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"Otto milioni di lavoratori senza futuro", intervista alla sindacalista Filomena Trizio

I precari sono una "galassia" talmente vasta e variegata che è difficile anche solo contarli. E a chi lavora con la data di scadenza si aggiungono quelli in nero e gli stagisti. Perché il mercato del lavoro italiano è ormai tra i più deregolamentati e "selvaggi".

di gina pavone 11 ottobre 2010
Il precariato è un argomento di grande attualità, e proprio in questi giorni se ne torna a parlare in occasione dei corposi tagli alla scuola, che stanno lasciando a casa migliaia di persone. Studenti.it ha intervistato Filomena Trizio, segretaria generale di NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) CGIL, il sindacato che tutela i lavoratori atipici.

- SI PUO' FARE UNA STIMA DI QUANTI SIANO I PRECARI IN ITALIA?

Non è facile fornire un dato preciso di quanti siano i lavoratori precari nel nostro paese. Siamo entrati nella crisi con circa otto milioni di precari (di cui circa la metà lavoratori in nero). I dati disponibili dicono che, in questi due anni, è ulteriormente aumentata la disoccupazione, come pure le persone inattive sul mercato del lavoro e il ricorso a forme atipiche a scapito del lavoro a tempo indeterminato. Bisogna anche dire che quando si parla di “precari” ci si riferisce a una galassia vasta e molto differenziata al suo interno. Da una parte ci sono il tempo determinato e il lavoro in somministrazione (ex interinale) che, pur essendo forme di impiego temporaneo, rientrano nella disciplina del lavoro dipendente e prevedono l'applicazione dei contratti nazionali di lavoro. Accanto a queste forme che potremmo definire “sane” di flessibilità lavorativa (quando applicate secondo la filosofia della norma), se ne sono affermate altre "grigie" al confine tra subordinazione e autonomia, le figure della cosiddetta parasubordinazione (collaborazioni, partite Iva, associati in partecipazione, ecc.) che non sono formalmente rapporti di lavoro dipendente e non sono quindi regolate dai contratti collettivi, ma che spesso nascondono un vero e proprio lavoro subordinato. Il centrodestra ha poi introdotto una specifica tipologia, quella del lavoro accessorio (voucher) che ha caratteristiche preoccupanti. In questo caso, infatti, la prestazione, sganciata dai contratti collettivi di riferimento viene pagata con un buono di valore fisso senza che sia stabilito a quale professionalità e a quante ore di lavoro si riferisca. Per non parlare poi di stage e tirocini con i quali molti giovani si ritrovano a lavorare spesso senza un paga adeguata e senza nemmeno la prevista formazione al lavoro. Per finire, i più precari fra i precari sono quell’esercito di lavoratori in nero che non gode della minima tutela né del minimo diritto.


- IL SETTORE SCUOLA E' ATTUALMENTE MOLTO PROBLEMATICO: CI SONO STIME SUL NUMERO DI PRECARI DELLA SCUOLA CHE NON VERRANNO RICONVOCATI? PER QUESTE PERSONE CI SONO FORME DI AMMORTIZZATORI SOCIALI?

Sulla scuola vigono regole a parte e specifiche dinamiche contrattuali, di cui c’è una specifica competenza delle categorie di settore. I dati però che sono sotto gli occhi di tutti, ci dicono che i tagli del ministro Gelmini hanno provocato una riduzione del servizio con conseguente perdita di circa 130.000 posti di lavoro nel comparto scuola, in quello che è stato definito il più grande licenziamento di massa nella storia del pubblico impiego in Italia. Un taglio di queste dimensioni ha un impatto devastante sulla didattica e pertanto sul futuro delle giovani generazioni. Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, è prevista l’indennità di disoccupazione, ma non tutti gli insegnanti rimasti a casa hanno i requisiti per accedervi. 


- IN GENERALE, NON SOLO PER LA SCUOLA, CI SONO AMMORTIZZATORI SOCIALI PER I LAVORATORI PRECARI?

