Italo Svevo: vita e opere

Italo Svevo: vita e opere A cura di Daniel Raffini.

Vita e opere di Italo Svevo. Scopri di più sulle opere, il pensiero e la poetica dell'autore del romanzo La coscienza di Zeno

1Introduzione a Italo Svevo

L’importanza di Italo Svevo nella letteratura del 900 sta nell’aver contribuito alla nascita del romanzo contemporaneo, inteso come il romanzo in cui si parla dei conflitti dell’uomo moderno, le sue ansie e le sue contraddizioni.  

2La vita di Italo Svevo

  • 1861. Nasce a Trieste.
  • 1874-78. Studia con i fratelli in un collegio tedesco in Baviera.
  • 1880. Inizia a collaborare con il giornale triestino «L’Indipendente» e viene assunto presso la filiale triestina della banca Union.
  • 1892. Pubblica il primo romanzo, Una vita.
  • 1896. Sposa Livia Veneziani, per la quale aveva scritto il Diario per la fidanzata.
  • 1898. Pubblica il romanzo Senilità.
  • 1899. Lascia la banca ed entra nella ditta del suocero, allontanandosi dall’attività letteraria.
  • 1905. Incontro con James Joyce, con cui nasce una lunga amicizia.
  • 1908. Viene a conoscenza delle teorie di Freud e della psicanalisi.
  • 1914. Con lo scoppio della guerra la ditta viene requisita e Svevo può dedicarsi ai suoi studi.
  • 1923. Esce La coscienza di Zeno, che lo porta lentamente all’attenzione della critica e al successo in tutta Europa.
  • 1928. Muore a Motta di Livenza, in Veneto.

3La personalità

3.1Lo pseudonimo

Ritratto di Italo Svevo
Ritratto di Italo Svevo — Fonte: ansa

Il vero nome di Italo Svevo è Ettore Schmitz. La necessità di adottare uno pseudonimo nacque probabilmente dalle contraddizioni e dalle peculiarità del carattere e della vita dello scrittore. Svevo non si riconobbe mai perfettamente in nulla. Lo pseudonimo, Italo Svevo, rimanda direttamente alla sua origine geografica controversa: Italo come italiano, Svevo come germanico. Svevo era infatti per metà italiano e per metà tedesco, aveva origini ebraiche e viveva a Trieste, una città prevalentemente abitata da italiani ma sotto il dominio dell’Impero asburgico. A questo bisogna aggiungere il contrasto tra lo scrittore e l’uomo d’affari, dedito al commercio e alla vita borghese. 

3.2Trieste

L’esperienza letteraria di Italo Svevo nasce in un ambiente del tutto particolare, quello di Trieste ancora sotto l’Impero austriaco, città priva di una tradizione culturale propria ma vivacizzata da un’attivissima borghesia e da un intreccio di popoli, lingue e culture diverse. Trieste partecipava a pieno alla cultura mitteleuropea, cosmopolita e problematica, che fiorì nell’ultima fase dell’Impero asburgico. A questo ambiente si lega la lettura di Schopenhauer, fondamentale per la sua formazione e il pensiero di Svevo.  

3.3Origine ebraica e italo-austriaca

Altra peculiarità di Italo Svevo è la sua origine ebraica, anche se la fede non dovette essere molto forte in lui visto che abiurò nel momento in cui sposò una cristiana. La sua famiglia era tedesca da parte del nonno materno, che si era stabilito a Trieste come impiegato dello Stato austriaco, e italiana da parte della madre. In casa si parlava soprattutto il dialetto triestino.  

3.4La formazione tecnica

Bisogna ricordare che Italo Svevo non nasce come scrittore. I suoi studi sono di carattere commerciale. E’ un intellettuale, non un professionista, diviso tra la passione per la letteratura e una normale vita borghese, che lo portò a lavorate come industriale e uomo d’affari per la maggior parte della sua esistenza. 

Per questo egli fu estraneo al protagonismo politico degli intellettuali italiani di inizio 900 (vedi ad esempio D’Annunzio) e per questo la sua letteratura si concentrò sulle contraddizioni della vita individuale e della borghesia.

3.5Letteratura antiformalistica

Ritratto dello scrittore francese H. de Balzac (1799 - 1850)
Ritratto dello scrittore francese H. de Balzac (1799 - 1850) — Fonte: ansa

L’ambiente triestino e l’educazione ricevuta portarono Svevo ad allontanarsi da ogni nozione classicistica e retorica della letteratura. Egli vede nella scrittura uno strumento di conoscenza della realtà e rifiuto l’estetismo letterario e la ricerca della perfezione linguistica, in favore di una maggiore adesione ai dati della realtà esteriore del mondo e a quella interiore dell’uomo.    

I modelli di Italo Svevo furono autori come Balzac, Stendhal e Flaubert, dai quali riprese la capacità di indagare i comportamenti umani, andando oltre la superfice delle cose e scavando in profondità. Nell’accostarsi alla letteratura egli cercò di rappresentare le vicende umane sullo sfondo di una concreta realtà sociale, che si identifica con quella triestina che egli stesso viveva.

