Iliade di Omero: trama e analisi

Iliade di Omero: trama e analisi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

L'Iliade: riassunto e commento del capolavoro di Omero che apre narrativamente le porte all'Odissea. Scopri di più sulla leggendaria guerra di Troia

1Introduzione all'Iliade

Scorcio del Bosforo
Scorcio del Bosforo — Fonte: istock

Il ricordo delle antiche guerre dei Micenei è la base del poema epico, quello dell'Iliade, sulla loro più ardita campagna militare che doveva essere il punto più alto della loro espansione nel Mediterraneo. Infatti, i Micenei, dopo aver conquistato l’isola di Creta, divenuti più esperti della navigazione, si rivolsero a Oriente verso lo stretto dei Dardanelli: puntavano all’accesso verso il Bosforo e poi di là verso il Mar Nero? Sono solo congetture. Diceva il grande scrittore francese Alexandre Dumas: «C'è una donna in ogni caso; appena mi portano un rapporto, io dico: "Cherchez la femme (A. Dumas, I Mohicani di Parigi). 

Attenendoci al mito, sappiamo infatti che tutta la storia dell'Iliade ruota intorno a una donna, Elena «dalle bianche braccia», moglie di Menelao, rapita da Paride Alessandro, figlio di Priamo, e portata nella leggendaria città. Troppo poco, forse, per giustificare una guerra di dieci anni: ma è certamente un elemento dal fascino romanzesco. Agamennone, fratello di Menelao, è il capo supremo della spedizione. È lui a mettere insieme una flotta, che riunisce come in una lega le varie città greche, situazione che tornerà spesso nella storia dei Greci

Anche se il nucleo originario del poema dell'Iliade può essere una sorta di Achilleide, è importante notare come molte delle vicende di questa guerra non siano state raccontate qui: nell’Iliade non abbiamo il rapimento di Elena – antefatto necessario a giustificare la guerra –, non c’è la morte di Achille, non c’è l’inganno del cavallo ordito da Ulisse, non c’è la fuga del troiano Enea, l’eroe che avrebbe fondato la stirpe dei romani. Sono due quindi i motivi conduttori: l’ira di Achille e la guerra fra Greci e Troiani.  

Disegno raffigurante Achille
Disegno raffigurante Achille — Fonte: istock

Eppure il contraltare a queste tematiche non può non essere anche la vicenda di Ettore i cui funerali chiudono il poema. Esiste quindi una sorta di specularità. Inoltre la simpatia del lettore dell'Iliade (certamente del lettore moderno, ma forse anche di quello antico) è per Ettore, lo sconfitto, le cui parole appaiono piene di sentimento e di umanità: nel quinto canto il suo colloquio con la moglie Andromaca che tiene tra le braccia il figlio Astianatte è un episodio di grande forza emotiva. 

Proprio la presenza della guerra in tutti i suoi aspetti è il vero focus della narrazione: «se davvero il poema avesse avuto per oggetto le vicende di Achille, metà dell’Iliade non avrebbe senso, sarebbe una vicenda di contorno troppo prolissa, che sposta il focus della narrazione. Ed è così appunto perché il focus della narrazione è un altro» (G. Lucini, Notizia su Omero). È la città stessa di Troia a essere il centro di questa narrazione: è il polo costitutivo dell’epos omerico. Il ricordo di una spedizione rischiosa e ardita, risoltasi favorevolmente, ma poi – e i drammatici ritorni dei Greci verso occidente ne sarebbero una prova – risultata fallimentare.   

2L'Iliade: tra storia e leggenda

Antica statua di Ulisse
Antica statua di Ulisse — Fonte: istock

Stando alle indicazioni dell’Iliade, Agamennone dovrebbe comandare un esercito di circa 120.000 uomini; inoltre può offrire ad Achille, come ammenda, ben sette città messeniche: sono esagerazioni tipiche dell’affabulazione dell’epica unite al vago ricordo delle proporzioni micenee (cfr. F. Codino, Prefazione all’Iliade). C’è quindi una stratificazione continua delle memorie che si espandono tanto quanto si allontanano dai fatti narrati. È un meccanismo tipico del racconto orale: l’iperbole rende quel passato di cui si parla più importante e più visibile; lo salva dall’oblio. 

Un esempio importante è l’elmo indossato da Odisseo per una spedizione notturna, talmente insolito nella forma, che il poeta si soffermò a descriverlo:

Merione diede a Odisseo arco e faretra / e spada, e in capo gli pose un casco / fatto di cuoio; con molte corregge, dentro, / era intrecciato ben saldo; di fuori denti bianchi / di verro, candida zanna, fitti, lo coprivano di qua e di là, / bene e con arte; in mezzo era aggiustato del feltro

Iliade, X, 260-65

Un elmo mimetico, come si potrebbe notare, adatto alla spedizione notturna: l’archeologia ha confermato che si tratta di un autentico elmo miceneo. Sulle armi c’è una vera e propria confusione storica: coesistono insieme lance, archi (non utilizzati in ogni tempo dai greci), scudi grandi e piccoli (questi ultimi di uso più tardo), e addirittura è già presente l’armatura pesante degli opliti. «Ogni generazione ha lasciato le sue tracce, e alla fine si ha l’impressione che questi eserciti siano andati ad equipaggiarsi in un museo storico delle armi» (F. Codino). Dal solo esempio delle armi si può capire come nell’Iliade il vecchio e il nuovo siano mescolati indissolubilmente. 

Tavoletta in scrittura Lineare B
Tavoletta in scrittura Lineare B — Fonte: ansa

Anche la società descritta nell’Iliade presenta alcune incongruenze. Dopo la decifrazione della Lineare B, la scrittura dei micenei, si è visto come la civiltà micenea fosse ben organizzata e diversificata: la società rappresentata nell’Iliade delinea appena questi ruoli. Storia e letteratura sembrano proprio non volersi accordare.

