semina delle piante (Tetrabiblos, I, III, 14). Questo, per senso, era il mondo neoplatonico.
Ritornando alla neoplatonica Ipazia, sulla Terra esisterebbe, per la Tradizione esoterica, un problema riguardante SATANA: cioè la non volontà di resurrezione quale conseguenza indiretta degli influssi di incarnazione esercitati dalla Luna sulla Terra.
Al contrario Marte, essendo assai più vicino al più alto dei cieli, ed essendo lontanissimo dalla Terra, darebbe luogo al problema riguardante LUCIFERO: cioè la non volontà di incarnazione.
Il cielo della Luna già presiede alla GRAMMATICA che permette all’essere umano di iniziare ad incarnarsi nella cultura. Il cielo di Marte presiede invece alla MUSICA che permette all’essere umano di affrontare la morte con convinzione, cioè col superamento di essa stessa: Marte-Musica-Martirio-Morte. Nella sua piena completezza Marte inclina dunque al versamento del sangue per la verità, mentre la Luna inclina al poter fare incarnare Colui che sarà all’altezza di questo compito, di questa verità-realtà ontologico-vissuta (Convivio, II, XIII, 8; Commedia, Par., XIV, 103-108). Lo ripeto, questo, per senso, era il mondo neoplatonico da cui Dante fu fortemente influenzato, forse seguendo anche l’arabo Avicenna, o l’ebreo Abramo Ibn Ezra (Avenare).
Ontologicamente, per arrivare a tanto, bisognerà però che prima l'anima discenda dagli influssi dei cieli superiori alla Luna e che si estendono fino al cielo di Marte, per così incarnarsi sulla Terra. Le aspirazioni dell’anima dovranno vincere la luciferina e simbolica non volontà di incarnazione presente nei cieli superiori: ed è qui che essa può essere aiutata dagli influssi della Luna andando però incontro poi, una volta incarnatasi sulla Terra, alla satanica non volontà di resurrezione. Ma a risolvere questo ulteriore problema interverrà la potenza di Cristo.
LUCIFERO e SATANA appaiono dunque anche come due campi di forza opposti e necessari, quindi scientificamente utili, alla maturazione dell'uomo completo qualora riescano cristicamente a crocifiggersi l’uno sull’altro.
Quando allora il nostro allievo dedica ad Ipazia, nell'agorà, la sua musica è simigliante al cielo di Marte e sottostà perciò al problema della non volontà di incarnazione, ovviamente. Ipazia l'ha capito, e se l’ha capito, quale docente della Scuola, cosa vorrà ancora insegnargli? Potremmo anche ipotizzare che Ipazia non sia mai esistita, però, essendo stata costruita la sua storia, essa stessa dimostrerebbe, a più forte ragione, che il problema di questi delitti, o assassini, o martirizzazioni, esisteva.
Quando dunque Ipazia contraccambia, nella storia, didatticamente l'omaggio fattole dal suo allievo, regalandogli il suo fazzoletto macchiato del suo mestruo, intanto il simbolo è ovviamente quello del cielo della Luna, mentre il consiglio non potrà essere che quello di doversi anche lui meglio incarnare. Dunque Ipazia, seguendo i significati astrologici, per il suo regalo legato alla Luna, consiglierebbe all’allievo di incarnarsi meglio, più completamente, oltre che di continuare, ovviamente, a dedicarsi alla musica. E siamo qui all’inizio e alla fine (Luna-Marte) del tragitto ontologico dell’essere umano in base agli influssi dei pianeti.
Anche Gesù Cristo si incarnò attraverso gli Uffici del signore del cielo della Luna: l’ANGELO Gabriele, che sarebbe perciò un grave errore chiamare ARCANGELO, come invece si legge anche in alcuni testi promossi dalla Conferenza Episcopale Italiana.
I due campi di forza della NON VOLONTA' (non volontà di incarnazione per chi si trova in cielo, e a più forte ragione in quello della musica; e non volontà di resurrezione per chi si trova sulla Terra in conseguenza degli influssi della Luna), per tentazione reciproca danno luogo, ontologicamente, alla Croce di Cristo che, se intesa come simbolo di scienza, diventa e simboleggia la contemporanea volontà di incarnazione e di resurrezione. Questa è la Croce di Cristo. Cristo, ovvero l'Uomo che insegna la strada della deità, deve diventare infatti potente di incarnazione e di resurrezione: da qui, appunto, la CROCE DI CRISTO come simbolo, ormai trascurato, di una scienza della soggettività in generale e dell'evoluzione della persona. Questa traiettoria esistenziale risulta anche dagli insegnamenti, ancorati alla Tradizione, del Filosofo e romanziere francese RAYMOND ABELLIO (cfr. R. ABELLIO, LA STRUCTURE ABSOLUE, Essai de phénoménologie génétique, coll. Bibliothèque des Idées, Gallimard, Paris, 1965, pp. 23, 244, 333-353, 358, 440, 450-462, 469-475, 519. A pagina 349 egli così scrive, p.e., : “Il cielo è il germe di una terra ideale, ma esso, in quanto luciferino, dovrà incarnarsi sulla Terra. Non può restare germe. Il campo simbolico di forza luciferino che sta in cielo e quello satanico che viviamo qui sulla terra rendendola un’Inferno, non si conoscono però come tali e, da qui, l’impotenza a crocifiggersi l’uno sull’altro mancando loro, momentaneamente, una sufficiente reciproca tentazione”, p.349).
Il contraccambio del regalo, MUSICA CONTRO MESTRUO, fatto da IPAZIA punterebbe dunque, considerandolo sotto questo profilo esoterico-scientifico, alla maturazione del suo allievo e, più in generale, alla realizzazione futura di una terra ideale: la pagana NOVELLA TROIA promessa da Giove a sua figlia Venere mattutina e perciò UMIDA E CALDA (VIRGILIO, Eneide, libro primo, 254-260; Annibal Caro, 416-421) e, ugualmente, alla realizzazione della cristiana NUOVA GERUSALEMME TERRESTRE.
Ipazia, sotto il profilo scientifico-spirituale, cioè della ricerca della verità è, paradossalmente, già più cristiana dei cristiani e del suo allievo, e dunque non per caso è lei a versare il sangue per la verità, ad essere martire: Marte-Musica-Martirio-Morte e quindi assai vicina a Cristo crocifisso. Scrive Dante: “In forma dunque di candida rosa / mi si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa;” (Par., XXXI, 1-3).
E' interessante ricordare come Dante MALEDICA nel Convivio quei cristiani che non vedono nella paganità classica la spinta necessaria per diventare autentici cristiani. Egli sta dunque dalla parte di Ipazia mentre così scrive: "Maledetti siate voi (cristiani traviati), e la vostra presunzione, e chi a voi crede" (Convivio, IV, V, 9).

