Aristotele fu discepolo di
Platone, ma rispetto al suo maestro dimostrò sempre
un’autonomia ideologica che fin dall’inizio lo
portò in polemica con la filosofia del maestro. Alla
morte di Platone (347), Aristotele si allontana da Atene e dopo essere
stato alla corte di Ermia, signore di Atarneo e a Mitilene, viene
chiamato in Macedonia dal re Filippo con l’incarico di
provvedere all’educazione del giovane Alessandro, il futuro
conquistatore dell’impero persiano. Nel 335 ritorna ad Atene
dove apre una propria scuola il Liceo (così chiamata dal
luogo in sorse, sacro ad Apollo Licio) e successivamente Peripato
(dall’abitudine del maestro di impartire lezioni passeggiando
con gli allievo sotto un portico coperto, il peritato).
Il corpus delle opere Aristotele comprendeva circa 200 opere, ma le
superstiti sono solo 47. Aristotele distingue tra le sue opere quelle
essoteriche, destinate alla diffusione esterna, e quelle esoteriche
destinate all’ascolto per l’uso interno alla
scuola. Delle opere essoteriche ne è stata tramandata in
maniera quasi completa soltanto una,
La costituzione degli
Ateniesi; tutte le altre arrivate a noi sono opere
esoteriche. Alla morte di Aristotele esse passarono in
eredità al suo discepolo Teofrasto e da lui tramandate di
generazioni in generazione. Furono edite per la prima volta dal
filosofo Andronico di Rodi, che le dispose nell’ordine in cui
ci sono giunte.
L’indagine aristotelica abbraccia tutti gli aspetti
del sapere antico: filosofia, storia politica, fisica,
matematica, scienze naturali, astronomia, morale, retorica e poetica.
Lo stile di Aristotele dagli antichi veniva considerato di altissimo
livello: tale giudizio, infatti, derivava dalla lettura delle opere
essoteriche, molte delle quali in forma dialogica, che, essendo
destinate alla pubblicazione, avevano un alto grado di elaborazione
formale. La perdita totale di questa parte della produzione
aristotelica non ci permette di confermare o dare qualsiasi tipo di
valutazione stilistica: l’unica rimasta, la Costituzione
degli Ateniesi, appartenente all’ultimo periodo della vita
del filosofo, presenta una forma espressiva lineare, scarsamente
elaborata, che solo qua e là lascia intravedere i tratti
caratteristici della personalità artistica del filosofo.
Gli scritti esoterici, appunti stilati per le lezioni che
Aristotele teneva ai suoi discepoli, presentano un grado di
elaborazione stilistica e strutturale molto diversa : alcuni
parti sembrano semplici appunti, altre vere e proprie lezioni
organiche; la concentrazione dei concetti e i salti di passaggi logici
presuppongono un’interazione tra allievo e maestro che
certamente li rendeva immediatamente comprensibili
all’interno del Liceo, ma che al lettore moderno pongono non
pochi problemi di interpretazione perché ci si trova a dover
intuire pensieri sottointesi.
La lingua di Aristotele è un miscuglio di attico
letterario e attico volgare parlato nell’Atene del
IV secolo a.c., arricchita dall’introduzione di nuovi
vocaboli tecnici atti a chiarire meglio il pensiero:
un’anticipazione della koinh , il greco usato da tutti gli
scrittore dell’età successiva, il cosiddetto
Ellenismo.
Lo stile nelle opere aristoteliche è caratterizzato
per lo più da frasi brevi; nella costruzione del periodo
predomina il modulo paratattico. Le principali caratteristiche si
possono così riassumere:
- frequente ricorso all’ellissi di interi pensieri o parti di
essi, o solo del verbo esti;
- tendenza a sostantivare con l’articolo aggettivi e pronomi
neutri, ma anche participi, infiniti o intere frasi infinitive o
interrogative;
- uso dell’articolo in funzione di pronome;
- propensione a procedere per opposizioni con frequente uso delle
correlazioni;
- uso dell’aggettivo neutro concordato con generi diversi;
- largo impiego dell’avverbio oion nelle comparazioni o nelle
esemplificazioni.
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ottimo
davvero soddisfacente,mi ha chiarito molti dubbi