Licenziamenti più semplici con la nuova manovra finanziaria

La nuova manovra finanziaria ha introdotto delle significative modifiche alle regole sui licenziamenti, in particolare riguardanti l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, il quale è stato da anni fondamentale per la tutela dei dipendenti delle aziende.

di Valentina Vacca 6 settembre 2011
All'interno della nuova manovra finanziaria uno dei punti più discussi è la messa in atto dell'articolo 8, il quale andrebbe a modificare, se non proprio ad abolire, l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

Ma andiamo con ordine: cosa dice innanzitutto l'art. 18? Esso si chiama esattamente Art 18-Reintegrazione nel posto di lavoro:<<....Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l'invalidità a norma del comma precedente.  In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all'art. 2121 del codice civile. Il datorlavoratoritex_1e di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione. Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro..>>.
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Commenti

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Manuela venerdì, 28 ottobre 2011

Mentalita' Italiana

Noi giovani ci lamentiamo che non troviamo lavoro e che non abbiamo spazio o sicurezze.
Io per trovare un contratto a tempo indeterminato lavoro ora in Inghilterra. In Italia per 3 anni sono passata da un azienda all'altra perche' non potevano assumermi a tempo indeterminato...Oltre tutto chi voleva assumermi non ha potuto farlo perche' lagiti con persone vagabonde, perche' non poteva licenziarle. Vi sembra giusto che chi vuole lavorare, migliorare l'azienda e il paese deve stare a casa senza soldi e mantenuto da mamma e papa' mentre quei raccomandati devono avere un salario per non fare quasi niente?

Come me altri miei amici hanno avuto lo stesso servizio. Solo perche' a tempo indeterminato non hanno avuto il rinnovo, perche' prima vengono quelli a tempo indeterminato.

Noi parliamo di meritocrazia e alla fine ci lamentiamo?

Io ora ho un contratto a tempo indeterminato ma se non do risposte sicure del mio lavoro io posso benissimo essere licenziata.

Spero che questo sia applicato presto anche agli enti pubblici italiani cosi molti di loro cominceranno a lavorare avendo la paura di poter essere licenziati.

n° 10
alessandro mercoledì, 2 novembre 2011

R: Mentalita' Italiana

non condivido assolutamente.
In tutto il mondo c'è chi si dà da fare e chi invece poltrisce e viene mantenuto
Il compito di politici e sindacati è proprio quello di trovare il modo migliore di premiare la produttività a discapito di chi non ha voglia di lavorare,distribuendo comunque nella maniera più equa possibile i diritti di ogni risorsa
(Cosa che il nostro governo non stà assolutamente facendo).
Non diamo la colpa a chi non ha voglia di lavorare se in Italia non si trova lavoro a tempo indeterminato,la colpa di tutto questo è a monte...

benagro mercoledì, 14 settembre 2011

Scusate, però...

Credo che qualcuno stia facendo demagogia, e qualcuno parli senza conoscere esattamente le situazioni delle aziende e il tessuto economico italiano.
E' senz'altro vero che questa modifica alla legge, per le grandi aziende, permetterebbe di fare delle porcherie, ma bisogna capire a chi conviene fare porcherie. Probabilmente ai grossi gruppi, che le fanno lo stesso anche senza modifica alla legge perché hanno una serie di strumenti per aggirarla, oppure qualche sparuto schiavista, che ha vita breve come ne ha sempre avuta.
Ma che dire invece del vero tessuto economico italiano, quella piccola e media imprenditoria che è da DECENNI schiava di un articolo DEMENZIALE !!!
Da sempre si dice che assumere un dipendente è più vincolante che sposarsi, e un eventuale errore è più penalizzante in un assunzione che in un matrimonio. Licenziamento per giusta causa? ma stiamo scherzando? Ma qualcuno ha mai sentito parlare di un licenziamento che è stato avallato per giusta causa, a parte eventuali casi lampanti come in presenza di crimini penali?
Non discuto che sia sbagliato avallare delle porcate che violano i diritti dell'uomo, ma anche l'imprenditoria ha dei diritti, quegli imprenditori che non hanno mutua, cassa integrazione, mobilità o altri ammortizzatori, quelli che se stanno male non possono lavorare, che si alzano alle 5 di mattino e lavorano fino alle 9 di sera, e nel letto si addormentano pensando al lavoro del giorno dopo, quelli che hanno costruito l'Italia, e che non devono più essere schiavi di una legge che li obbliga a tenere tutti i fannulloni schifosi, che vivono alle spalle degli altri e se ne vantano pure, quelli che sono solo capaci a lamentarsi ma non fanno un passo più lungo dell'altro neanche a morire, quelli che odiano la meritocrazia PERCHE' SANNO CHE LORO NON MERITANO NULLA !
Detesto questa maggioranza, e peraltro anche questa minoranza, ma l'art.18 come è ora è una FOLLIA! Basta alle pensioni pagate a chi poi si vanta di essere un "LAVORATORE".
E vedrete che poi i lavoratori, quelli veri, ne avranno solo dei benefici!

n° 9
agroben mercoledì, 14 settembre 2011

R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

Innegabile: i poteri hanno spinto il mondo in direzione contraria a quella
indicata dal Sessantotto. Ebbene: dove si è giunti? Non è utile fare un
bilancio?