Per quanto attiene i lavoratori dipendenti (contratto a termine e somministrazione) esiste l’indennità di disoccupazione, a cui si accede con almeno due anni di anzianità contributiva. Per i lavoratori in somministrazione, esiste in più, attraverso il loro specifico contratto nazionale, un ulteriore intervento di sostegno al reddito. Nel corso della crisi economica poi è stata estesa la cassa integrazione e la mobilità in deroga per i contratti a termine e in somministrazione. Per i lavoratori in collaborazione, fuori dagli ammortizzatori sociali tradizionali, è stata invece prevista durante la crisi, un’indennità “una tantum” che la Cgil ha criticato duramente per l'eccessiva rigidità dei requisiti che hanno escluso la gran parte dei possibili beneficiari. Basta pensare che a luglio di quest'anno su circa 18.000 domande solo 3.000 di esse hanno avuto esito positivo. In generale è necessario un rafforzamento degli istituti di sostegno al reddito dei lavoratori, come ha dimostrato la crisi economica. Proprio in questi giorni, la Cgil ha presentato una proposta per ampliare la copertura degli ammortizzatori sociali e abbattere i requisiti d’accesso a soli 78 giorni. Una proposta che aiuta i più giovani, gli immigrati in particolare, e con la quale mezzo milione di lavoratori in più potrebbe beneficiare di forme di sostegno al reddito.


- COME FUNZIONA, INVECE, PER LE PERSONE CHE VANNO AVANTI CON CONTRATTI A SCADENZA DA MOLTI ANNI, I COSIDDETTI PRECARI CRONICI?

La precarietà è diventata una vera e propria trappola per i giovani, per la deregolamentazione di cui è stato oggetto il mercato del lavoro: vi sono centinaia di migliaia di persone che lavorano da anni “a scadenza”, e che nella maggior parte dei casi si vedono rinnovare il contratto pochi giorni prima della data in cui teoricamente dovrebbero rimanere a casa. Purtroppo il problema non riguarda solamente il settore privato: gli usi impropri in tal senso sono numerosissimi anche nella pubblica amministrazione, che tende sempre di più a utilizzare lavoratori precari per svolgere compiti chiave per il funzionamento della scuola, dell’università, delle questure, degli istituti previdenziali e, ironia della sorte, dei centri per l'impiego.


filomena-trizio-segretario-nidil-cgil_1- DOPO QUANTO TEMPO UN LAVORATORE PRECARIO HA DIRITTO A ESSERE STABILIZZATO?

L’unica norma di legge esistente riguarda i contratti a termine, che non possono essere prorogati più di una volta e comunque non oltre i 36 mesi. Ci sono poi normative contrattuali, diverse fra loro, che pongono limiti all’utilizzo di forme flessibili. Una norma di questo tipo è contenuta nel contratto della somministrazione, che prevede la trasformazione a tempo indeterminato del contratto presso l’agenzia di lavoro. Per le collaborazioni, la durata è legata al progetto per il quale è attivata la collaborazione stessa, ma il carattere spesso troppo indefinito dei progetti, la mancanza di controlli, fanno sì che siano molteplici gli abusi. Cito solo un esempio: recentemente il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto l’assunzione a tempo indeterminato a due collaboratori di una ditta di trasporti, il cui “progetto” consisteva nella consegna dei giornali alle edicole ogni mattina. Ora, è chiaro che non ci può essere alcuna autonomia di prestazione nel consegnare i quotidiani guidando un furgone aziendale, eppure il contratto era stato addirittura certificato dalla Commissione apposita istituita presso l’università di Modena e presieduta dal noto giuslavorista Michele Tiraboschi...


- COME FUNZIONA PER I VERSAMENTI PREVIDENZIALI?

