La teoria del piacere di Giacomo Leopardi

La teoria del piacere di Giacomo Leopardi A cura di Andrea Lazzarini, Chiara Tognarelli

La teoria del piacere di Leopardi spiegata punto per punto, analisi del suo rapporto con la poetica e il pensiero, e una lettura dallo Zibaldone

1Una riflessione filosofica

Nello Zibaldone viene enunciata «la teoria del piacere» di Leopardi - così come esplicitamente lui stesso la chiama. Alla spiegazione di questa teoria dedica una ventina di pagine: esse costituiscono un breve e coeso saggio filosofico, steso, come indicano le date che lo chiudono, tra il 12 e il 23 luglio del 1820.   

Fonte: ansa

La riflessione di Leopardi parte da un’idea ben precisa: ogni uomo, nel suo agire, mira «al piacere, ossia alla felicità»; questa tendenza al piacere non conosce limiti perché connaturata all’esistenza; al contrario, i mezzi attraverso i quali l’uomo cerca di soddisfarla, i «piaceri», sono limitati, temporanei ed effimeri. Ne consegue la distanza incolmabile tra desiderio del piacere ed effettiva possibilità di soddisfarlo.

2La teoria del piacere punto per punto

Procedendo nel ragionamento, Leopardi dimostra le seguenti tesi:

  1. Il desiderio del piacere è infinito per durata (non si esaurisce finché non finisce la vita) e per estensione (il desiderio del piacere è inesauribile perché riguarda il piacere in sé, e quindi non possono esistere singoli oggetti che lo soddisfino);
  2. Il conseguimento di un oggetto di desiderio non spegne il desiderio del piacere, in quanto risponde con qualcosa di finito a una richiesta infinita;
  3. soltanto l’immaginazione può soddisfare il desiderio del piacere – desiderio che è infinito – perché soltanto l’immaginazione può creare oggetti infiniti per numero, per durata e per estensione; l’uomo sperimenta una condizione di felicità quando può soddisfare la propria infinita sete di piacere con questi oggetti infiniti illusori, creati dalla sua facoltà immaginativa;
  4. la natura aveva disposto gli uomini al piacere facendoli ignoranti, cioè capaci di illusioni e di immaginazione;
  5. in poesia il vago e l’indefinito sono fonti di piacere in quanto attivano l’immaginazione (ciò che è indeterminato non può essere percepito dalla ragione perché la ragione non ha la capacità di concepire oggetti).

2.1Tre diverse discipline

La teoria del piacere di Leopardi mette in relazione tre discipline diverse, la psicologia, la filosofia della storia e l’estetica: 

  • la psicologia quando definisce il desiderio del piacere innato nell’uomo e inestinguibile,
  • la filosofia della storia quando afferma la Natura provvidenziale e la negatività della ragione,
  • l’estetica quando definisce il poetico come vago-indefinito (è questo un concetto di capitale importanza nella poetica leopardiana, soprattutto per la scrittura degli idilli).

2.2Unicità e importanza della teoria del piacere

Le pagine dedicate alla «teoria del piacere» sono un unicum, ossia un caso eccezionale, nella compagine frantumata dello Zibaldone: lo Zibaldone, infatti, procede per frammenti, intuizioni, riflessioni brevi, slegate e discontinue, mentre la «teoria del piacere» è esposta in una coesa prosa argomentativa. Questa sua compattezza la rende un caso isolato nel diario intellettuale di Leopardi.

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

La teoria del piacere continuerà a occupare un posto centrale nel pensiero di Leopardi anche quando, dopo le Operette morali, l’immagine della natura avrà cambiato di segno e sarà diventata negativa: allora Leopardi non insisterà più sul potere benefico e rigenerante delle illusioni, potere garantito dalla natura agli antichi e ai fanciulli, ma insisterà sul carattere vano del piacere, che si rivelerà un puro fantasma, un oggetto evanescente e inafferrabile, a differenza della sofferenza e della noia, unici aspetti reali della vita umana.  

3Lettura dallo Zibaldone: La teoria del piacere

Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempierci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti   

  1. né per durata,
  2. né per estensione.

Quindi non ci può essere nessun piacere che uguagli   

  1. né la sua durata, perché nessun piacere è eterno,
  2. né la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, e sia circoscritto. […] 

       

Quindi potrete facilmente concepire come il piacere sia cosa vanissima sempre, del che ci facciamo tanta maraviglia, come se ciò venisse da una sua natura particolare, quando il dolore la noia ec. non hanno questa qualità. Il fatto è che quando l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non astratto, e che comprenda tutta l’estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio non essendo soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perché non si tratta di una piccola ma di una somma inferiorità al desiderio e oltracciò alla speranza. E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato.   

Veniamo alla inclinazione dell’uomo all’infinito. Indipendentemente dal desiderio del piacere, esiste nell’uomo una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono. Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti  

  1. in numero,
  2. in durata,
  3. e in estensione.

Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec. Perciò non è maraviglia  

  1. che la speranza sia sempre maggior del bene,
  2. che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni.

Quindi bisogna considerare la gran misericordia e il gran magistero della natura, che da una parte non potendo spogliar l’uomo e nessun essere vivente, dell’amor del piacere che è una conseguenza immediata e quasi tutt’uno coll’amor proprio e della propria conservazione necessario alla sussistenza delle cose, dall’altra parte non potendo fornirli di piaceri reali infiniti, ha voluto supplire 

  1. colle illusioni, e di queste è stata loro liberalissima […]
  2. coll’immensa varietà acciocché l’uomo stanco o disingannato di un piacere ricorresse all’altro […].

Quindi deducete le solite conseguenze della superiorità degli antichi sopra i moderni in ordine alla felicità. 1. L’immaginazione come ho detto è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice. Lo vediamo nei fanciulli. Ma questa non può regnare senza l’ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi. […] 

Quindi è manifesto  

  1. perché tutti i beni paiano bellissimi e sommi da lontano, e l’ignoto sia più bello del noto; effetto della immaginazione determinato dalla inclinazione della natura al piacere, effetto delle illusioni voluto dalla natura.
  2. perché l’anima preferisca in poesia e da per tutto, il bello aereo, le idee infinite. […]

Di questo bello aereo, di queste idee abbondavano gli antichi, abbondano i loro poeti, massime il più antico cioè Omero, abbondano i fanciulli veramente Omerici in questo […].  

La malinconia, il sentimentale moderno ec. perciò appunto sono così dolci, perché immergono l’anima in un abbisso di pensieri indeterminati de’ quali non sa vedere il fondo né i contorni. […]  

Del rimanente alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava sempre da fanciullo, e anche ora nel vedere il cielo ec. attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia, come chiamano. […] 

Tutto il sopraddetto intorno alla teoria del piacere è un nuovo argomento del quanto si potrebbe semplificare la teoria dell’uomo e delle cose, e del come il sistema intero della natura si aggiri sopra pochissimi principii i quali producono gl’infiniti e variatissimi effetti che vediamo, e stabiliti i quali, si direbbe che la natura ha avuto poco da faticare, perché le conseguenze ne son derivate necessariamente e come spontaneamente […] 

(12-23 luglio 1820).  

“La noia è la più sterile delle passioni umane. Com'ella è figlia della nullità, così è madre del nulla: giacché non solo è sterile per sé, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina.”

Giacomo Leopardi