Agli inizi del 2007 gli scienziati preposti al controllo del Doomsday Clock
(l’orologio del giorno del giudizio) hanno spostato in avanti le lancette: da 7
minuti ad appena 5 alla mezzanotte. La loro valutazione è che l’umanità è a un
passo dalla catastrofe.
Nel rendere pubblica la sconcertante decisione simbolica, i più grandi
scienziati del mondo hanno dichiarato: “Siamo ormai sull’orlo della seconda era
nucleare, ma il rischio di catastrofi naturali è altrettanto grave”.
Mettendo in rilievo la “cecità ecologica” delle grandi potenze, gli studiosi
(fra cui Stephen Hawking, Martin Rees, Kenneth Benedict) si sono trovati
concordi nel precisare: “Non succedeva dai tempi di Hiroshima che l’umanità
fosse in tale pericolo”. Mentre Lawrence Krauss, della Case University dell’
Ohio, ammoniva: “Di questo passo, è probabile che nel 2100 la Terra assomigli
solo lontanamente a quella di oggi”.
Innegabile: il terzo millennio non poteva avviarsi sotto auspici peggiori.
Dal Sessantotto a oggi, la Terra ha compiuto quaranta rivoluzioni intorno al
sole, ma molti hanno fatto di tutto per non accorgersene. O dimenticarsene.

Le “magnifiche sorti e progressive” non si presentano affatto né magnifiche
né progressive.
Anzi: ora è l’idea stessa di “progresso” e di “sviluppo” - precisamente quell’
idea dominante bersaglio principale di contestazione del Sessantotto - che
registra la sua crisi profonda.
In procinto di spezzarsi è proprio il timone della grande nave della
modernità.
Per un lungo periodo, soprattutto negli ultimi decenni, abbiamo dilapidato le
risorse della Terra, saccheggiandole nel modo più scriteriato non a beneficio
dell’emancipazione umana, e in equilibrio con la natura, ma perché una
minoranza potesse consolidare il suo predominio sulla grande maggioranza dell’
umanità.
Dinanzi alla perentorietà di una simile affermazione, c’è sempre l’omologato
di turno - alias il sempliciotto vegetante a difesa dell’esistente - che tenta
di liquidarla come giudizio “ideologico”. Purtroppo per lui, e per noi, sono i
fatti a parlare.

Se valutiamo nel suo insieme il percorso degli ultimi due secoli e, in
particolare, le dinamiche dell’accaparramento, vediamo che la differenza di
reddito, fra il quinto degli individui più ricchi del mondo e il quinto di
quelli più poveri, era di 3 a 1 nel 1820.
Dunque: già poco dopo l’inizio dell’industrializzazione il divario cominciava
a profilarsi in modo consistente.
Da allora è sempre cresciuto. Nel 1913 era già 11 a 1. Cinquant’anni dopo,
proprio negli anni Sessanta, era quasi triplicato: 30 a 1.
Da allora, in appena trent’anni, nel 1990, raddoppiava: 60 a 1. Nel 2001,
quindi in pratica in un solo decennio, balzava a 80 a 1.
Dinanzi alla schiacciante evidenza di questi numeri, lo spazio per le
chiacchiere si riduce a zero.
Il divario comincia a correre a cavallo dei due conflitti mondiali (le guerre
servono pure a qualcosa...), accelera rapidamente con la guerra fredda e sulle
macerie del Muro di Berlino, per mettersi a galoppare nella fase di tripudio
della globalizzazione capitalistica, tra la fine del secondo millennio e l’
inizio del terzo.
A proposito di globalizzazione: sarebbe un contributo all’igiene mentale e
culturale, se la si smettesse con lo psittacismo di presentarla come la grande
novità postmoderna.
La globalizzazione esiste almeno dai tempi di Cristoforo Colombo, le
caravelle erano... l’Internet dell’epoca. Quella attuale ne è semplicemente la
dilatazione massima.

Secondo una complessa indagine dell’ONU, pubblicata alla fine del 2006 e
riferita all’anno 2000, tesa a monitorare la distribuzione della ricchezza
personale, emerge che il 2 per cento della popolazione mondiale possiede più
della metà della ricchezza planetaria.
L’1 per cento, da solo, ne possiede il 40 per cento, mentre il 10 per cento
di nababbi detiene ben l’85 per cento del totale mondiale.
Per capire bene l’entità dell’accaparramento del malloppo, si tenga presente
che nel 2000 la ricchezza globale ammontava a 125 trilioni, pari a 125 mila
miliardi di dollari.
Cifre da capogiro, che non solo confermano quelle precedenti, ma ne rendono
plastiche le dimensioni.
Negli USA il 10 per cento più ricco della popolazione possiede il 70 per
cento della ricchezza nazionale; la Cina è indietro, ma è sulla buona strada:
il 10 per cento detiene il 40 per cento (una versione di... comunismo alquanto
singolare).

Poiché nella propria autocelebrazione l’Occidente non vuole sentirsi dire
quelle che sono, per la cultura dominante, verità inammissibili e
impronunciabili, converrà chiamare le cose con il loro nome: dietro e dentro
quelle cifre non c’è un generico sfruttamento; ci sono le montagne di cadaveri
- e le immense sofferenze e distruzioni - provocate dall’uso secolare della
schiavitù, dalle cannoniere, dalle guerre (mondiali e regionali), dalle banche
come dalle portaerei e i missili, nel nesso inconfessabile che li collega.
Il fatto che ci sia comodo dimenticarlo - e che la mondofiction mediatica
lavori incessantemente per alimentarci l’amnesia - non toglie che dietro, e
dentro, lo sfavillio delle vetrine delle nostre città ci sia tutta quella
congerie di nefandezze.
Che perdurano. Anche un bambino capisce che con 125 trilioni di ricchezza
planetaria, se si volesse, si potrebbe sfamare tutti, alfabetizzare tutti,
curare tutti, mentre si preferisce mantenere quattro quinti dell’umanità nella
miseria e nella disperazione.
Il mondo rovesciato è il più tragico monumento dell’irrazionalità moderna e
della sua miopia.
Se ci fosse onestà storica, oggi dovremmo prendere atto di quante ragioni
avessero le voci che, da ogni continente, quarant’anni fa si levarono a
contrastare una deriva così pericolosa fino al limite dell’autodistruttività.