Per il lavoro dipendente, a tempo determinato e in somministrazione, la contribuzione è pari a quella dei lavoratori a tempo indeterminato (aliquota del 33%). Per le altre figure invece quello della previdenza è un tasto molto dolente: i lavoratori (tra i quali collaboratori, partite Iva, ecc.) versano i contributi previdenziali alla Gestione Separata dell’Inps. Per loro i problemi sono numerosi: le aliquote contributive inferiori a quelle dei lavoratori dipendenti (26% o meno), la discontinuità dei rapporti di lavoro e la loro bassa retribuzione, i penalizzanti meccanismi di calcolo della futura pensione (peggiorati peraltro dal governo in carica). Ciò fa sì che tutti i parasubordinati, se restano tali, percepiranno una pensione ridicola, per molti addirittura al di sotto dell’assegno sociale. Lo stesso presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua nei giorni scorsi ha avuto modo di dire, in maniera quasi provocatoria, che se il suo istituto rivelasse ai lavoratori parasubordinati quali sono le proiezioni sulle loro pensioni si rischierebbe un “sommovimento sociale”. Non è certo una scoperta: non a caso NIdiL promosse lo scorso anno una campagna contro la revisione dei coefficienti in assenza del tavolo previsto nell’accordo col governo Prodi per rivedere i parametri di calcolo al fine di non penalizzare i lavoratori precari. Non a caso, Nidil continua a fare della previdenza un impegno costante, chiedendo la somma, utile alla pensione, di tutti i contributi versati in gestione separata e in altri fondi e gestioni previdenziali (totalizzazione), i correttivi ai coefficienti, la riconsiderazione del riparto fra datore e lavoratore delle partite Iva.


- CI SONO DELLE TIPOLOGIE DI LAVORATORI PER CUI NON SONO PREVISTI I VERSAMENTI PREVIDENZIALI?

A parte ovviamente i lavoratori in nero, tutti quei collaboratori occasionali il cui reddito non supera i 5000 euro annui. A loro si aggiungono migliaia di stage e tirocini che non hanno contenuto formativo e sono usati impropriamente per sostituire lavoro dipendente.


- QUALI SONO GLI STRUMENTI CHE UN LAVORATORE PRECARIO PUò USARE PER TUTELARSI?

Il primo consiglio è quello di valutare attentamente tutto ciò che viene sottoscritto al momento dell’assunzione: un ulteriore pericolo in tal senso è rappresentato dalle norme recentemente approvate dal Parlamento, che prevedono la possibilità di sottoscrivere la cosiddetta “clausola compromissoria”, con la quale il lavoratore rinuncerebbe preventivamente per ogni controversia futura alla tutela del giudice “scegliendo” di affidarsi ad un arbitro. Per qualsiasi cosa comunque, il sindacato, anche se spesso visto come “lontano”, è lo strumento più vicino e più usabile per i lavoratori per rispondere alla domanda di tutela e di rappresentanza.


- CI SONO ALL'ESTERO FORME DI TUTELA DEI LAVORATORI PRECARI CHE POTREBBERO ESSERE "COPIATE" E INTRODOTTE ANCHE IN ITALIA?

Bisogna innanzitutto dire che, al di là della retorica ufficiale, il mercato del lavoro italiano si presenta nel panorama europeo ormai come uno tra i più deregolamentati, grazie alle "controriforme" varate dai governi dai governi centrodestra. Proprio da qui si dovrebbe partire per unificare il mondo del lavoro, riducendo le forme contrattuali, fornendo adeguate coperture in caso di disoccupazione, garantendo anche così pensioni dignitose. Da subito si potrebbero mettere in campo strumenti, che da noi mancano totalmente ma che sono “copiabili” dai nostri vicini europei: politiche serie di inserimento nel mercato del lavoro e istituti di welfare più inclusivi, specialmente per quelle fasce che trovano maggiori difficoltà come le donne e i giovani.

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Commenti

brunilda giovedì, 28 ottobre 2010

come siamo arrivati fino a questo punto???

Ma come accidenti è stato possibile arrivare a questo punto?? Non riesco a darmi una risposta. E tutto lascia temere il pessio pure per il futuro...boh, non so cosa ci potrebbe 'salvare'.

n° 1
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