4I romanzi

4.1Una vita

Il primo romanzo di Italo Svevo, il cui titolo originario era Un inetto, viene pubblicato nel 1892 a spese dell’autore. Si tratta della narrazione in terza persona del fallimento dell’intellettuale Alfonso Nitti che, venuto dalla campagna a Trieste, giunge al suicidio dopo molti tentativi falliti di superare la propria condizione e affermarsi nel mondo.    

Il confronto con il mondo borghese svuota di ogni valore il personaggio intellettuale e lo porta alla disperazione. Alfonso non si pone come modello positivo, perché reagisce con passività. I suoi propositi non sono mai perseguiti fino in fondo ed egli non riesce a comunicare con il prossimo. Questo antieroe moderno è immerso in una grigia realtà quotidiana. Dal punto di vista stilistico la lingua è priva di preziosismi e si adegua alla realtà tetra che descrive, fino all’asprezza e alla scorrettezza grammaticale: riprende molte strutture dalla lingua tedesca, molto usata a Trieste, e spesso si dimostra incerto ad esempio sull’accordo dei verbi o sulle grafie di alcune parole. In realtà tutto questo rientra nello stile di Svevo ed è una caratteristica oltre che della sua scrittura, anche dei suoi personaggi. Dobbiamo infatti ricordare che all’interno della scrittura letteraria, a differenza degli altri tipi di scrittura, l’errore grammaticale è spesso possibile e anzi rientra in una figura retorica che si chiama anacoluto, quello che comunemente si dice “licenza poetica”. Molti critici contemporanei di Svevo non capirono questo e si scagliarono contro di lui per il suo stile.      

4.2Senilità

Il secondo romanzo di Italo Svevo, Senilità, apparve a puntate sull’«Indipendente», nel 1898 e subito dopo in volume e, come il precedente, fu del tutto ignorato dalla critica e dal pubblico e riscoperto solo dopo il successo di La coscienza di Zeno

Anche qui si narrano in terza persona le vicende di un personaggio inetto, la cui condizione è complicata da un precoce senso di senilità, di sentirsi vecchio. Emilio Brentani, intellettuale fallito di 35 anni, che conduce una vita da impiegato, vive un rapporto con l’esuberante popolana Angiolina. Emilio è sempre in attesa di occasioni che non si presentano e in ritardo sul presente. Si costruisce dei modelli ideali, non sa vivere il presente ed ha sempre paura di sbagliare.  

Attraverso la figura di Emilio, Svevo critica l’impossibilità dell’intellettuale decadente di vedere la contraddizione tra l’io e la realtà. Ma la contraddizione riguarda in generale l’uomo moderno perso dietro desideri illusori e modelli astratti.
Altri personaggi del romanzo sono lo scultore Stefano Balli, sicuro e spregiudicato, modello di salute e intraprendenza, e la sorella Amalia, triste ragazza condannata al rispetto delle convenzioni, riservata e rinunciataria, che viene sconvolta fino alla follia e alla morte dall’amore segreto per Balli. L’altro personaggio femminile, Angiolina, donna del popolo, rappresenta la vitalità libera e aperta, la salute e l’energia. Emilio vorrebbe godere della sua vitalità, ma riesce a vivere il rapporto con lei solo attraverso intermediari. Più la donna è estranea e distante, più Emilio è preso dall’amore per lei. Nel finale Emilio incontra per l’ultima volta Angiolina, quasi contemporaneamente alla morte di Amalia, e l’immagine della donna sembra trasfigurarsi in una lontananza simbolica, come l’immagine della giovinezza vista da un vecchio. 

4.3La coscienza di Zeno

Ritratto dello scrittore irlandese James Joyce, con cui Svevo strinse una lunga amicizia.
Ritratto dello scrittore irlandese James Joyce, con cui Svevo strinse una lunga amicizia. — Fonte: ansa

Iniziato subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, La coscienza di Zeno venne pubblicato nel 1923 e fu accolto in Italia con indifferenza. Il successo arrivò grazie all’intervento di Joyce e della critica francese.
Si tratta di una narrazione in prima persona, in forma di autobiografia, di Zeno Cosini, un ricco triestino che per liberarsi da una nevrosi che gli impedisce di smettere di fumare si sottopone a una cura psicanalitica. Il medico gli impone di mettere per iscritto la sua vita. 

Negli otto capitoli del libro Zeno racconta allora vari episodi della sua vita: il tentativo di smettere di fumare, la morte del padre, il matrimonio, la storia con l’amante Carla e l’impresa aperta in società con il cognato.
Alla fine, che coincide col presente e lo scoppio della guerra, Zeno decide di abbandonare la cura e il romanzo si conclude. 

5I racconti

Prima ancora dei romanzi, Italo Svevo scrive alcuni racconti naturalistici, ma che già si aprono all’analisi dell’animo umano e a orizzonti simbolici e mitici. Ricordiamo in particolare:    

  • L’assassinio di via Belpoggio (1890), storia di un giovane che senza premeditazione uccide un uomo e lo deruba, per poi farsi prendere da tormenti e rimorsi e finire per confessare il delitto.
  • La tribù (1897), racconto politico-allegorico pubblicato sulla rivista «Critica sociale», nel quale Svevo esprime il suo pessimismo riguardo il cambiamento della società.