Non si può studiare il medioevo e la classicità, come anche gli egizi e i caldei (Tetrabiblos, I, XXI, 1; I, XXI, 8; I, II, 15; I, III, 18; II, XI, 3), solo riempiendosi la mente di avvenimenti, di episodi storici e di cronaca e di date poiché tale indirizzo è parziale, intimamente deludente, e infine finisce per impoverire lo studente e la cultura. Per studiare con autentico profitto culturale le epoche passate bisognerà invece cercare prima di tutto di impadronirsi delle scienze di allora, delle epoche di cui intendiamo riferire poiché è di esse stesse che ha vissuto l'umanità di cui vogliamo riferire. Per il progresso esistenziale della nostra civiltà è interessante il vissuto di queste epoche a noi lontane e non l’esibizione mnemonica di dati spesso manualistici. Il compito è difficile, faticosissimo e rischioso ma possibile, comunque ineludibile.
Scriveva EUGENIO GARIN che l'università delle Scienze Umane, sotto questo profilo, fa pena. Io ho condiviso il suo sentimento e ho cercato di porre alcuni qualificanti rimedi con lunghi, continuativi e faticosissimi studi. Il risultato didattico è però rimasto inascoltato. Oggi mi domando: Perché?
Con un saluto.
Firenze, 27 giugno 2010,

Giovangualberto Ceri
Tel. 055 - 650.55.37 -
cell. 333.396.1191

n° 2
Uniroma.tv venerdì, 19 febbraio 2010

Nello specchio del mito

Al seguente link potete vedere il servizio realizzato da UniromaTV dal titolo "Nello specchio del mito"


http://www.uniroma.tv/?id_video=14938


Ufficio Stampa di Uniroma.TV
info@uniroma.tv
http://www.uniroma.tv

n° 1
Giovangualberto Ceri giovedì, 16 settembre 2010

R: Nello specchio del mito

Gentile, ignoto ed ideale Professore,
anch’io, forse, avrei bisogno di andare, come dicono, in analisi per Disturbo Narcisistico della Personalità. Infatti, pur avendo ottenuto in Clinica Psichiatrica trenta a lode allo scopo sottaciuto di dimostrare che non avevo alcun disturbo mentale, tendo ugualmente a sentirmi, nella materia di cui mi occupo, DANTE E CLAUDIO TOLOMEO, a livello decisamente superiore agli altri e, perciò, sono, o sarei, da curare. Può uno sentirsi da sé superiore senza destare sospetto, o scandalo? Ho inoltre, come aggravante, la necessità di vedermi ammirato per le mie grandi e numerose scoperte sull’OPERA dantesca, e non mi importa nulla se gli altri, cioè gli esegeti famosi che si sono alternati durante sette secoli, compreso un Premio Nobel, avendo io ragione, possono finire per fare la figura degli asini.
Il problema è però anche: ho ragione io? Ho io scoperto veramente nuove ed importanti verità scientifiche capaci di resistere alla prova? Oppure le mie sono fantasticherie al fine di soddisfare semplicemente il mio narcisismo? Poiché, se avessi ragione, resterei sì narcisista, però la cultura potrebbe ugualmente fare un interessante passo in avanti a livello internazionale e, con essa, penso anche la civiltà. Dunque il mio eventuale psicoterapeuta dovrebbe prima anche tentare di entrare nel merito di quello per cui io mi auto-elogio per averlo scoperto.
E, sì…! Poiché se non mi congratulo io, con me stesso, chi si congratulerà con me in questo mondo prevalentemente fatto di egoisti, di pensa per sé e basta e di invidiosi? Ecco dunque un mio piccolo assaggio: YOUTUBE. Si veda il Link: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.
Con un saluto,
Firenze, 15 Settembre 2010
F.to GIOVANGUALBERTO CERI

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