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Approfondimenti su Aristotele (II° parte)

Mentre la dottrina platonica han una validità attuale, l'aristotelismo, risulta sostanzialmente estraneo al pensiero moderno.

di Redazione Studenti 22 marzo 2006
Aristotele: Indice
Vita
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La caratteristica tipica delle virtù era costituita dal fatto che esse si acquisivano con l'insegnamento e la ripetizione e stavano a metà strada fra gli eccessi opposti. Secondo il pensiero aristotelico, era possibile attuare la virtù soltanto nell'ambito di una società organizzata o all'interno dello Stato, il quale non annullava le forme sociali più ristrette.
Nell'ambito dello Stato, era sempre presente la distinzione fra i cittadini liberi, capaci di autogovernarsi, e gli schiavi, che erano invece incapaci; da ciò derivava la necessità della presenza della famiglia, della schiavitù (ritenuta come un elemento di riproduzione) e della proprietà.
Il fine ultimo dello Stato consisteva nell'attuazione delle virtù politiche, basandosi sempre sul rispetto delle leggi e delle libertà di tutti i cittadini; inoltre, la libertà era strettamente collegata all'obbedienza alle leggi da parte di tutti gli abitanti. La politica era, secondo Aristotele, legata alla morale perché l'uomo poteva raggiungere la felicità solamente nella vita associativa, che è appunto quella dello Stato.
Il filosofo ha inoltre esaminato le varie forme di governo che potevano attuarsi in uno Stato: la monarchia, l'aristocrazia e la politia, sostenendo che ciascuna di esse era soggetta a una degenerazione; infatti, la monarchia degenerava nella tirannide, l'aristocrazia nell'oligarchia e la politia nella democrazia. Secondo Aristotele, quindi, non esisteva una forma perfetta di governo, in quanto erano tutte soggette alla degenerazione, ossia al loro eccesso negativo. Egli ipotizzava che lo Stato ideale fosse costituito da una forma di governo capace di riunire tutti i pregi della monarchia, dell'aristocrazia e della politia.
È importante considerare anche la concezione estetica di Aristotele. Egli ha ripreso il concetto platonico dell'arte intesa come imitazione (mimesi), ma secondo la sua dottrina, la poesia non riproduceva le cose così com'erano, bensì come avrebbero potuto essere; pertanto, la poesia non aveva come oggetto il vero e il reale, ma il verosimile.
Partendo da questo presupposto, Aristotele affermava che la poesia era più filosofica della storia, in quanto, mentre quest'ultima parlava degli avvenimenti e dei personaggi particolari di uno specifico periodo storico, la poesia, invece, tendeva all'universale, rappresentando situazioni possibili, uomini possibili in condizioni e circostanze possibili; ciò avveniva, ad esempio nei drammi tragici e comici. Quindi, secondo la concezione aristotelica, mentre la storia tendeva al particolare, la poesia, al contrario, tendeva all'universale. L'intuizione dell'universale era vincolata da una legge di verosimiglianza e di necessità, che non separava la rappresentazione fantastica dal riferimento alla realtà.
Aristotele si opponeva alla concezione platonica secondo la quale l'arte stimolava le basse passioni, enunciando la dottrina della catarsi, ovvero della purificazione. In base al pensiero aristotelico, il fine dell'arte consisteva nel creare un piacere suscitato da sentimenti forti e provati in maniera molto intensa; di questo piacere si parlava in particolare nella tragedia, dove esso scaturiva dalla pietà e dal timore che derivavano dalla mimesi.
Quest'ultima, consistente nell'identificazione con le passioni, le emozioni e le sensazioni dei personaggi tragici da parte degli spettatori, effettuava attraverso la pietà e il timore provati dal pubblico, la purificazione di questi sentimenti. Dunque, vivendo intensamente le passioni e i sentimenti dei personaggi scenici, gli spettatori si libererebbero, mediante una specie di terapia omeopatica, del peso delle passioni stesse; questa liberazione era considerata come una depurazione dell'anima da ogni squilibrio e come un metodo capace di ripristinare l'armonia interiore.
La catarsi apportava, inoltre, una modificazione qualitativa delle passioni, non eliminandole, ma sopprimendo in esse l'irregolare irrazionalità da cui erano caratterizzate quando scaturivano da esperienze di vita.
Il pensiero aristotelico fu studiato e commentato fino al IV secolo d. C. e, dopo aver subito un periodo di eclissi, fu riscoperto e diffuso nel XII secolo d. C. grazie ai commenti di Averroè, successivamente tradotti in latino, e di San Tommaso.
Si può notare che, mentre molti concetti della dottrina platonica hanno una validità attuale, l'aristotelismo, invece, risulta sostanzialmente estraneo al pensiero moderno.

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Commenti

ciao domenica, 26 marzo 2006

aristò

inda u culo......................aristotele........

n° 1
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