Dopo il successo de La coscienza di Zeno aumenta l’attività di scrittura di Svevo. Tra i racconti più importanti di questo periodo ricordiamo:    

  • Un burla riuscita (1925), che racconta dello scherzo giocato a un vecchio impiegato che ha pubblicato senza successo un romanzo in giovinezza, a cui un conoscente fa credere che un editore sia interessato a comprare i diritti per la traduzione.  
  • Corto viaggio sentimentale (1928), in cui Svevo segue i pensieri di un vecchio signore durante un viaggio in treno da Milano a Trieste.

Una serie di materiali frammentari avrebbero dovuto comporre il quarto romanzo di Italo Svevo, mai portato a termine, sulla vecchiaia di Zeno Cosini. Da essi sono stati tratti dei piccoli racconti, come Le confessioni di un vegliardo.       

6Il teatro

Nonostante l’interesse per il teatro sia sempre stato vivo in Svevo, i suoi testi drammatici ebbero ancora meno fortuna dei romanzi. In vita pubblicò soltanto il monologo Prima del ballo e venne rappresentato solo l’atto unico Terzetto spezzato (1927). In totale Svevo scrisse 13 testi teatrali, alcuni incompiuti, ambientati nell’ambiente del salotto borghese animato da contrasti e discussioni, incidenti e sorprese.     

Italo Svevo prende il modello del dramma borghese e, senza abbandonarlo, vi inserisce lo squilibrio e l’irregolarità, rivelando i dissapori che si nascondono sotto le convenzioni borghesi. Gli scontri che ne nascono assumono spesso un carattere comico. Ricorderemo in particolare l’ultima opera, La rigenerazione, in cui tratta il tema comico di un’operazione per ringiovanire.

7Temi e immagini

7.1L'inetto

La figura più famosa dei romanzi di Italo Svevo è quella dell’inetto. Questo tipo di personaggio, protagonista delle storie dello scrittore, è un antieroe moderno. Un uomo che vive una grigia vita ordinaria, che aspira a qualcosa di più ma non riesce mai a raggiungerlo a causa dei propri limiti, delle proprie paure e della propria inadeguatezza a stare al mondo.    

In questi personaggi Svevo dipinge le contraddizioni dell’uomo moderno e costruisce un modello opposto a quello eroico proposto da D’Annunzio. Ne La coscienza di Zeno scrive: «Chissà se cessando di fumare sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente».

7.2La psicanalisi e la malattia

Sigmund Freud
Sigmund Freud — Fonte: ansa

Italo Svevo studiò a fondo la psicanalisi di Freud e da essa derivano molti spunti per i suoi romanzi. I personaggi sveviani si autoanalizzano, analizzano il proprio rapporto con il mondo e i propri problemi con esso, la propria inadeguatezza e i propri traumi

Dalla psicanalisi deriva anche l’attenzione quasi ossessiva nei personaggi al contrasto tra salute e malattia, alla medicina e al rapporto tra paziente e medico, come si evince nella struttura stessa de La coscienza di Zeno, che si configura come un diario intimo ordinato a Zeno dal suo medico e in cui è presente sempre sullo sfondo la malattia: «Ma non le sembrava giusto vivere per prepararsi alla morte. M’ostinai e asserii che la morte era la vera organizzatrice della vita. Io pensavo sempre alla morte e perciò non avevo che un solo dolore: la certezza di dover morire. Tutte le altre cose divenivano tanto poco importanti che per esse non avevo che un lieto sorriso o un sorriso altrettanto lieto».    

7.3L'ironia

Nei testi di Svevo è sempre presente, al di là della serietà degli argomenti, un velo di ironia che agisce prima di tutto verso l'autore stesso e i suoi discorsi, oltre che sui personaggi delle sue storie. Questo deriva probabilmente dall’attenzione che Svevo ebbe sempre per la letteratura umoristica, in particolare tedesca e inglese. Sua la frase «Ci sono tre cose che dimentico sempre: nomi, facce, la terza non ricordo».

7.4La vecchiaia

Altro tema centrale in Svevo è quello della vecchiaia. Esso è presente già in Senilità, fin dal titolo del romanzo e torna ne La coscienza di Zeno e poi nelle Confessioni di un vegliardo, ma anche in molti racconti. La vecchiaia è analizzata nel suo difficile rapporto con la giovinezza, con i ricordi e con il presente, in un continua indagine di sé. Nella vecchiaia si concentrano le contraddizioni che compongono la vita e le opere di Svevo.
Della morte del padre e dello scorrere della vita scrisse nel quarto capitolo de La coscienza di Zeno: «La morte di mio padre fu una vera, grande catastrofe. Il paradiso non esisteva più ed io poi, a trent’anni, ero un uomo finito. Anch’io! M’accorsi per la prima volta che la parte più importante e decisiva della mia vita giaceva dietro di me, irrimediabilmente».