Oggi, è visibile il vicolo cieco. La sbornia del progresso “trionfante” ci
avvicina a un risveglio da incubo.
I mutamenti climatici presentano il conto dell’insipienza capitalistica. Un
conto salato, amarissimo e angosciante: se non corriamo - e rapidamente - ai
ripari, potrebbe in breve rivelarsi definitivo.
Nell’ultimo secolo abbiamo estratto dalle viscere della terra quantità
crescenti di carbone e petrolio, bruciandoli al ritmo di 70 milioni di
tonnellate di CO2 immesse nell’atmosfera ogni 24 ore.
Così le concentrazioni di anidride carbonica, che in più di un milione di
anni non erano mai arrivate a 300 parti per milione, sono ora salite a 383
parti per milione. Le conseguenze sono adesso sotto gli occhi di tutti.

I 2500 scienziati che hanno redatto l’ultimo rapporto ONU (febbraio 2007)
sugli sconvolgimenti climatici sono stati unanimi - circostanza, questa, rara
in ambito scientifico: hanno avvisato che ci stiamo avvicinando a un punto di
non ritorno, che nel giro di 10 anni potrebbe renderci impossibile evitare
danni irreparabili all’abitabilità della Terra.
Sottolineando che il 90 per cento dei mutamenti atmosferici è causato dall’
uomo, il monito che ci consegnano è senza appello: “Si avvicina il giorno”,
scrivono, “in cui il riscaldamento del clima sfuggirà a ogni controllo, siamo
alle soglie dell’irreversibile. Non è più il tempo delle mezze misure: è il
tempo della rivoluzione delle coscienze, della rivoluzione dell’economia, della
rivoluzione dell’azione politica” (corsivo mio).
Ora dovrebbe essere chiaro anche ai ciechi dove ci ha portato il “libero
mercato” - e dove ci porterà se continueremo a restarne prigionieri.

rigionieri è la parola giusta. Il “libero mercato” è una contraddizione in
termini.
Il mercato, dovendo seguire le dinamiche del profitto, non è affatto “libero”
(sul piano analitico il buon Marx aveva e ha ragione da vendere, di recente se
ne è accorto persino il “Wall Street Journal”, che ha invitato i suoi lettori a
studiare il pensatore tedesco per capire la globalizzazione).
È, all’opposto, dominato da meccanismi intrinsecamente cogenti, che rendono
loro variabili sia chi lavora sia chi consuma.
Entro il suo perimetro, si produce non per soddisfare primariamente i bisogni
umani, ma per realizzare l’incremento di se stesso, e la soddisfazione
(relativa) dei bisogni umani è lo scopo secondario che viene tenuto presente
solo in quanto funzionale a quella crescita.
Estendendo il suo dominio ovunque, il profitto capitalistico ha portato l’
umanità e la Terra sull’orlo della catastrofe.
Il tutto per permettere al 10 per cento degli individui di possedere l’85 per
cento della ricchezza del mondo. Davvero una bella soddisfazione, in
particolare per il... restante 90 per cento!

La favola - la bugia - del “libero mercato” ha potuto diffondersi grazie al
fatto che l’informazione è divenuta una sua creatura.
Una creatura che trascolora nella parvenza: nell’attuale globalizzazione
unipolare “l’informazione” non esiste più, da tempo è stata sostituita dalla
propaganda.
Questa è diventata una merce fra le altre, e anche notevolmente remunerativa,
come dimostra la gara (Murdoch non è certo il solo...) in corso per
controllarne la produzione.

Le dinamiche totalizzanti del profitto capitalistico se la ridono
allegramente di ogni velleità del “riformismo” mirante a condizionarle e
attenuarle. Esso anzi, come la storia dimostra, ha finito sempre con l’esserne
la foglia di fico, lo sgabello d’appoggio.
I fatti, anche qui. Ne basta uno, comprensivo di molti altri. Bill Clinton è
stato un tenace assertore della “terza via” (un capitalismo meno rapace), che
ha seguaci anche in Italia.
Ebbene: i 200 individui più ricchi del mondo hanno raddoppiato il proprio
patrimonio netto nei quattro anni cruciali della sua presidenza, fra il 1994 e
il 1998. Sono ancora lì a ringraziare Monica Lewinski per non aver distolto
troppo il presidente dalla sua politica... egualitaria e “riformista”.

Il mercato - nient’affatto “libero” - costituisce la punta dell’iceberg dell’
irrazionalità moderna.
Anziché produrre quanto necessario a soddisfare le esigenze umane,
rispettando l’equilibrio con la natura, ci siamo resi prigionieri di un
meccanismo (il profitto) che si autoalimenta con l’obiettivo della propria
crescita illimitata, fino a produrre i bisogni indotti per soddisfare i quali
bisogna produrre ancora e di più. Fino al collasso della Terra.
È ovvio: uno dei prodotti decisivi del profitto - e del mercato - è la
convinzione che le sue dinamiche affondano le radici nella “natura umana”,
essendone la “naturale” conseguenza.
Niente di più falso. Si tratta, semplicemente, di una costruzione storica.
Come è una costruzione storica e culturale il concetto stesso di “natura
umana”, elaborato per la prima volta dai sofisti, a partire da Ippia d’Elide.
E ha ragione David Hume quando, pubblicando nel 1738 il suo Trattato sulla
natura umana, caposaldo dell’empirismo e del pensiero critico-scettico, afferma
con nettezza già nell’introduzione: “Ogni ipotesi che pretende di rivelare le
qualità originarie ultime della natura umana deve fin dal principio essere
respinta come pretestuosa e chimerica”.
Il profitto e il mercato sono una costruzione derivante da un certo modo di
vedere l’uomo e le cose, e di concepirne l’accaparramento: un edificio che ha
retto a lungo, con i mattoni fatti di guerre e distruzioni, ma che ora non può
durare a lungo, e minaccia di seppellirci sotto le sue macerie.

