Mafia: dalle origini dell'organizzazione alle stragi

Di Barbara Leone.

Approfondimenti didattici sull'organizzazione malavitosa, dalla sua fondazione alle stragi di Capaci e di via d'Amelio contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Con il termine “mafia” si indica un’organizzazione malavitosa che si configura come un sovrastato, cioè una sorta di stato indipendente all’interno dello stato nazionale. La mafia si è sviluppata in Sicilia dopo l'abolizione del sistema feudale nel 1812. Il trasferimento di gran parte della proprietà terriera alla borghesia ha infatti indotto i nuovi proprietari ad organizzare bande o squadre per il controllo territoriale. Le bande fungevano da mediatori tra ladri e derubati, tra contadini e nuovi proprietari e davano protezione agli affiliati. Dopo l'Unità d'Italia ci sono stati i primi esperimenti di coordinamento fra cosche. La sottovalutazione del fenomeno mafioso da parte del governo centrale ha permesso la penetrazione della mafia nelle istituzioni legali, legittimando ulteriormente il potere mafioso agli occhi dei siciliani.

La campagna repressiva contro la mafia, voluta da Mussolini dopo un viaggio in Sicilia nel maggio del 1925 e affidata al prefetto Cesare Mori, si è articolata su un piano sia repressivo che sociale: da un lato si faceva ricorso a misure di polizia per sradicare i mafiosi dai territori controllati e attaccarne il prestigio presso le comunità; dall'altro l'azione era rivolta a neutralizzare il peso del ceto intermedio, abolendo le elezioni politiche e amministrative e riservando allo Stato le funzioni di protezione e di regolamentazione economica. Con la caduta di Mussolini la mafia è riapparsa. Gli uomini d'onore, antifascisti convinti, sono passati dal carcere alle cariche pubbliche. In realtà, gran parte dei mafiosi era sfuggita alla repressione fascista rifugiandosi negli Stati Uniti d'America, dove hanno dato vita all'Unione siciliana, chiamata più tardi Cosa nostra. La mafia da rurale è diventata urbana, attirata da nuove fonti di profitto: edilizia, mercati generali e appalti.

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Settori in cui si è presentata nelle vesti tradizionali di protettrice, imponendo tangenti agli imprenditori e finendo poi per gestire in proprio l'iniziativa imprenditoriale, che poteva contare su efficaci metodi di scoraggiamento della concorrenza e sull'accaparramento dei finanziamenti pubblici. In questi anni si è intensificato il rapporto fra cosche mafiose e partiti politici, per i quali la mafia non mostrava alcun interesse ideologico, limitandosi a indirizzare il consenso verso lo schieramento in grado di fornire le maggiori garanzie di conservazione del proprio potere. Dopo aver superato i primi processi alla fine degli anni ’60, la mafia durante gli anni 70 ha svolto un'opera di rafforzamento del proprio tessuto organizzativo per renderlo adeguato ai mutati scenari criminali, dal contrabbando al traffico di stupefacenti. Il rapporto con le istituzioni è diventato più conflittuale, prevedendo, come unica alternativa alla corruzione dei rappresentanti dei poteri statali, l’eliminazione degli stessi, con metodologie di tipo terroristico.

Nel 1962 è stata istituita la prima Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia in Sicilia, che però non ha dato risultati apprezzabili. Sono state varate nuove leggi che hanno introdotto il reato di associazione di stampo mafioso e hanno definito giuridicamente il delitto di mafia. Nel 1982 è nato l'Alto commissariato per la lotta alla mafia e nel 1983 la nuova Commissione parlamentare antimafia, che è tuttora in funzione. Queste misure sono culminate nel 1986 nel primo maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone. Nel frattempo si è scatenata una violenta offensiva mafiosa contro i rappresentanti del governo o contro chi ostacolava le alleanze politiche e mafiose.

Nel 1991 è stata istituita una Direzione investigativa antimafia, la DIA, e una Direzione nazionale antimafia. Consistenti successi giudiziari si sono registrati solo col ricorso sistematico ai cosiddetti pentiti o collaboratori di giustizia, che hanno permesso agli investigatori di penetrare all'interno dell'organizzazione di Cosa Nostra. La mafia ha comunque colpito importanti personalità che hanno dedicato la propria vita alla lotta contro questa organizzazione. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, definiti “martiri della giustizia” da Giovanni Paolo II, sono stati uccisi nel 1992 a distanza di due mesi.

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La strage di Capaci

Giovanni Falcone è stato ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, mentre rientrava da Roma. Atterrato all'aeroporto di Palermo, il giudice e la moglie Francesca Morvillo sono partiti con la scorta per rientrare a casa. Alle 17:58 una carica di cinque quintali di tritolo nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine è stata azionata da Giovanni Brusca, sicario incaricato da Totò Riina di uccidere il giudice. L'esplosione ha travolto la prima auto della scorta, sulla quale viaggiavano i 3 agenti della scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, tutti morti sul colpo. L'auto del giudice si è schiantata contro un muro di cemento. Il giudice è morto durante il trasporto in ospedale per una serie di emorragie interne, mentre la moglie è morta durante la serata per complicazioni. Gli agenti della scorta che viaggiavano sulla terza auto (Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo) sono rimasti feriti, ma si sono salvati. La notizia della sua morte si diffonde rapidamente ed iniziano a circolare volantini con una citazione del giudice: "Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".

La strage di via D'Amelio
Il 19 luglio 1992, dopo aver mangiato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino, insieme alla scorta, è andato in via D'Amelio a trovare la madre. Al suo passaggio sotto la casa della madre è esplosa una Fiat 126 con circa 100 kg di tritolo a bordo. Nell'esplosione, oltre al giudice, sono morti i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, la prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Unico sopravvissuto è stato Antonino Vullo, rimasto ferito mentre stava parcheggiando una delle auto della scorta. Pochi giorni prima di essere ucciso, Borsellino aveva dichiarato di essere un “condannato a morte”. Sapeva infatti di essere nel mirino di Cosa Nostra ed era consapevole che prima o poi l'organizzazione sarebbe arrivata a colpirlo.

Approfondimenti didattici
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