Le nozze di Cana del Veronese: commento e analisi del dipinto

Le nozze di Cana del Veronese: commento e analisi del dipinto A cura di Sonia Cappellini.

Le nozze di Cana di Paolo Veronese: commento e analisi del dipinto con descrizione dei personaggi e confronto con le nozze di Cana dipinte dal Tintoretto

1Biografia di Paolo Veronese, autore de Le nozze di Cana

Ritratto del pittore Paolo Veronese
Ritratto del pittore Paolo Veronese — Fonte: ansa

Paolo Caliàri è uno dei protagonisti della straordinaria stagione che vive la pittura veneta nel XVI secolo.
Nato a Verona nel 1528 svolge il suo apprendistato presso la bottega di Giovanni Caroto e frequenta altri importanti artisti suoi concittadini tra cui il pittore Battista Franco e l’architetto Michele Sammicheli

Per la sua formazione di fondamentale importanza sono i viaggi a Padova, Mantova e Parma, che gli permettono di assimilare a fondo la lezione di Andrea Mantegna, Giulio Romano e Correggio.
Nel 1553 si stabilisce a Venezia e sarà per tutti “Paulino il Veronese”.
La sua carriera è una luminosa ascesa, che non vede mai momenti d’ombra. Lavora per la Repubblica Serenissima, per i più importanti ordini religiosi e per per i più prestigiosi committenti privati. 

Tra le tante imprese ricordiamo la decorazione della chiesa di San Sebastiano a Venezia (che rappresenta per lui quello che la Scuola Grande di San Rocco è per Tintoretto o la Cappella Sistina per Michelangelo) e la decorazione delle ville palladiane nell’entroterra veneto, dove le archietture realizzate dal geniale padovano sono esaltate e amplificate dagli artifici pittorici del veronese.
È un grande disegnatore e si trova a suo agio con qualsiasi tecnica pittorica, si muove agevolmente tra l’affresco e la tela, tra le grandi e le piccole dimensioni, tra i soggetti allegorici e mitologici, tra il racconto sacro e il ritratto, tra gli sfondi architettonici e paesaggistici. Universalmente nota è poi la sua eccezionale abilità nello studio di scorci prospettici arditi e nelle difficilissime inquadrature dal basso.    

2La serie delle "Cene"

Alla produzione degli anni ’60 e ’70 appartiene la serie delle “Cene”, composta da enormi tele che rappresentano episodi evangelici in cui Cristo o i suoi discepoli sono riuniti in circostanze conviviali. Al gruppo appartengono:

  • Le nozze di Cana, Parigi, Louvre, 1563
  • La cena in casa di Simone (prima versione), Milano, Brera, 1570
  • La cena in casa di Simone (seconda versione), Versailles, Musée National, 1572
  • Il convito in casa di Gregorio Magno, Vicenza, Monte Berico, 1572
  • L’ultima cena (o cena in casa di Levi), Venezia, Gallerie dell’Accademia, 1573.

In ognuno di questi dipinti il tema sacro è traslato nella Venezia del tempo, inserito all’interno di grandiose architetture urbane, arricchito dalla presenza di decine di “comparse”, che si muovono sulla scena principale conferendole tratti realistci, a volte persino ironici. Le spettacolari scenografie, dal rigoroso impianto prospettico, sono curate tanto quanto i costumi, gli arredi, le stoviglie e i cibi presenti sulle tavole. Non di rado compaiono animali, saltimbanchi e musicisti. 

"Ultima cena" o "Cena in casa di Levi", 1563, Paolo Veronese
"Ultima cena" o "Cena in casa di Levi", 1563, Paolo Veronese — Fonte: ansa

Le opere più interssanti della serie sono senz’altro Le nozze di Cana (descritte per esteso nel paragrafo successivo) e L'Ultima cena che, per l’estrema libertà nella trattazione del tema finisce persino nel mirino della Santa Inquisizione. Si svolge un processo per valutare l’ortodossia o blasfemia del quadro. Interrogato sul perché accanto all’Eucarestia egli abbia posto tante figure stravaganti (buffoni, ubriachi, soldati vestiti alla tedesca, nani e persino un servo a cui esce del sangue dal naso!), il pittore risponde con disarmante semplicità: «Per ornamento. Noi pittori si pigliamo la licentia che si piglino i poeti et i matti e se nel quadro vi avanza spacio io le adorno di figure secondo le inventioni. La commission fu di ornare il quadro secondo mi paresse, il quale è grande et capace di molte figure».  

Alla fine del processo il quadro è salvo, con l’eccezione del servo con epistassi, e il pittore anche. Il titolo dell’opera viene però mutato in Cena in casa di Levi, sembrando più opportuno che il soggetto si riferisse a una cena nella casa di un ricco ebreo piuttosto che all’istituizione di un sacramento.  

3Le nozze di Cana

«Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora". La madre dice ai servi: "Fate quello che vi dirà".
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.
E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le giare"; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: "Ora attingete e portatene al maestro di tavola". Ed essi gliene portarono.
E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse, ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua, chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono". Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.»
(Gv 2,1-11)  

È un’occasione di festa quella in cui Gesù compie il suo primo miracolo, la trasmutazione di acqua in vino, con un evidente rimando profetico al vino eucaristico.
Il tema è particolarmente diffuso nella Venezia del ‘500 anche grazie al racconto che ne fa Pietro Aretino ne I quattro libri della humanità di Christo, pubblicati nel 1535, in cui si sottolinea appunto la piena immersione della predicazione e dell’opera di Gesù nel vissuto quotidiano delle persone, in cui si evidenzia il carattere pubblico dell’evvenimento nonché il richiamo alla futura Passione. Un testo che senz’altro il nostro pittore conosce. 

