Francesca Serena ha deciso di trasferirsi in Spagna,
perchè la situazione lavorativa in Italia non era delle
migliori. Qui ha trovato in breve tempo un lavoro, che non
è inerente al suo campo di studio, ma Francesca ritiene che
bisogna sapersi adattare, pur continuando a lottare per realizzare i
propri sogni.
Quale
è stato il tuo percorso di studi e come sei arrivata in
Spagna?
Io ho 27 anni e sono laureata con il massimo dei voti in conservazione
dei beni culturali ed ho un master in didattica museale e
comunicazione: dopo aver lavorato in importantissimi musei di livello
internazionale ed al ministero per i beni culturali ho deciso di
trasferirmi in Spagna perchè conosciamo tutti la situazione
italiana (contratti inesistenti, stipendi 2 mesi si e 10 no etc.).
Qui a Madrid ho tardato pochissimo a trovare lavoro ma non nel mio campo
(non ancora!): ho un contratto a tempo indeterminato, con uno
stipendio che mi fa vivere BENE ed un lavoro nell'ambito
della comunicazioni con possibilità di crescita, ma non
è il mio settore. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che
bisogna essere versatili, sapersi adattare e non smettere di lottare
per ottenere quello che si desidera.
Perchè hai deciso di trasferirti all'estero?
Un po' per gioco, un po' per voglia di evasione, un po' per frenesia ho
vissuto 3 volte all'estero, prima di trasferirmi (definitivamente?) in
Spagna. Credo esista una sostanziale e tangibile differenza tra lo
studente che soggiorna all'estero per studio (Erasmus, Leonardo o
quant'altro), il giovane che va a vivere fuori per imparare una lingua
(quindi partendo da zero ed essendo disposto a fare qualsiasi lavoro
per vivere) ed infine il laureato o neolaureato che va fuori per
migliorare la sua situazione, partendo già con delle basi
solide e con delle pretese. Io, assurdamente, ho vissuto le tre
esperienze e devo dire che senz'altro le più appaganti sono
le ultime due. Studiare all'estero è una cosa
molto interessante e formativa, ma è il lavorare che ti
inserisce nel sistema della nazione che ti ospita, ti fa
sentire cittadino ed alimenta in te delle aspettative, quindi la voglia
di avere dei diritti e la consapevolezza di avere dei doveri da
compiere.
Come descriveresti la tua esperienza all'estero?
Per quanto mi riguarda la cosa più interessante che ho
sviluppato in me è lo spirito di adattamento
e la fiducia nella gente. Muoversi vuol dire
conoscere, ma anche stare soli e doversela cavare: questo alimenta
attenzione verso l'altro e voglia di avere e dare
solidarietà. Allo stesso tempo stare fuori ti fa
anche sentire "più dentro": inspiegabilmente una
bandiera tricolore ti emoziona, ti ritrovi con lo sguardo perso a
sognare un caffè, inizi a parlare da solo per sentire parole
in
italiano, ti stupisci nel pensare che Eros Ramazzotti non è
poi così male...
Cosa consiglieresti ai ragazzi che stanno pensando di
trasferirsi all'estero?
Consiglio a tutti i giovani di non avere paura, di viaggiare, di
pensare che tutto è un gioco ma al contempo cercare una
progettualità, perchè fuori dall'Italia non
è il paradiso: bisogna studiare,
formarsi e sapere quello che si vuole ottenere. La
concorrenza è spietata e per quanto si possa conoscere bene
una lingua credo davvero che non siano sufficienti 20 anni per diventare
"madrelingua", il che crea un handicap quando cerchiamo lavoro
all'estero, e solo l'essere iper-preparati ci permette di competere con
gli autoctoni. Suerte a todos!
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