Letteratura: dall'età dell'oro all'età alessandrina

Di Redazione Studenti.

La filosofia e l'eloquenza, la tecnica e l'intellettualismo, la scienza e l'erudizione nel contesto greco

Letteratura
- Lingua
- Omero e l'Epoca della Lirica
- Il Secolo del Teatro e della Prosa
- Filosofia ed Eloquenza, la fine dell'età d'oro
- Il Periodo Alessandrino, Tecnica ed Intellettualismo
- Scienze ed Erudizione
- Cultura greca e Cultura romana
- Retorica e Sofistica, il Periodo Bizantino


FILOSOFIA ED ELOQUENZA: LA FINE DELL'ETÀ D'ORO
Quella di Socrate fu in realtà una vicenda di grande significato nell'Atene del tempo: nel dilagare della sofistica, con Protagora, Gorgia, Prodico, Ippia, Zenone, che relativizzava ogni conoscenza e ogni valore, egli propose – quale almeno ci appare dal ritratto dell'altro suo discepolo Platone – di affermare la loro validità, con la fede in un dio, con la necessità di praticare la virtù per essere felici, con la convergenza di bene e di utile, con l'esistenza, soprattutto, di una legge morale universale o naturale. Confuso forse coi sofisti stessi, nel 399 Socrate fu condannato a bere la cicuta. Ne colse l'eredità Platone, nella cui speculazione s'incarna l'anelito fondamentale dello spirito greco verso la perfezione; tanto più che il suo sistema filosofico trova anche un'espressione estetica altissima. In tutt'altra direzione si muove il suo antico discepolo Aristotele, che fu anzitutto un grande sistematore di tutto il pensiero filosofico a lui anteriore e dell'esperienza umana nella sua totalità.
Con la filosofia, ha un grande sviluppo nel sec. IV l'eloquenza, favorita da circostanze politiche oltre che dalla pratica processuale. I Greci, e gli Ateniesi in particolare, amarono sempre molto le discussioni; la democrazia favoriva i dibattiti nelle assemblee, il diritto impegnava i contendenti nei tribunali. Già negli ultimi decenni del sec. V praticarono l'eloquenza, perché coinvolti in casi politici o per la loro professione di retori e logografi (qui, "scrittori di discorsi"), Antifonte, Andocide e Lisia.
Di quest'ultimo ci resta un buon numero di discorsi scritti in uno stile fluido, semplice ma efficace, e in una lingua pura, che lo fanno modello di atticismo: di quella corrente cioè della retorica greca e romana che punta sull'attrazione di un discorso preciso, concreto ed elegante, di contro ai cosiddetti asiani, i retori patetici e gonfi, che già in quegli anni sono rappresentati da Isocrate (436-337 a. C.).
Tra gli oratori del loro tempo (Iseo, Licurgo, Iperide, Dinaro) emergono soprattutto per passione politica Demostene (384-322 a. C.) ed Eschine (ca. 390-ca. 314 a. C.), i cui destini s'intrecciano per un certo periodo strettamente. Nodo politico fu allora, a metà del sec. IV, l'espansione macedone e l'autonomia delle città greche, centri di libertà ma ormai anacronistici. Eschine, ateniese di umili condizioni, prese posizione, a un certo punto, per i Macedoni; Demostene lottò fino in fondo per la libertà della sua patria. Con Demostene tramontò la libertà greca, e con questa l'oratoria stessa, che passò nel chiuso delle scuole di retorica e là si fuse con la critica letteraria. Si chiudeva così anche l'età d'oro della letteratura greca, il periodo delle creazioni.