L’acqua: non è, da sempre, la più abbondante delle risorse naturali? Oggi, i
cambiamenti climatici e i consumi spropositati prosciugano le disponibilità
idriche.
L’agricoltura - soprattutto quella intensiva, “pompata” con la chimica e
altamente energivora - è responsabile dei due terzi di tutta l’acqua che gli
esseri umani prelevano dalla natura.
Ogni anno i coltivatori attingono la sbalorditiva quantità di cento
chilometri cubici di acqua in più di quanto le precipitazioni riescano a
sostituire.
Nei modelli attuali di produzione agricola occorrono mediamente 3 mila litri
d’acqua per produrre un chilo di zucchero (quanti di meno per un chilo di
miele, che ha proprietà alimentari e curative incomparabilmente maggiori?), 5
mila per un chilo di riso, 11 mila solo per fare crescere il foraggio
sufficiente ad alimentare una mucca perché ci dia degli hamburger (di solito,
schifosi: si pensi ai vantaggi di consumare proteine vegetali) e 20 mila per un
chilo di caffè.

Come se non bastassero le altre, le guerre per l’acqua sono imminenti - un
altro capolavoro del profitto.
Ci sono già le avvisaglie: le dighe erette in Turchia possono prosciugare l’
Eufrate prima che arrivi in Siria e in Iraq; gli USA succhiano quasi tutta l’
acqua del Rio Grande e del Colorado prima che arrivino al confine messicano;
Israele prosciuga il Giordano, prima che arrivi nel paese omonimo.
Nei paesi ricchi il consumo d’acqua è giunto alla media di 500 litri al
giorno pro capite, mentre in quelli poveri un miliardo di abitanti raggiunge a
malapena la media di 20 litri giornalieri a testa (il minimo ritenuto vitale
dall’ONU), peraltro quasi sempre non potabili, con le conseguenze igienico-
sanitarie immaginabili.
Così l’acqua sta diventando il “petrolio del futuro”: presto sarà più scarsa
e più esauribile degli idrocarburi. Per intanto ci si comporta come per il
petrolio, appropiandocene per trarne profitti.

La privatizzazione dell’acqua trasforma in merce una delle risorse più vitali
del pianeta. La motivazione secondo cui, in condizioni di scarsità, la gestione
di impresa limita i consumi ed evita gli sprechi, cozza contro il fatto che,
con le multinazionali dell’acqua, nel terzo mondo le piscine dei ricchi sono
piene, mentre i quartieri poveri sono a secco (la qual cosa, peraltro, succede
in estate anche in varie parti d’Italia).
Per millenni l’acqua è stata di tutti e ogni comunità (urbana o rurale) si
organizzava in modo che rimanesse disponibile per ciascuno come bene vitale.
Oggi è di chi ha denaro. Domani sarà sempre più di chi avrà più denaro per
disporne. E, tutto questo, continuiamo a chiamarlo “progresso”.

Per Talete - il primo filosofo che si interrogò sul mondo e si diede una
risposta - l’acqua era il principio (arkhè) di tutte le cose. Il nostro rischio
è che ne diventi la fine. Ma noi siamo moderni e, addirittura, postmoderni...

“Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore non la guerra”: due
fra i più famosi inviti del Sessantotto, rivolti a generali, “statisti”,
militari, poliziotti.
I due slogan - come tutti gli slogan - sintetizzavano forse troppo, ma il
loro contenuto metaforico era inequivoco: la guerra è, in ultima analisi,
attività barbara e stupida (e infatti non ce n’è mai stata una capace di
eliminare più gente malvagia di quanta ne abbia suscitata), rispetto a cui è di
gran lunga preferibile, e molto più piacevole, essere gentili, amarsi,
costruire convivenza e pace.
La risposta all’invito è nota: ci fu recapitata con i carri armati, i
bombardieri, le stragi.
Così, oggi, siamo alla teorizzazione - e alla pratica - della guerra
preventiva. Qui aberrazione e follia si amalgamano.

Il documento fondante fu presentato da George W. Bush al Congresso nel
settembre 2002. Poiché sembra essere stato già dimenticato, è utile esaminarne
i punti salienti:
- l’America “manterrà forze sufficienti per impedire a potenziali avversari
di riarmarsi nella speranza di superare o eguagliare la potenza americana”;
- “il presidente non intende minimamente consentire ad alcuna potenza
straniera di colmare l’enorme divario apertosi negli armamenti”;
- “non possiamo permettere che il nemico ci colpisca per primo. Sventeremo le
minacce emergenti prima che si concretizzino”;
- l’America “eserciterà il diritto di autodifesa e convincerà o costringerà
altri stati ad assolvere alle loro responsabilità”;
- la Corte penale internazionale “mai giudicherà un cittadino americano”;
- “c’è un solo modello sostenibile: la libertà, la democrazia e l’impresa,
valori che devono essere protetti ovunque”;
- l’America farà tutto questo “per il bene delle società libere, non per
avvantaggiarsene unilateralmente”.

