Koyre: approfondimenti di fisica

Di Micaela Bonito.

Perché la scienza antica non produsse la macchina? Koirè cerca di dare delle spiegazioni

Il testo di Koyré “Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione” inizia a partire da

un'opera di P.M. Schul intitolata Machinisme et philosophie.
La questione dell'origine del macchinismo viene da Koyré studiata a partire dalla domanda: "Perché la scienza antica non produsse la macchina?".
Il problema porta Koyré ad indagare l'origine della tecnica stessa e della concezione che le culture delle diverse epoche hanno avuto di essa.
E’ necessario, innanzitutto, osservare che l'esistenza dell'uomo sembra da sempre legata ad un certo sviluppo - per quanto primordiale - della tecnica.
Ma ciò è vero se si considera un livello più elementare della tecnica: l'utensile.
Questo però è ben diverso dal livello superiore che è possibile individuare nelle macchine moderne, che sono state precedute da quegli apparecchi (ruota del vasaio, telaio, forno, torchio etc.) che, costituendo uno stadio intermedio fra l'utensile e la macchina, sono caratteristiche di alcune civiltà più evolute.
E’ certo che molte civiltà, dalla civiltà egizia a quella greca e romana, conobbero senz'altro delle forme, seppur rudimentali di macchine; ma la domanda sull'origine della macchina viene riformulata da Koyré in questo modo: perché la scienza antica non conobbe lo sviluppo del livello superiore di tecnica?

A questa domanda, varie erano le possibili risposte (alcune delle quali delineate già nell’opera di P.M. Schul) parzialmente scartate dallo storico della scienza:
- la presenza degli schiavi o di manodopera a basso prezzo, che rende meno conveniente l’utilizzo di una macchina
- la mancanza di materie prime come il ferro
Nel primo caso si considera il fatto che, nel mondo greco per esempio, non erano solo gli schiavi a lavorare ma anche gli stessi uomini liberi, di povera condizione, e che quindi vi era sicuramente interesse allo sviluppo di tecniche alternative alla fatica dell’uomo.
Nel secondo caso si confonde la possibilità di costruire macchine con quella di costruire macchine moderne.
Koyré si concentra maggiormente sulla spiegazione psicosociologica che mette in relazione la struttura socioeconomica della società antica con le sue strutture concettuali.
In una società schiavistica sembrano esserci due condizioni che impediscono l'imporsi della macchina: da un lato l'abbondanza di manodopera, che rende superflua la sua economizzazione tramite l'innovazione tecnologica; dall'altro, soprattutto, il disprezzo per il lavoro manuale che impone una gerarchia di valori anche al pensiero scientifico tenendolo lontano da finalità pratiche.
La predilezione per la "pura teoria" diventa un fattore di freno per lo sviluppo di una scienza applicata.
Questa concezione aristocratica del sapere, questa superiorità della theoria sulla praxis, inizia ad entrare in crisi verso la fine del Medioevo e nel Rinascimento. La vita activa sembra prendere il sopravvento ma, nonostante l'arte meccanica sembra perdere i connotati di inferiorità ad essa riservati nell'antichità, rimane immutata la sua inferiorità rispetto alle arti liberali.
Sarà la crescita delle città, del commercio, delle corporazioni, le innovazioni tecniche legate ai nuovi bisogni (la bardatura moderna dei cavalli e l'invenzione del timone per le esigenze di navigazione) che comporteranno la penetrazione di un sapere sempre più efficace nella società.
Con le nuove condizioni di esistenza l'otium si trasforma, gradualmente, in qualcosa di negativo.
Sebbene Koyré riconosca i pregi della spiegazione “sociopsicologica”, egli ritiene che non sia ancora in grado di spiegare fino in fondo il mancato sviluppo.
E’ necessario introdurre una ulteriore spiegazione che, per lo storico della scienza, è la principale: il passaggio al “mondo della precisione” che porterà allo sviluppo di una nuova tecnologia.
Anche se l'antichità ha prodotto un sapere tecnico, esso si caratterizza come un sapere esperienziale, tramandato e applicato costantemente, ad esempio, nella costruzione di "anfiteatri e basiliche, ponti e strade, porti e navi" ma raramente un sapere innovato, soprattutto per quel che riguarda usi diversi da quelli appena elencati.
Anche le numerose innovazioni tecniche medioevali rientrano in questo tipo di sapere esperienziale.

Ma il passaggio epocale fra l'ingegneria antica e quella moderna ruota anche attorno all'idea di "precisione", che Koyré sintetizza nella nota formulazione: dal mondo del pressappoco all'universo della precisione.
L'idea della "stagnazione" della scienza greca, nel senso di un'incapacità a dar vita ad uno sviluppo tecnico adeguato al livello di raffinatezza raggiunto dal sapere, richiede un'analisi dei limiti costitutivi di quella scienza.
Koyré è convinto che fosse possibile, in teoria, la nascita di un Copernico e di un Galileo dopo Euclide o Tolomeo. Non essendo ciò avvenuto, è importante capire quali "blocchi" abbiano impedito determinati sviluppi.
In primo luogo occorre, secondo Koyré, constatare l'impossibilità, da parte del pensiero greco, di costruire una fisica nel senso “moderno” del termine.
Condizione essenziale per uno sviluppo tecnico è l'elaborazione di questo tipo di fisica diversa da quella aristotelica in cui si riconduceva la natura ad un sistema concettuale e a principi primi (operazione filosoficamente importante ma di scarsa rilevanza pratica).

