Giacomo Leopardi e il Romanticismo

Giacomo Leopardi e il Romanticismo A cura di Redazione Studenti.

Giacomo Leopardi e il Romanticismo: una presa di posizione originale contro l'esterofilia e la modernità - perché la poesia che non illude non è vera poesia

1La polemica tra Classicisti e Romantici

È il luglio del 1816: Giacomo Leopardi ha da poco compiuto 18 anni. A Recanati, nella biblioteca del padre, legge gli autori classici, traduce dal greco e dal latino e scrive le sue prime poesie di rilievo. Non solo: seppure da grande distanza, segue con interesse il dibattito fra classicisti e romantici che si sta svolgendo a colpi di articoli sulle pagine delle principali riviste letterarie lombarde e piemontesi. 

Madame de Staël
Madame de Staël — Fonte: ansa

1.1Tradurre i Romantici per svecchiare la poesia italiana

Ad aprire lo scontro tra le due fazioni era stata la comparsa sul primo numero della «Biblioteca italiana» di un articolo di Madame de Staël, De l’esprit des tradutions, tradotto in italiano da Pietro Giordani col titolo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni.

Era il gennaio del 1816 e Madame de Staël, una delle più rilevanti figure intellettuali europee, incitava i letterati italiani a tradurre «diligentemente» le più recenti poesie inglesi e tedesche: solo così – scriveva – avrebbero potuto svecchiare la letteratura italiana, liberandola dalla convenzionale riproposizione dell’«antica mitologia», e rifondare il teatro rendendolo «più perfetto e più utile alla pubblica educazione», ossia facendone uno strumento per educare il pubblico, per trasmettere i valori e gli ideali della civiltà moderna. In pratica, per la baronessa de Staël si trattava di rimettere le lettere italiane al passo coi tempi, al passo con la modernità europea.   

Le proposte della de Staël avevano destato clamore. Molte voci si erano levate contro di lei e altrettante in sua difesa. Non erano mancati pesanti attacchi alla sua persona; una buona parte dei classicisti non era riuscita ad andare oltre la difesa dogmatica della tradizione italiana e la condanna aprioristica delle ‘romanticherie’. 

Ritratto di Pietro Giordani
Ritratto di Pietro Giordani — Fonte: ansa

Il classicista Pietro Giordani oppone un netto rifiuto all’invito della de Staël. Nell’articolo «Un italiano» risponde al discorso della Staël pubblicato sulla stessa «Biblioteca italiana», Giordani sostiene che l’apertura europea, invece di rinnovare la letteratura italiana, la corromperebbe con l’innesto di elementi estranei. Da classicista rigoroso quale era, Giordani non difende la tradizione nazionale e l’eredità del mondo classico per motivi estetici, ma perché ritiene, come del resto altri classicisti, che quella tradizione culturale sia l’unica capace di dare unità spirituale a un’Italia politicamente divisa.

Al dibattito che ne segue partecipano i più rilevanti intellettuali sia dello schieramento classicista sia di quello che comincia a essere chiamato romantico. Ricordiamo i nomi dei classicisti Vincenzo Monti  (1754-1828) e Carlo Giuseppe Londonio (1780-1845), e dei romantici Pietro Borsieri (1788-1852), incaricato di redigere il programma della «Biblioteca italiana», Giovanni Berchet (1783-1851) e Ludovico Di Breme (1780-1820). La polemica fra i due schieramenti è accesa: alla posizione dei classicisti, i romantici contrappongono la necessità di svecchiare la cultura italiana tramite i contatti con le altre culture europee.  

Tra le risposte alla de Staël spicca quella di Berchet, titolata Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo e pubblicata anch’essa sulla «Biblioteca italiana»: si tratta di una serie di precetti di poetica rivolti al figlio come accompagnamento alla traduzione di due Balladen (‘ballate’) del poeta tedesco Gottfried August Bürger (1747-1794), Il cacciatore feroce e Eleonora, appositamente tradotte in prosa italiana. Il tono ‘semiserio’ della Lettera consiste nel fatto che il suo autore conclude l’elogio della poesia popolare romantica con una ironica ritrattazione in favore della più conservatrice poesia classicista.

Pietro Giordani invita, fra l’altro, anche il giovane Giacomo Leopardi ad esprimersi sulla questione: Leopardi scrive una Lettera ai Sigg. compilatori della «Biblioteca italiana», mai pubblicata, nella quale appoggia il partito dei classicisti.

2Gli interventi di Leopardi

2.1La Lettera ai Sigg. compilatori della «Biblioteca italiana»

Statua di Giacomo Leopardi a Recanati
Statua di Giacomo Leopardi a Recanati — Fonte: istock

È in questa vivace polemica che Giacomo, giovanissimo, intende intervenire: così nel mese di luglio del 1816 invia alla redazione della «Biblioteca italiana» la Lettera ai Sigg. compilatori della «Biblioteca italiana» in risposta a quella di Mad. la baronessa di Staël Holstein ai medesimi.

Nella Lettera Giacomo Leopardi bolla come «vanissimo consiglio», ossia come un suggerimento inutile e sbagliato, l’invito della de Staël a tradurre e studiare la poesia straniera: a suo giudizio, per promuovere un autentico rinnovamento della letteratura italiana occorre invece riscoprire il valore dell’originalità e dell’ispirazione. Modello insuperato di queste capacità creative sono gli antichi: è a loro, alla loro purezza, che bisogna rifarsi per risollevare le sorti della letteratura nazionale. 

