Una volta nella vita capita a tutti: essere cavie di qualche esperimento più o meno scientifico. Certo, sapere di essere cavie non rende più felice l'impatto con la vita Universitaria, ma tant'è, tanto vale attrezzarsi. Anche la nostra controguida ovviamente risente della Riforma Universitaria in atto.
Se a questo si aggiunge il cambio di governo e le promesse di intervento al fotofinish sulla riforma stessa è chiaro che quest'anno, oltre alle guide e alle controguide dovrete rivolgervi in continuazione alle segreterie, ai rappresentanti, alle associazioni studentesche, ai docenti, agli stregoni. Per gli studenti che si immatricolano c'è il chiaro problema di capire cosa cavolo rappresentano e quali sbocchi daranno le varie lauree di primo livello, così come sarà tutto un programma capire come davvero dovrete affrontare esami completamente nuovi.
Per gli studenti che devono, loro malgrado, scegliere se continuare il vecchio o trasferirsi al nuovo i problemi crescono esponenzialmente. In pratica dovrete decidere se continuare il vecchio e prepararvi a combattere per avere i corsi e gli esami che vi spettano di diritto o se trasferirvi con l'incertezza del riconoscimento degli esami già sostenuti e della validità di un titolo di studio nato da un percorso ibrido. Scelta difficile, ma da fare presto.
Per chi resta nella vecchia laurea c'è invece la corsa contro il tempo per sostenere i corsi prima della inevitabile disattivazione. Insomma "'nu burdell" , in special modo per quei corsi di laurea che, di colpo, attiveranno subito i 3 anni della nuova. Questa controguida, come detto, risentirà inevitabilmente di questa situazione di incertezza e di modifiche dell'ultima ora; in ogni caso, per notizie in tempo reale, non dimenticate chi questa controguida la sta scrivendo: i rappresentanti di Area-SinistraUniversitaria e l'Unione degli Universitari, il sindacato che c'è, sempre.
Il Sapere Blindato di Luca D'Innocenzo (resp.org. Udu-L'Aquila)
L'Università italiana si è trovata di fronte ad una sfida senza precedenti: rinnovarsi e farlo con le proprie mani e con le proprie menti. Questa sfida, frutto dell'autonomia tanto reclamata da anni, ha mostrato con disarmante chiarezza, le fortissime lacune programmatiche e politiche della classe docenti producendo, per ora, più che un'Università riformata, un'Università "conservata" nella centralità delle baronie e contaminata da logiche di "produttività" anche nella trasmissione del sapere e nell'offerta didattica.
Questi due fattori possono spiegare la folle corsa degli Atenei all'invenzione di corsi di laurea e di laurea specialistica sempre più settorializzati e sempre meno culturali.
In un contesto come quello abruzzese, con poco più di 1 milione e 200 mila abitanti, il sistema universitario ha dato prova di schizzofrenia riformista. Un sistema già al limite del logoramento, con doppioni di intere Facoltà sparsi nel territorio, si è imbarcato in una guerra senza frontiere tra i 3 Atenei a chi offrisse più corsi di laurea, indipendentemente dalle competenze e dalle specificità dei singoli Atenei e del territorio.
Si è così giunti ad avere corsi di primo livello in Biotecnologie, sia nell'Università di Teramo che in quella di L'Aquila. Allo stesso modo si è giunti ad avere corsi di Economia, già presenti sia a Chieti che a L'Aquila e Sulmona, anche a Teramo, all'interno della Facoltà di Scienze Politiche, e ad Avezzano, come distaccata di L'Aquila; si è così giunti a parlare di Giurisprudenza ad Avezzano o di Ingegneria a Pescara; si è giunti ad avere un Ateneo, quello Aquilano, che stipula una convenzione con "La Sapienza" e "La Tuscia" per l'attivazione di un corso di laurea in Chimica in quel di Rieti, come se i corsi di Chimica e di Ingegneria Chimica presenti nel Capoluogo Abruzzese non fossero sufficienti a rispondere alle esigenze del territorio sabino.
Un comportamento superficiale e schizzofrenico da parte delle Università, che hanno pensato più all'immagine da dare all'esterno, che ad una vera e sostanziale riflessione sui fallimenti dell'Università italiana e ad una conseguente revisione dell'approccio ai contenuti del sapere.
In questa fase di autonomia, le uniche risposte che il corpo docenti ha saputo dare sul fronte delle modalità di apprendimento e di verifica, sono improntate all'eliminazione della residuale autorganizzazione degli studenti presente nelle Università. In questo contesto si spiegano l'introduzione di obblighi di frequenza e di blocchi annuali, più o meno mascherati, e l'eliminazione sostanziale della possibilità da parte degli studenti di "rifiutare" i voti.
L'esasperazione della produttività, misurata in numero di laureati e relativi tempi e non in qualità, ha portato il corpo docenti a scegliere la via più semplice e al tempo stesso più pericolosa per il futuro culturale del Paese, quello dell'organizzazione perfetta e imprescindibile della vita dello studente, quello degli obblighi da rispettare, ai quali seguiranno senz'altro "promozioni di massa" per chi a quegli obblighi non è sfuggito.
Non ha neanche sfiorato l'intelligenza della gran parte dei nostri docenti la possibilità di dare allo studente libertà nello scegliersi le modalità di apprendimento, né tantomeno di dare peso alla "valutazione" dei docenti da parte degli studenti. Alla possibilità di mettersi in discussione e di mettere in "competizione" le proprie lezioni con altre forme di apprendimento, responsabilizzandosi, il corpo docenti ha preferito quello della deresponsabilizzazione, "blindando" le proprie lezioni e rendendole imprescindibili ai fini di un apprendimento "valutabile", scaricando in questo modo tutto il peso delle eventuali incompetenze e tutte le conseguenze delle sciagurate metodologie concorsuali sulle spalle degli studenti. Noi al corpo docenti rilanciamo la sfida della qualità: non nascondetevi dietro gli obblighi agli studenti, misuratevi!
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