Prepotenza agghiacciante. E fondamentalismo inequivocabile. Gli Stati Uniti
faranno ciò che vogliono; nessuno ha il permesso non solo di superarli, ma
neanche di eguagliarli in potenza; chi ci prova sarà spazzato via; dato che i
valori occidentali sono gli unici ammessi, l’America (notoriamente
altruista...) li difenderà attaccando per prima e stabilendo, a suo
insindacabile giudizio, chi di volta in volta è il nemico e dove si trovi;
agendo in questo modo “per il bene delle società libere”, nessuno potrà
giudicarla, a cominciare ovviamente da chi sarà annientato.
Gli USA si comportano da decenni secondo i canoni della guerra preventiva
(dalla conquista del West alla “guerra fredda” a quella d’aggressione contro il
Vietnam), ma nessuno aveva finora avuto la spudoratezza di teorizzarli con una
spocchia così aggressiva e terroristica.
Terroristica, precisamente: perché una simile teoria - e la pratica
conseguente - costituisce la migliore motivazione per qualsiasi attentatore. E
la migliore “giustificazione”. Si dice infatti il terrorista: se tu ti arroghi
il diritto ad attaccare per primo, questo vale, pari pari, anche per me.

La prepotenza della guerra preventiva, proclamata dagli USA, costituisce in
ogni caso un sostanziale salto di qualità. Sia perché fa carta straccia dell’
abc del diritto internazionale sia perché segna il passaggio brutale dalla Pax
americana alla Lex americana. E il mondo dovrà dire se accetta un simile
giogo.
La mania di onnipotenza spesso è il riflesso del profilarsi dell’impotenza.
Anche l’Impero romano si mise a “ragionare” in quel modo, secondo il principio
si vis pacem, para bellum (“se vuoi la pace, prepara la guerra”), fino a quando
non ebbe più legioni per difendere Roma.

L’aggressione all’Iraq nel 2003 (dopo l’Afghanistan) costituisce l’
applicazione pratica più vistosa della dottrina della guerra preventiva.
Non si riflette a sufficienza sul fatto che l’attacco è avvenuto sia in
violazione di ogni norma del diritto internazionale sia sulla base della
menzogna aperta: le inesistenti “armi di distruzioni di massa”.
Ve lo ricordate, in proposito, il segretario di stato americano Colin Powell
che nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in diretta televisiva, esibiva come
prova decisiva il dossier dell’intelligence britannica che, l’indomani, si
scopriva essere basato su un vecchio studio universitario, già pubblicato,
riferentesi alla situazione prima della guerra del 1991?
E poi ci si lamenta che, con servizi segreti di tal fatta, sia potuto
accadere l’attacco alle Torri Gemelle...

La guerra preventiva cammina sulle gambe della menzogna preventiva, che ha
consolidati precedenti.
L’aggressione al Vietnam fu sferrata in seguito al famoso incidente del Golfo
del Tonchino (1964), un “attacco” nordvietnamita a una nave americana.
Tre anni dopo, da documenti del Pentagono usciti dalla segretezza, emergeva
che quell’incidente non si era mai verificato, ma era stato costruito a
tavolino dalla CIA.
Lo scandalo fu immenso e contribuì ad alimentare la contestazione del
Sessantotto.
Che quarant’anni dopo, per aggredire l’Iraq, venga fabbricata una bugia in
tutto analoga, la dice lunga sulla coazione a ripetere l’inganno da parte delle
élite americane.

Con l’invasione l’Iraq, che prima era immune dal terrorismo, è stato
trasformato nel suo crocevia internazionale, il che rende ridicola - se non
fosse tragica - la guerra condotta proprio per... debellare il terrorismo: dei
mentecatti non avrebbero potuto combinare disastro peggiore.

“Un catastrofico fallimento” e “un incubo senza fine”, determinati da “una
strategia che non porterà alla vittoria”: non sono parole di Bin Laden, le ha
pronunciate, il 12 ottobre 2007, il generale di corpo d’armata Ricardo Sanchez,
il primo comandante americano in Iraq.
Implacabilmente, così definiva il presidente Bush e compagnia:
“incompetenti”, “corrotti”, “negligenti nel compiere il loro dovere”.
E, per completare il quadro, aggiungeva: “Se avessero agito così da militari,
sarebbero stati portati davanti a una corte marziale”.

Ecatombe di civili, in Iraq; circa 5 mila, al momento in cui scrivo, i
soldati morti (americani e di altre nazionalità); tre guerre civili in corso:
in Afghanistan, in Iraq, in Palestina (con il Pakistan da un lato e il Libano
dall’altro in prossimità di contagio); la cifra astronomica di oltre mille
miliardi di dollari spesi per determinare tutto questo.
Ciò che indigna la coscienza di tanti, anche in Occidente, è precisamente ciò
che è stato messo nel conto dagli “strateghi” della guerra preventiva (il che
non vuol dire che i loro conti tornino).
Il loro sguardo allucinato è lungo, dobbiamo saperlo. L’invasione dell’Iraq
non serve solo a controllare direttamente - o, che è lo stesso, per interposto
governo fantoccio - il secondo produttore mondiale di petrolio, ma anche a
trasformarlo in una testa di ponte finalizzata alla penetrazione economico-
politica e militare in quella immensa zona geostrategica che è l’Eurasia
(comprendente il 75 per cento della popolazione mondiale), in barba alla Russia
e, soprattutto, alla Cina.
A Pechino e a Mosca, ovviamente, il disegno non passa inosservato, e infatti
ci sono le tendenze al riarmo di Putin e la stipula di alleanze militari russo-
cinesi.
Questo dà la dimensione dei foschi rischi che si addensano, se non si
recupera, e rapidamente, lo spirito del Sessantotto contro le “ragioni” della
guerra.