Il pensiero dell’antichità e in parte anche l’epoca mediovale, non poteva, secondo Koyré, riuscire nella costruzione di questo tipo di fisica che implica una matematizzazione della realtà: per il pensiero platonico e per quello aristotelico la matematica non sembra avere nessun rapporto immediato con la realtà.
Per Platone il sapere matematico, gli oggetti della geometria si pongono ad un livello ontologico diverso dagli enti e dagli oggetti sensibili. Per Aristotele invece, la matematica è un sapere "astratto”.
Entrambe queste visioni erano accumunate dal pregiudizio dell'esistenza di due mondi ben distinti: l'eterno e perfetto mondo sovrasensibile e l’imperfetto mondo sensibile.
A queste realtà ontologiche corrisponde un dualismo cosmologico, la convinzione che esista un analogo rapporto fra mondo celeste e mondo sublunare o terrestre. In base a ciò la realtà terrestre diventa il dominio dell'impreciso, del "più o meno", del "pressappoco" appunto.
Per questi motivi fu possibile avere un'astronomia matematica (come appunto si ebbe) ma non una fisica matematica.

Il superamento di questo dualismo, la considerazione unitaria del cosmo è la condizione di possibilità per l'introduzione di strumenti di precisione, misurazioni precise ed univoche; la condizione essenziale per il superamento del "pressappochismo" e, contestualmente, la realizzazione di macchine efficienti.
Ma il cammino che condusse alla realizzazione di macchine efficienti fu lungo. Ancora nel XVI e XVII secolo, i progetti vengono elaborati secondo lo spirito del "pressappoco". La svolta fondamentale della tecnica moderna è legata alla capacità di calcolare il funzionamento di queste macchine che solo la fisica da Galeo in poi riuscì a fornire.
La mancanza di esattezza, ha un suo preciso corrispettivo nell'assenza di una nomenclatura "chiara e ben definita" (un esempio di ciò è l’alchimia medioevale).
Secondo Koyré, l'aspetto fondamentale non è l'insufficienza tecnica, ma la semplice assenza di un'idea specifica: quella dell'utilizzo di strumenti in grado di fornire una misurazione univoca dei fenomeni.
Di tutto ciò l'invenzione del telescopio da parte di Galilei è un esempio paradigmatico.
In effetti, parlare d’invenzione può sembrare strano nella misura in cui l'arte ottica si trovava effettivamente già nella condizione di realizzare quello strumento. Galileo, in realtà, non fece altro che utilizzare il principio del cannocchiale (allora già in uso) per l'osservazione dei fenomeni astrali.
La differenza non sta quindi nel diverso livello tecnico, ma nel diverso uso.

Il principio che guida l'"invenzione" di Galilei è la necessità di utilizzare di uno strumento e non più di un semplice utensile.
Quest'ultimo costituisce un prolungamento dei nostri arti, dei nostri sensi, un potenziamento della nostra capacità di rapportarci al mondo circostante, mentre l'essenza dello strumento è un'altra. Esso segue una necessità della teoria, l'amplificazione o la precisione che esso ci garantisce costituiscono un potenziamento della nostra mente, della nostra capacità di comprendere la realtà.
Ecco quindi aperto una strada fra quei due mondi separati per l’antichità: il mondo celeste, il mondo della perfezione e quello terrestre, mondo del divenire di cui non si può avere scienza, mondo cui possiamo solo adattarci con l'approssimazione della nostra techne.
Da un lato, quindi, si assiste alla unificazione fra fisica celeste e fisica terrestre; dall'altro si osserva la crescente precisione tecnica che diventa caratterizzante per vita quotidiana e i rapporti sociali.

Un ulteriore esempio è fornito dalla misura del tempo.
A differenza dello spazio, il tempo si è sempre presentato agli uomini come una realtà misurata essendo suddiviso in porzioni naturali (le stagioni, il giorno, la notte etc.). Finchè le esigenze della vita civile non lo richiedono queste suddivisioni per quanto imprecise sono sufficienti.
Fino alla prima metà del XVI secolo, infatti, la diffusione di orologi da tasca è molto ristretta e molti uomini non conoscono la propria età.
Ma, a partire dalla seconda metà dello stesso secolo, la situazione cambia. Si assiste alla diffusione degli orologi da tasca che diventano sempre più precisi e funzionali.
E’ fondamentale però sottolineare che l'orologio di precisione non è frutto dell'opera autonoma degli orologiai. Esso fu, come per il telescopio, un'esigenza della teoria a migliorare l'efficienza degli orologi, trasformandoli in strumenti di misurazione scientifica, in cronometri.
Lo sviluppo della cronometria scientifica fu un'esigenza contemporanea della fisica, dell'astronomia (e in parte anche della navigazione).
I problemi dello sviluppo della fisica non sembravano poter posticipare ulteriormente questa scoperta. La necessità di una conferma sperimentale delle leggi sul moto richiedevano strumenti di precisione.

Non è un caso che Galilei affrontò direttamente della questione sfruttando sull'oscillazione del pendolo, che, con la sua ripetizione isocrona, fornisce un'unità costante di misura del tempo.
Koyré mette in evidenza che è stata una deduzione razionale e non la misurazione empirica l'origine della grande intuizione galileiana.
Si è davanti ad una compenetrazione di teoria e pratica che caratterizza la rivoluzione scientifica e tecnologica attraverso la realizzazione di strumenti di misurazione sempre più perfetti e la costruzione di macchine sempre più precise.