La Rivoluzione Industriale | Video

Di Redazione Studenti.

Per Rivoluzione Industriale si intende il processo di industrializzazione che visse la Gran Bretagna intorno al 1780 e che si diffuse rapidamente in Belgio, Francia, Germania, e Stati Uniti. Guarda il video e scopri di più

Le cause della rivoluzione industriale furono molte, concatenate tra loro e si possono ricondurre a:

- Innovazioni tecniche e cambiamenti nel modo di produrre con l’introduzione della macchina a vapore
- Accumulo di capitali e investimenti
- Spirito imprenditoriale e trasformazione dello Stato
- Sviluppo delle città

Rivoluzione agricola: la fine dei legami feudali e delle proprietà ecclesiastiche fecero aumentare il terreno a disposizione. La produzione agricola aumenta grazie ai nuovi macchinari ed alle nuove tecniche di coltivazione e di rotazione delle colture. Tutto questo consente all’agricoltura di superare la fase di sussistenza.

Anche la rivoluzione demografica incide in questo processo in quanto determina un aumento nella richiesta di beni di consumo fornendo al tempo stesso una maggiore disponibilità di mano d’opera.

La Rivoluzione industriale, agricola e demografica
La Rivoluzione Industriale è legata alla Rivoluzione agricola e tra le due vie è una stretta correlazione: le città industriali non sarebbero sorte senza l’incremento della produzione agricola e, allo stesso modo, essa per svilupparsi ebbe bisogno di grandi centri di assorbimento dei prodotti agricoli.

La Rivoluzione agricola a sua volta fu determinata dalla fine dei legami feudali e delle proprietà ecclesiastiche, che fecero aumentare il terreno a disposizione, dall’affermazione di nuove tecniche di coltivazione e di rotazione delle colture e dall’introduzione di nuovi e moderni macchinari.

La maggiore disponibilità di beni prodotti dalla Rivoluzione agricola mette al riparo le popolazioni dalle carestie; le persone, meglio alimentate, vivono più a lungo e meglio, diminuisce la mortalità grazie anche ai progressi della scienza e della medicina ed aumenta la natalità.

Il rapporto tra incremento demografico e Rivoluzione Industriale varia a seconda dei contesti: in Inghilterra ed in Germania l’industrializzazione permise ed implicò l’aumento della popolazione, negli U.S.A., invece, la mancanza di manodopera alimentò l’innovazione tecnologica influendo sull’industrializzazione, mentre in America Latina l’eccessivo aumento della popolazione pose un freno al decollo industriale.

Il settore dove vi furono le prime invenzioni fu quello tessile con l’introduzione della macchina filatrice, che diede un impulso immediato alle industrie tessili. Queste abbandonarono il lavoro a domicilio per costruire le fabbriche vicino ai corsi d’acqua e sfruttarne l’ energia. L’invenzione più importante fu la macchina a vapore di Watt (1769) che permise di costruire le fabbriche non vicino alle zone ricche di materie prime bensì vicino alle zone di consumo e vendita del prodotto finito.

Ci fu così una richiesta sempre maggiore di carbone, che spinse allo sviluppo l’industria estrattiva e dei trasporti. Si costruiscono le ferrovie per collegare i bacini carboniferi alle le città che richiedono quantità sempre maggiori di carbone, sia per le fabbriche che per l’uso domestico.

Altre importanti innovazioni di questo periodo furono il telegrafo perfezionato da Morse (1845), il cemento a presa rapida (1824) e la vulcanizzazione del caucciù (1843).

Le conseguenze sociali della Rivoluzione Industriale inizialmente sono state negative. Le città si sono ingrandite velocemente e questo ha determinato la nascita di quartieri dormitorio, senza acqua corrente né fognature, in cui le persone vivano ammassate e prive di ogni requisito igienico. I turni in fabbrica, di circa 15 ore al giorno, erano uguali per uomini, donne e bambini.

Le condizioni degli operai hanno cominciato a migliorare solo in seguito all’intervento dei sindacati ed alla politica dei lavoratori stessi. Tuttavia questo precorso non fu rapido né semplice e in alcuni casi la reazione alle novità assunse forme violente e vandaliche.

Il sistema capitalistico ed il ruolo dello Stato
La Rivoluzione Industriale porta con se anche la nascita del Capitalismo, un sistema economico che si basa su tre elementi:

- la libertà di produzione e di scambio, che ha come scopo il profitto dell’imprenditore. Per ottenere questa libertà interviene lo Stato che modifica le leggi precedenti riguardo al mercato, che limita i diritti reclamati dagli operai e si astiene dall’intervenire sui prezzi.

- Un’altra caratteristica del nuovo sistema capitalistico è la proprietà privata dei mezzi di produzione

- e la divisione tra capitale e lavoro; il proprietario dei mezzi di produzione non partecipa direttamente alla produzione dei beni, che è affidata agli operai, ma è colui che ne trae maggiori profitti.

Dalla Rivoluzione industriale sono derivate due teorie economiche: l’utilitarismo e il liberismo.

L’utilitarismo sta alla base del nostro sistema economico. Il capitalista infatti investe i suoi capitali e cerca di farli fruttare al massimo per il proprio interesse e questo porta anche un’utilità per lo stato.

Secondo A. Smith –filosofo scozzese che sviluppò le proprie teorie a ridosso della prima rivoluzione industriale- l’economia è il terreno adatto alla conciliazione tra egoismo individuale e pubblica utilità.
In questo settore gli individui perseguendo al loro utile contribuiscono al vantaggio generale.

Il liberismo come dottrina economica è conseguenza diretta del capitalismo perché se la ricchezza è data dal capitale, dal suo essere investito, dal suo prodursi, ne deriva che il presupposto al progressivo miglioramento economico è la libertà economica.

Caratteristiche e prerequisiti del liberismo sono due: l’indipendenza dell’economia da privilegi ed interventi dello Stato la relazione diretta tra l’interesse del singolo e quello dello stato.

Lo stato deve solo fare da garante perché il mercato si autoregola; il costo del salario e delle merci vengono infatti stabiliti dalla libera contrattazione.

L’ottimismo di Smith riguardo al liberismo viene contestate dalle teorie di David Ricardo – economista- e da quelle di Maltus – demografo ed economista politico.

Ricardo mette in luce i veri problemi dell’industrializzazione:
- il capitale è il lavoro accumulato
- il valore del lavoro è dato dal salario, i soldi indispensabili al mantenimento della famiglia del lavoratore, che tendono al ribasso fino a livelli minimi di sussistenza
- il profitto tende a diminuire con l’aumentare dei salari
- la disoccupazione tende ad aumentare con l’aumento del numero delle macchine

La teoria di Maltus è marcatamente negativa:

Egli sostiene che la produzione agricola aumenta in progressione aritmetica mentre l’incremento demografico segue una proporzione geometrica. Da questo ne risulta che all’incremento della popolazione non corrisponde un incremento analogo della produzione agricola con il conseguente aumento delle persone sottoalimentate.

La soluzione è regolare l’incremento demografico con l’andamento della produzione intervenendo in modo selettivo sulla popolazione, permettendo la riproduzione solo a quegli individui che sono realmente in grado di mantenere i figli messi al mondo.

La teoria di Maltus secondo la quale non c’è una produzione di cibo sufficiente per tutti, si è rivelata vera e poco o nulla è stato fatto per arginare questo problema.
Negli anni della Rivoluzione Industriale il progresso è andato avanti senza aspettare nessuno. I paesi che erano in testa all’inizio lo sono ancora oggi ed il divario con chi è rimasto indietro è ormai diventato incolmabile.