La guerra preventiva è il grimaldello terroristico, su scala planetaria,
della prepotenza statuale organizzata globalmente.
Basta che a praticarla sia uno solo, e ogni altro potrà sentirsi legittimato
a fare altrettanto. Non avendo una forza strutturata paragonabile a quella
americana (e occidentale), userà altri mezzi, come sta accadendo.
La guerra preventiva, se non sarà fermata, è destinata a diventare la più
grande e feconda incubatrice di terroristi, come sta accadendo.

Qualcosa di analogo lo sostiene un americano per niente estremista: Arthur
Schlesinger, ex consigliere del presidente Kennedy.
Ha affermato: “Se gli USA intendono la guerra preventiva come strumento
legittimo e morale, per una questione di principio altri paesi si sentirebbero
autorizzati a seguire l’esempio americano, estendendo il conflitto a macchia d’
olio”.
Gore Vidal, il celebre scrittore americano che si arruolò giovanissimo per
combattere i giapponesi sul Pacifico nella seconda guerra mondiale, e dunque
difficilmente può essere accusato di antipatriottismo, ha detto chiaro come la
pensa: “Ci lamentiamo del terrorismo, eppure il nostro impero è oggi il
terrorista più spietato”.
Sulla stessa lunghezza d’onda, a proposito della guerra preventiva, è Nelson
Mandela, ex presidente del Sudafrica e premio Nobel per la pace: “Il
comportamento degli Stati Uniti costituisce una minaccia per la pace nel
mondo”. Stringato e chiarissimo.
Zbigniew Brzezinski, ex segretario di stato statunitense, riflettendo sulle
conseguenze “in casa” della guerra preventiva, ha scritto nel marzo 2007: “La
‘‘guerra al terrorismo’’ ha dato vita in America a una cultura della paura. L’
elevazione di queste tre parole a mantra nazionale da parte dell’
amministrazione Bush, dopo i terribili eventi dell’11 settembre, ha avuto un
effetto deleterio sulla democrazia americana, sulla psiche americana e sulla
reputazione degli Stati Uniti nel mondo. (...) Che l’America sia diventata
insicura e molto più paranoica è difficilmente contestabile”.

La guerra preventiva, in quanto dispiegamento massimo dell’arbitrio, diviene
prepotenza preventiva, ovvero la più infaticabile generatrice di mostri. Che è,
precisamente, quello cui stiamo assistendo nel mondo.

Come il fondamentalismo “dall’alto” - a partire dal fondamentalismo del
mercato - alimenta quello “dal basso” (a partire da quello islamico), così il
terrorismo “dall’alto” nutre e spinge avanti quello “dal basso”. È successo
così in Palestina, è accaduto così nell’Irlanda del Nord.
Ed è avvenuto così in Italia: è solo dopo la “strage di stato” di piazza
Fontana a Milano (12 dicembre 1969) che alcuni cominciano a sparare contro
figure simbolo delle istituzioni.
Prima, durante l’ascesa dei grandi movimenti di lotta alla luce del sole,
nessun militante si era mai organizzato per uccidere.

Al fondo, il terrorismo è simmetrico alla guerra. Questa lo suscita, quello
le fornisce l’alibi. Questo perfido sodalizio - al di là del prezzo delle
vittime che miete - sta trasformando il mondo in una prigione insicura.
Davvero difficile immaginare un’insensatezza maggiore. L’insicurezza è
generalizzata sui continenti e i soldi necessari a “proteggere” da atti
terroristici tutti gli obiettivi sensibili, sommati a quelli spesi per le
guerre, ammontano a cifre assurde.

Basti pensare che, con il denaro speso in un solo giorno della guerra in
Iraq, potremmo vaccinare tutti i bambini del mondo per salvarli dalle malattie
infettive.

Sinceramente: come possiamo continuare a pensare, e dirci e ripeterci, che
questa follia - che l’Occidente ha costruito e sta esportando nel mondo - è
“civiltà”?

benagro giovedì, 15 settembre 2011

R: R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

Ah scusa... dimenticavo... in effetti sei innegabilmente molto preparato, nell'accezione più completa del termine. Però consentimi di dire che partire dall'articolo 18 per arrivare al terrorismo, declinato con "così in alto come in basso" alla Ermete Trismegisto mi sembra un po' forzato.
Ma io che ne so in fondo.

agroben giovedì, 15 settembre 2011

R: R: R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

> Ah scusa... dimenticavo... in effetti sei innegabilmente molto preparato, nell'accezione più completa del termine. Però consentimi di dire che partire dall'articolo 18 per arrivare al terrorismo, declinato con "così in alto come in basso" alla Ermete Trismegisto mi sembra un po' forzato.
>
> Ma io che ne so in fondo.