IL PERIODO ALESSANDRINO, TECNICA E INTELLETTUALISMO

A essa succedette il periodo del ripensamento, dell'elaborazione dei generi letterari e delle tecniche più raffinate. Con le conquiste di Alessandro Magno, tra il 333 e il 323 a. C., il mondo greco si ampliò a dismisura; la lingua e la cultura greche si diffusero nei nuovi regni ellenistici di Macedonia, Pergamo, Siria, Egitto, e poco più tardi anche Roma assorbì la civiltà più raffinata della Grecia. Il nuovo centro culturale fu per tre secoli Alessandria (e il periodo si suole chiamare alessandrino, o "ellenistico" in contrasto con "ellenico"). Ad Alessandria i Tolomei fondarono una sorta di università (il Museo), con una grande biblioteca, e lì lavorarono i maggiori ingegni dei sec. IV e III nell'ambito della letteratura e delle scienze. Zenodoto, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia studiarono, commentarono e pubblicarono gli antichi poeti, soprattutto Omero, tramandandoci con la loro attività la maggior parte della cultura precedente. Ma furono letterati e critici, prima ancora che poeti, anche i due maggiori poeti dell'età alessandrina, Callimaco e Apollonio Rodio. Callimaco (ca. 310-ca. 240 a. C.) ruppe con la tradizione anteriore, trattò tutti i generi poetici, in tutti imprimendo geniali innovazioni, secondo lo spirito del tempo.
In luogo della grandiosità, mirò alla perfezione, all'eleganza, all'originalità, all'invenzione; scrisse in una lingua artificiosa, con ricercatezze stilistiche e metriche di ogni sorta. Con lui la tecnica si sostituì all'ispirazione, l'intellettualismo ai sentimenti. In opposizione a Callimaco scrisse Apollonio Rodio (ca. 295-ca. 215 a. C.).
Il suo tentativo polemico di dimostrare la persistente vitalità dell'epica si risolse in realtà nella dimostrazione del suo tramonto: le Argonautiche non vivono per gesta eroiche (vi si affaccia se mai il moderno amore di Medea per Giasone), per unità d'azione e di motivi, ma per la ricchezza dei molti brevi episodi, per la squisitezza dello stile; e sono appesantite dall'erudizione, da strani miti, da un'elaborazione tecnica spinta all'assurdo. Grandi poeti del sec. III furono fra i tragici Licofrone, fra gli elegiaci e gli epici Euforione, ma ben poco si conosce di loro. Si hanno invece i poemi didascalici di Arato ( Fenomeni e Pronostici) e di Nicandro ( Rimedi contro le morsicature degli animali velenosi e Contravveleni) e gli stupendi carmi di Teocrito (ca. 310-ca. 260 a. C.). Siracusano, fece suoi tutti gli artifici dell'ellenismo che poi sovrappose, nella sua poesia, a una materia fragile, quale la vita dei pastori, dei campi, e, quel che più conta, non lasciò soffocare il suo genuino senso della natura. I suoi 30 idilli, in cui crudezza realistica e sentimento romantico, ingenuità di temi e raffinatezza tecnica si fondono, rappresentano l'ultima, originale e grande poesia della G. antica.


SCIENZE ED ERUDIZIONE
L'età alessandrina vide un grande sviluppo delle scienze, per la disposizione generale dell'uomo e della società. Le matematiche antiche ebbero allora il loro genio in Euclide (sec. IV-III a. C.), mentre Archimede di Siracusa (287-212 a. C.) coltivò, oltre la matematica, l'ingegneria; la medicina aveva avuto in Ippocrate, contemporaneo di Socrate, il suo grande maestro, fondatore di una scuola celeberrima a Cos, cui si deve quel Corpus Hippocraticum rimasto a lungo fondamentale per tale disciplina. Ancora tra le scienze fiorirono la geografia e l'astronomia; anche qui, dopo i grandi studi di Metone e di Eudosso, si ebbero quelli di Aristarco di Samo (ca. 310-ca. 230 a. C.), di Eratostene di Cirene (ca. 275-194 a. C.) e di Ipparco di Nicea (sec. II a. C.), il massimo astronomo dell'antichità.
Gli storici, infine, scrissero opere soprattutto di erudizione, caratterizzate da una curiosità per l'aneddoto e il romanzesco; si segnalarono Manetone di Sebennito per l'Egitto e Timeo di Taormina per la Sicilia. In filosofia continuarono le scuole di Platone (Accademia Media, con Arcesilao, e Nuova, con Carneade) e di Aristotele, col grande scienziato Teofrasto. Ma apparvero soprattutto altri indirizzi con l'affermazione dei cinici (Diogene, Menippo), degli scettici (Pirrone, Timone), degli stoici (Zenone di Cizio, Cleante, Crisippo) e degli epicurei (Epicuro).