Il primo obiettivo che un uomo di lettere deve porsi è quindi quello di affrancarsi dal vizio dell’imitazione: «quasi tutti gli scritti nostri – denuncia Leopardi – sono copie di altre copie, ed ecco perché sì pochi sono gli scrittori originali, ed ecco perché c’inonda una piena d’idee e di frasi comuni, ed ecco perché il nostro terreno è fatto sterile e non produce più nulla di nuovo».

In sostanza, la diagnosi che Leopardi emette sul presente della letteratura italiana è simile a quella della de Staël; tutt’altra, però, la terapia che propone: il conformismo che affligge le lettere italiane può essere superato soltanto se i loro autori riscoprono la «scintilla celeste», l’«impulso sovrumano», l’«ardore» che fa di un uomo un vero poeta. In questo, maestri sono stati gli antichi e, più di tutti, i Greci, che creavano capolavori perché «non avevano modelli, o non ne faceano uso», e potevano così stabilire un rapporto immediato e fecondo con la natura.

Queste sono le idee che Leopardi, con una prosa argomentativa lucida e diretta, esprimeva nella sua Lettera. Il comitato editoriale della «Biblioteca italiana» decise, però, di non pubblicarla: rimaneva così sconosciuta una delle critiche più ragionate e significative alla proposta romantica di rinnovamento della letteratura italiana.

2.2Il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica

Lettera autografa di Leopardi indirizzata all'editore Antonio Fortunato Stella
Lettera autografa di Leopardi indirizzata all'editore Antonio Fortunato Stella — Fonte: ansa

Nel marzo del 1818 Leopardi invia all’editore Stella di Milano il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica: con questo saggio intende prendere nuovamente posizione contro il Romanticismo, sviluppando alcune delle tesi che già aveva espresso nella Lettera ai sigg. compilatori della «Biblioteca italiana». Lo Stella preferì non dare alle stampe il Discorso: a questo scritto veniva così riservata la stessa sorte che due anni prima era toccata alla Lettera.

Le riflessioni di Leopardi poggiano su una contrapposizione fondamentale: quella fra natura e civiltà. Il legame con la natura è garanzia, per l’uomo, di pienezza di vita: gli antichi hanno goduto dei benefici derivanti da questo rapporto immediato, del quale anche ogni individuo nell’età dell’infanzia ha potuto fare esperienza. Nel rapporto diretto con la natura, gli antichi e il bambino hanno avuto esperienze totalizzanti e conosciuto la completezza esistenziale.

La civiltà moderna ha però reciso il legame tra uomo e natura: i falsi miti del presente – il progresso, la ragione, la scienza – lo hanno di fatto reso impossibile (oggi, denuncia Leopardi, «tutto è civiltà, e ragione e scienza e pratica e artifizi») e hanno quindi privato l’umanità della possibilità di realizzare pienamente se stessa. Non solo: recidendo il legame tra uomo e natura, la civiltà ha svuotato la poesia dei suoi significati più alti ed ha impoverito l’uomo, annullandone la facoltà più potente, quella di immaginare, di fantasticare, di creare e crearsi delle illusioni.

Mettendo la modernità al centro dei propri interessi, il Romanticismo contribuisce in modo determinante ad allontanare l’uomo dalla natura e, di conseguenza, risulta incapace di produrre vera poesia: la vera poesia, infatti, si nutre di illusioni e fantasticherie, non di ragionamenti o verità.

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

I romantici, accusa ancora Leopardi, hanno voluto portare la poesia «dal visibile all’invisibile e dalle cose alle idee», trasformandola «da materiale e fantastica e corporale che era, in metafisica e ragionevole e spirituale»: nulla di più sbagliato per chi, come lui, ritiene che la poesia debba colpire l’uomo nella sua immaginazione, consentendogli di recuperare un rapporto immediato con la natura e, in sostanza, con se stesso.

Senza legame fra uomo e natura non è possibile vera poesia: la vera, grande poesia sgorga dal «cuore» di colui che ha un rapporto forte e privo di mediazioni con la natura; «pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) – appuntava Leopardi anche in una pagina dello Zibaldone – se non sono dominati dalle illusioni». Nell’epoca moderna, la riflessione prevale sull’immaginazione e la ragione sulle illusioni, spegnendole: è questa dinamica negativa a determinare la crisi della letteratura contemporanea. 

Il poeta ha il compito di «illudere, e illudendo imitar la natura, e imitando la natura dilettare». Ciò significa che non deve rispondere ai bisogni della società moderna dispensando verità utili e attuali: per il giovane Leopardi, il poeta deve intrattenere e dare piacere stimolando attraverso i sensi la facoltà immaginativa del proprio lettore; «il poeta – spiega – non inganna l’intelletto, ma solamente la immaginazione degli uomini»: la vera poesia deve creare illusioni, perché le illusioni sono la forza che sostiene e fa grande la vita.

Già è cosa manifesta e notissima che i romantici si sforzano di sviare il più che possono la poesia dal commercio coi sensi, per li quali è nata e vivrà finattantoché sarà poesia, e di farla praticare coll’intelletto, e strascinarla dal visibile all’invisibile e dalle cose alle idee, e trasmutarla di materiale e fantastica e corporale che era, in metafisica e ragionevole e spirituale.

Giacomo Leopardi, Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica