Luciano di Samosata: caratteristiche della lingua e dello stile

Di Redazione Studenti.

Scrittore per l'irriverenza e l'ironia presenti nella sua produzione, Luciano ebbe, tra i suoi estimatori, anche Giacomo Leopardi che definì il suo stile "elegantissimo"

Luciano nasce a Samosata, capoluogo della Siria Commagene,  intorno al 120 d.C. da una famiglia di modeste origini. Intraprese da giovane l’attività di sculture, andando a studiare in bottega dallo zio materno. Purtroppo ben presto, come dice egli stesso nella sua opera Il Sogno, abbandonò tale mestiere perché non ne aveva la stoffa.
Partì alla volta di Smirne, dove frequentò le scuole greche di grammatica e retorica, presso i sofisti dell’epoca. Una volta acquisita una perfetta padronanza della lingua e della letteratura greca, si diede prima all’avvocatura, poi divenne conferenziere itinerante, nonché maestro di retorica. Questo gli permise di viaggiare un po’ in tutto il Mediterraneo, dall’Asia minore alla Grecia, fino all’Italia, la Gallia e l’Egitto. Muore nel 180 d.C. ad Atene.

Luciano rappresenta un particolare intreccio di culture: la cultura locale del luogo in cui nasce era semitica, la lingua greca, la koinè, era la lingua internazionale, il latino era la lingua dell’amministrazione (la Siria Commagene, infatti, fu definitivamente romanizzata da Vespasiano).
Grazie agli studi retorici Luciano apprende il greco attico, lingua non parlata più da secoli, e la cultura letteraria antica, che diventerà la base del repertorio che egli utilizzava per le sue invenzioni giocose, perfette a divertire il suo pubblico. E’ l’epoca della seconda sofistica, quando ormai l’oratoria pubblica ha del tutto perso il valore politico che aveva nell’età classica: essa finì per fare dell’eloquenza un fine, anziché un mezzo, e quindi trasformò l’oratoria in una raffinata forma di spettacolo.

Tranne La Storia vera, Luciano non scrisse nessuna opera di grande respiro: non dimentichiamo che egli traeva sostentamento da una letteratura di intrattenimento. Di Luciano ci è stato tramandato un corpus di 85 scritti, la cui cronologia è però incerta.
Da quanto scrive lui stesso nelle sue opere, dopo essersi dedicato ai temi tipici della sofistica (L’elogio della Mosca, il Diseredato, ecc…), al ritorno da Roma si interessa di filosofia, contaminandola con il mito (Le Vite all’asta) oppure scrivendo biografie negative di filosofi-santoni-guaritori. Luciano mostrò ad un certo punto grande interesse per la forma letteraria del dialogo, e ne scrisse quattro raccolte: Dialoghi dei mortiDialoghi mariniDialoghi degli dei, Dialoghi di cortigiane. La novità sta nel fatto che egli innova profondamente questo genere letterario, operando un’elegante sintesi di elementi già noti, quali il dialogo socratico, la diatriba cinica, il mimo, l’epos omerico, dando vita ad effetti divertenti ed esilaranti.

Come abbiamo detto all’inizio, Luciano adotta una lingua artificiale, il dialetto attico e quello ionico, ormai relegati al solo uso letterario. Ma in Luciano troviamo forme tipiche della koinè insieme alle forme attiche: non è raro trovare accanto all’attico gignèsthai il gìnesthai della koinè; oppure possiamo trovare l’uso della prima persona dell’imperfetto émen( io ero ), forma ormai consolidata nel II secolo d.C., perché permette la distinzione rispetto alla forma attica èn, valida sia per la prima che la terza singolare.
Giacomo Leopardi definì lo stile di Luciano “elegantissimo”: la vis comica, l’ironia, l’uso sapiente della lingua attica trovano nella sua prosa un perfetto equilibrio tra ricercatezza e semplicità.
Le caratteristiche principali del suo stile sono:
- frequente ricorso ai costrutti participiali;
- uso dell’articolo in funzione sostantivante;
- lessico preciso e talora colloquiale;
- uso ricorrente di sostantivi e di aggettivi composti.


Come abbiamo detto prima, la chiave interpretativa per comprendere lo stile di Luciano è l’ironia. Essa viene ottenuta in diversi modi:
- accostando elementi dissimili tra di loro: ad esempio inserire una citazione mitica in un contesto meschino per ottenere un effetto stridente e dissacrante .
- l’uso di lessico, giri di parole ed elementi narrativi tolti dal loro ambito e dal loro contesto, come il lessico del Vecchio e Nuovo Testamento, spesso usati nella Storia Vera con intenti derisori.