L’opera di Veronese è un grande telero di 6,77 per 9,94 metri e si trova in origine nel refettorio del convento benedettino di San Giorgio Maggiore a Venezia, portato via da Napoleone nel 1797.  

"Le nozze di Cana", 1563, Paolo Veronese
"Le nozze di Cana", 1563, Paolo Veronese — Fonte: ansa

Le fonti antiche la celebrano per i colori brillanti, la perfezione delle archiettture, il gran numero dei personaggi raffigurati.
Carlo Ridolfi, che descrive il quadro nel 1648, dice che «la cena avveniva nel seno di maestoso teatro». E di una maestosa scenografia teatrale infatti si tratta: sul grande proscenio è la tavola imbandita disposta a ferro di cavallo. Convitati e servitori vi si affollano attorno.

Dettaglio centrale del dipinto "Le nozze di Cana"
Dettaglio centrale del dipinto "Le nozze di Cana" — Fonte: ansa

Al centro, vero protagonista, è Cristo, affiancato da Maria e dai discepoli, gli unici che indossano abiti antichi.
Sull’ala di sinistra gli sposi e gli ospiti di maggiore prestigio, abbigliati con abiti fastosi, in stoffe broccate e ricamate, con profusione di oro, perle e gemme preziose. Sulla destra i prelati, tutti raffigurati con descrizione ritrattistica.
Sempre a destra, in primo piano rispetto all’osservatore, l’avvenimento miracoloso, con la mescita del vino dalle splendide anfore ansate e lo stupore dei convitati più prossimi, che ammirano le coppe in traparenza con atteggiamento di navigati sommeliers

Alle spalle della tavolata, una grande balaustra marmorea separa il proscenio principale dal secondo, posto a livello più alto. Questo secondo piano brulica di movimento, persone che salgono e scendono, che si affaccendano nel trasporto e nella preparazione delle pietanze, in asse ripetto a Cristo il tavolo con i macellai che provvedono alla preparazione dell’agnello, altro evidente rimando alla Passione.

Ai lati tre quinte in successione, costituite da peristili di foggia diversa, scandiscono i piani in profondità.
Sullo sfondo, l’ampia porzione di cielo, con un elegante campanile che svetta, conferisce ulteriore spazialità e luce alla composizione.

Tornando di nuovo in primo piano, esattamente al centro del dipinto, nella posizione quindi più prossima all’osservatore troviamo la geniale invenzione con cui l’artista firma e sottoscrive l’esecuzione dell’opera: un quartetto di musicisti accompagna il banchetto. Alla viola Paolo Veronese, al vioncello Tiziano, al violino Tintoretto, al flauto Jacopo Bassano. Coloro che nel Cinquecento di fatto “orchestrano” tutta la produzione pittorica veneta. E chissà se nella dimensione degli strumenti Paulino non abbia voluto stilare anche la sua personale classifica?  

4Due illustri precedenti

4.1Le nozze di Cana di Tintoretto

"Nozze di Cana", 1561, Tintoretto,  Chiesa di Santa Maria della Salute
"Nozze di Cana", 1561, Tintoretto, Chiesa di Santa Maria della Salute — Fonte: ansa

Nel 1561 Jacopo Tintoretto affronta lo stesso soggetto per il refettorio del Convento dei Crociferi a Venezia. Dopo la soppressione del convento il dipinto viene trasferito nella chiesa Santa Maria della Salute, dov’è tutt’ora conservato. Vasari definisce Tintoretto come il più stravagante e bizzarro dei pittori, un grande talento che se ne infischia delle regole consolidate della tradizione. Ecco che infatti, praticamente unico caso conosciuto, egli pone la sua festosa tavolata in senso longitudinale, in profondità rispetto al piano del quadro, ponendo Cristo in fondo a capo tavola. Inoltre decentra la prospettiva, spostando sulla sinistra l’elemento del banchetto e lasciando a destra la visione sull’ampio spazio della sala. Descrive con minuzia di particolari il grande soffitto cassettonato che, attraverso la scansione prospettica, dilata ulterirmente la sensazione di profondità dell’ambiente. In primissimo piano l’evento miracoloso, di cui per primi prendono coscienza i servi che attingono alle anfore. 

4.2Le nozze di Cana di Giotto

"Le nozze di Cana", 1306, Giotto, Cappella degli Scrovegni
"Le nozze di Cana", 1306, Giotto, Cappella degli Scrovegni — Fonte: ansa

Un esempio più antico è quello che lascia Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova all’inizio del XIV secolo.
La scena fa parte del grande ciclo con storie di Maria e di Gesù. L’impostazione è naturalmente più semplice: la tavola è a forma di elle, Cristo si trova sulla sinistra affiancato da due discepoli identificabili in Giovanni (il più giovane) e Pietro (il più anziano). Le posizioni centrali sono occupate dagli sposi e da Maria che sovrintende alla mescita del vino che avviene nell’angolo di destra. Cristo in questo caso divide con sua madre il ruolo di protagonista, per sottolineare il suo intervento decisivo nella Rivelazione al mondo.

Anche dopo Veronese molti altri artisti si cimentano con lo stesso tema, nessuna di queste opere riesce però ad eguagliare la sua per grandiosità, festa e colore.