L'ultima frase che hai detto la condivido appieno. Potevi evitare di andare a prendere qualche parola e nome qua e là nel mio messaggio giusto per far vedere che l'avevi letto, ci avresti fatto una figura migliore...

marco giovedì, 15 settembre 2011

R: R: R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

come siamo bravi noi Italiani a lamentarci quando ormai è troppo tardi.... mi chiedo, dove stavate quando già sapevamo della modifica dell'art 18? se fossimo stati tutti uniti, non sarebbe mai passata una modifica del genere. Ora gli imprenditori faranno tutto quello che vogliono, e non parliamo dei sindacati.... siamo un popolo di pecoroni... sappiamo solo parlare tra di noi, ma nessuno mai si ferma per dire basta... dobbiamo vergognarci.... ora staremo sotto le grinfie dei capi, e ci faranno lavorare come i Cinesi, 12 ore al giorno, e se proviamo a lamentarci, saremo licenziati. che bello!!!! dai, cacciamo le palle fuori e fermiamoci tutti, e chiediamo un passo indietro. Altrimenti, torneranno i tempi dello schiavismo.

benagro giovedì, 15 settembre 2011

R: R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

Wow... sono rapito da cotanto cotale scodellamento di cultura, informazione, teoria, filosofia, e via dicendo, e via dicendo.
E' probabile che, ad una mente illuminata come la tua, no sia sfuggita la leggera ironia che accompagna le mie parole, ma d'altro canto io sono solo un... come mi hai chiamato... ah sì "capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...".
Beh, non posso competere con un saggio di tale levatura, e oltretutto non voglio neanche farlo, quindi reagisco con ignoranza, come piace tanto a voi intellettuali_radical_chic_snob, che vi definite "di sinistra", e poi cercate di creare una elite pseudo culturale che finisce per diventare una torre d'avorio dove vedete solo le corbellerie che ci mettete voi stessi.
E da ignorante quale sono mi alzo alla mattina, presto, vado a lavorare, mantengo una famiglia, pago le tasse quando riesco, se no mi faccio dei debiti con lo stato che poi magari pagherò a rate. E sì, perché i miei soldi vanno a quello che sta vicino a me, che dovrebbe lavorare e non fa nulla, tanto non lo licenziano perché non possono, e se poi ci provano vanno nelle grane, e intervengono i sindacati (pagati da noi), che vanno dai giudici (pagati da noi), i quali parlano con gli avvocati (pagati da noi), che mandano i documenti in cancelleria (pagata da noi), così qualche politicante può farci sopra un po' di ricamo (e pure lui pagato da noi, questo anche caro), e tutta questa imponente struttura sta in piedi, pagata da noi, perché quello lì vicino a me possa fare nulla.
Però... quasi quasi facevo prima a pagarlo io, forse mi costava di meno.
Beh, vado a dormire che domani si lavora, scusami ma non sono riuscito a leggere tutta 'sta cosa che hai scritto, non la capisco nemmeno; spero però che l'atto stesso di scriverla ti abbia dato compiacimento.
Con quello che mi costa vivere posso permettermi almeno di sperare no?
O no?

agroben giovedì, 15 settembre 2011

R: R: R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

> Wow... sono rapito da cotanto cotale scodellamento di cultura, informazione, teoria, filosofia, e via dicendo, e via dicendo.
>
> E' probabile che, ad una mente illuminata come la tua, no sia sfuggita la leggera ironia che accompagna le mie parole, ma d'altro canto io sono solo un... come mi hai chiamato... ah sì "capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...".
>
> Beh, non posso competere con un saggio di tale levatura, e oltretutto non voglio neanche farlo, quindi reagisco con ignoranza, come piace tanto a voi intellettuali_radical_chic_snob, che vi definite "di sinistra", e poi cercate di creare una elite pseudo culturale che finisce per diventare una torre d'avorio dove vedete solo le corbellerie che ci mettete voi stessi.
>
> E da ignorante quale sono mi alzo alla mattina, presto, vado a lavorare, mantengo una famiglia, pago le tasse quando riesco, se no mi faccio dei debiti con lo stato che poi magari pagherò a rate. E sì, perché i miei soldi vanno a quello che sta vicino a me, che dovrebbe lavorare e non fa nulla, tanto non lo licenziano perché non possono, e se poi ci provano vanno nelle grane, e intervengono i sindacati (pagati da noi), che vanno dai giudici (pagati da noi), i quali parlano con gli avvocati (pagati da noi), che mandano i documenti in cancelleria (pagata da noi), così qualche politicante può farci sopra un po' di ricamo (e pure lui pagato da noi, questo anche caro), e tutta questa imponente struttura sta in piedi, pagata da noi, perché quello lì vicino a me possa fare nulla.
>
> Però... quasi quasi facevo prima a pagarlo io, forse mi costava di meno.
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> Beh, vado a dormire che domani si lavora, scusami ma non sono riuscito a leggere tutta 'sta cosa che hai scritto, non la capisco nemmeno; spero però che l'atto stesso di scriverla ti abbia dato compiacimento.
>
> Con quello che mi costa vivere posso permettermi almeno di sperare no?O no?

Be', sono stato un illuso a sperare in una reazione diversa da quella che hai avuto, caro "Ben": eludere la lettura di verità che avrebbero fatto crollare il tuo castello di carte e luoghi comuni ed eludere di conseguenza le risposte che evidentemente non avresti avuto, d'altronde chiunque non condivida le opinioni (ma che opinioni?la tua è onniscienza divina illuminata di un Dio in Terra che sa tutto di tutto e tutti!) è un... Come mi (ci) hai chiamato? Ah, già: "intellettuali_radical_chic_snob"! Chiunque non la pensi come te rientra in questa categoria, compreso l'autore del libro di cui non ti sei neanche reso conto di aver letto uno stralcio; porino, mi fa tanta tristezza rendermi conto che ci siano persone come te, così arrogantemente ignoranti, così piene di sé da non riuscire ad accettare che la realtà non è il loro "Matrix" in cui vivono, protetti (controllati) dai media, come gran parte, ahimè, di quel 10% dell'umanità che detiene il 90% della ricchezza mondiale... Ti auguro di riuscire ad avere una vita migliore di quella che hai, e non parlo in termini economici, ma in termini di libertà intellettuale e maturazione, anche se mi rendo conto che sarà ben difficile per gente che se le preclude da sé a priori.

Emily mercoledì, 14 settembre 2011

R: R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

Cazzo ne sai un kasino

Noviluna mercoledì, 14 settembre 2011

R: R: R: Ci mancava il commento del capitalista filo-yankee schiavo del dio Mercato...

> Cazzo ne sai un kasino

Invidioso, eh?!

andreas mercoledì, 14 settembre 2011

non sono assolutamente d'accordo

stiamo scherzando? mettere una legge del genere con tutto le ingiustizie che si vedono nelle aziende mi sembra un sopruso... sono veramente indignato, ci stanno portando sul punto di sputare sulle schede elettorali alle prossime elezioni! io sono sempre stato filoberlusconiano, ma stiamo veramente toccando il fondo adesso! i lavoratori non si toccano, io lavoro in un azienda avicola da anni e il mio datore di lavoro mi sta mettendo in condizioni tali da farmi abbandonare il campo! lavoro 14h al giorno per uno stipendio di mille € e sono potuto andare avanti grazie ai sindacati e all'appoggio di un avvocato, altrimenti mi avrebbe già buttato fuori senza giusta causa. oramai sono vittima di mobbing e non vedo lo stipendio da un mese. e i politici che fanno? danno dei nuovi motivi per lasciarci morire di fame, grazie all'avvento di queste nuove leggi! VERGOGNA!

n° 8
san mercoledì, 14 settembre 2011

R: non sono assolutamente d'accordo

> stiamo scherzando? mettere una legge del genere con tutto le ingiustizie che si vedono nelle aziende mi sembra un sopruso... sono veramente indignato, ci stanno portando sul punto di sputare sulle schede elettorali alle prossime elezioni! io sono sempre stato filoberlusconiano, ma stiamo veramente toccando il fondo adesso! i lavoratori non si toccano, io lavoro in un azienda avicola da anni e il mio datore di lavoro mi sta mettendo in condizioni tali da farmi abbandonare il campo! lavoro 14h al giorno per uno stipendio di mille € e sono potuto andare avanti grazie ai sindacati e all'appoggio di un avvocato, altrimenti mi avrebbe già buttato fuori senza giusta causa. oramai sono vittima di mobbing e non vedo lo stipendio da un mese. e i politici che fanno? danno dei nuovi motivi per lasciarci morire di fame, grazie all'avvento di queste nuove leggi! VERGOGNA!

...te ne stai rendendo conto ora che è troppo tardi, ora che provi sulla tua pelle che cos'è davvero il berlusconismo, dopo che avevi additato come "rossi" tutti quelli che ti dicevano che sbagliavi a fidarti del ricco epulone, vero???

melissa mercoledì, 14 settembre 2011

i lavoratori sono solo dei limoni da spremere per benino

stanno facendo di tutto per restringere tutele e garanzie ai lavoratori massacrandoli con le tasse, la riduzione dei contributi per i servizi essenziali, il peggioramento della situazione lavorativa generale, mentre il costo della vita rende impossibile vivere... va sempre peggio... mentre i baroni fanno la bella vita alle nostre spalle e spesso nella totale illegalità... questa manovra è iniqua perchè colpisce sempre gli stessi e lascia immacolate le poltrone dei sovrani e i privilegi dei pochi...ci vorrebbero piu tasse per chì ha di più (anche al di sotto dei 300mila), più sanzioni agli evasori e combattere la speculazione internazionale che mette a terra tutti quanti... poi che ragione c'è di rendere ancora piu ricattabile e fragile il lavoratore? dopo i sindacati disgregati mirano a renderci bossoli di energia da sfruttare come nella apocalisse consumistica di matrix ...ma le macchine sono loro...

n° 7
nicolemarie mercoledì, 14 settembre 2011

R: i lavoratori sono solo dei limoni da spremere per benino

> stanno facendo di tutto per restringere tutele e garanzie ai lavoratori massacrandoli con le tasse, la riduzione dei contributi per i servizi essenziali, il peggioramento della situazione lavorativa generale, mentre il costo della vita rende impossibile vivere... va sempre peggio... mentre i baroni fanno la bella vita alle nostre spalle e spesso nella totale illegalità... questa manovra è iniqua perchè colpisce sempre gli stessi e lascia immacolate le poltrone dei sovrani e i privilegi dei pochi...ci vorrebbero piu tasse per chì ha di più (anche al di sotto dei 300mila), più sanzioni agli evasori e combattere la speculazione internazionale che mette a terra tutti quanti... poi che ragione c'è di rendere ancora piu ricattabile e fragile il lavoratore? dopo i sindacati disgregati mirano a renderci bossoli di energia da sfruttare come nella apocalisse consumistica di matrix ...ma le macchine sono loro...

Mark mercoledì, 14 settembre 2011

La solita manfrina x nulla

Tanto i sindacati x dare il consenso a licenziare qualcuno fanno tremila menate...State tranquilli che a meno che non siate dei fancazzisti spudorati dal vostro posticino non vi schiodano

n° 6
bico sabato, 29 ottobre 2011

licenciamenti

i licenziamenti facili .vedrete che useranno la famosa paggellina per licenziare le persone

Mark sabato, 29 ottobre 2011

R: licenciamenti

> i licenziamenti facili .vedrete che useranno la famosa paggellina per licenziare le persone

"licenciamenti"? "paggellina"?? OMG!!!

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