Un’ultima riflessione deve essere a proposito del grande archeologo ‘dilettante’ Heinrich Schliemann (1822-1890), ricco commerciante tedesco, talmente appassionato dell’Iliade da finanziare una spedizione per scavare a Hissarlik, vicina allo stretto dei Dardanelli. Emersero le rovine di una città identificabile con Troia. Così come il poema si presentava stratificato, anche le rovine presentavano più strati: Troia era stata ricostruita più volte, e uno strato si era aggiunto all’altro, forse proprio come i poemi omerici. 

3Trama dell'Iliade

Nonostante il titolo, l’Iliade non narra l’intera vicenda della guerra di Troia, ma solo 51 giorni del decimo anno di guerra e, per narrarli, sono occorsi a Omero ben 15.693 esametri suddivisi in 24 canti.  

Il poema inizia con il rifiuto da parte di Agamennone di rendere a Crise, sacerdote di Apollo «dall’arco d’argento» la figlia, Criseide, fatta prigioniera dagli Achei e tenuta come concubina da Agamennone: «Io non la libererò: prima la coglierà la vecchiaia / nella mia casa, in Argo, lontano dalla patria, / mentre va e viene dal telaio e accorre al mio letto» (I, 29-31). L’ira di Apollo non si fa attendere: i suoi dardi divini uccidono all’istante; si è scatenata una pestilenza. Achille convoca l’assemblea, e chiede all’indovino Calcante di spiegare il motivo della rabbia di Apollo: Agamennone è il colpevole per non aver reso Criseide al padre. Agamennone lo apostrofa malamente:   

Indovino di mali, mai per me il buon augurio tu dici, / sempre malanni t’è caro al cuore predire

Iliade, I, 106-107

Pur adirato, Agamennone accetta di rendere Criseide al padre, per il bene dell’esercito; poi, però, facendo leva sul suo ruolo di capo supremo, pretende che Achille gli dia Briseide, la sua schiava personale. È un affronto perché i principi greci combattono per la gloria e per il bottino di guerra: da qui deriva l’onore. Achille risponde con forza, usando parole piene di violenza, vuole colpirlo: ucciderlo. Interviene prontamente Pallade Atena, che lo trattiene, visibile solo a lui: deve pazientare perché presto avrà doni ricchissimi. Ha subito un pesante affronto e decide quindi, sdegnosamente, di ritirarsi dalla guerra. In solitudine, piange, e la madre Teti, apparendo dal mare, lo consola. 

Parte interiore di una coppa raffigurante Agamennone e Briseide
Parte interiore di una coppa raffigurante Agamennone e Briseide — Fonte: ansa

Gli Achei vengono spinti ad assaltare la rocca da un sogno di Agamennone: prima della battaglia, però, per saggiare lo spirito del suo esercito, annuncia di volersi ritirare: tutti esultano e deve intervenire rapidamente Odisseo, consigliato da Atena: con saggezza dà nuova linfa alle speranze greche e a nulla vale la giusta rimostranza di Tersite, il soldato più brutto e vile, perché Odisseo lo zittisce e lo percuote con lo scettro.

C’è, dunque, l’assalto: nella mischia Paride raggiunge Menelao, suo avversario personale, ma ha troppa paura e fugge. Ettore lo rimprovera duramente: lo accusa di viltà. Paride, allora, per riscattarsi, propone di risolvere la guerra con un duello tra lui e Menelao: la scelta piace a tutti. Presi gli accordi, il duello comincia: è l’eroe greco ad avere la meglio, ma quando sta per uccidere Paride, interviene Afrodite che nasconde il suo protetto in una nebbia, portandolo in salvo. Agamennone proclama vincitore Menelao: la guerra deve finire. 

Gli dei a questo punto confabulano tra loro (libro IV): salvare o non salvare Troia? No: la città deve essere distrutta. Fanno sì allora che Atena consigli malamente i Troiani di rompere i patti

Fregio raffigurante Ares, Afrodite, Artemide, Apollo e Zeus riuniti per assistere a una delle battaglia della guerra di Troia
Fregio raffigurante Ares, Afrodite, Artemide, Apollo e Zeus riuniti per assistere a una delle battaglia della guerra di Troia — Fonte: ansa

Pandaro scaglia una freccia contro Menelao e lo ferisce e la guerra riprende con furore (V-VI libro). Rischia la vita l’eroe troiano Enea, ma viene protetto da Afrodite, sua madre. A nulla poi vale la furia di Ettore che fa strage di nemici: le sorti della guerra sono a favore degli Achei. Andromaca parla con il marito Ettore chiedendogli di desistere dalla battaglia, ma lui è un guerriero e deve combattere.

Segue, infatti, il duello con Aiace Telamonio (libro VII) che si conclude senza vincitori: è necessaria una tregua per seppellire i morti; si approfitta per costruire una palizzata a difesa delle navi.  

Zeus passa dalla parte dei Troiani (libro VIII) e rinfocola la guerra: è così che gli Achei sono costretti a rifugiarsi dietro le palizzate: gli assediati subiscono un assedio!

Agamennone è sconfortato (libro IX): propone di ritirarsi dalla guerra, ma gli altri capi greci lo spronano a richiamare in guerra Achille; deve scusarsi con lui. Achille è soddisfatto dell’ambasciata, ma rifiuta. Gli Achei l’indomani affronteranno i Troiani senza di lui. Agamennone cerca di trovare delle soluzioni per compensare l’assenza di Achille: invia Diomede, nottetempo, insieme a Odisseo per spiare i Troiani. Nella stessa notte Dolone, soldato troiano, tentava la stessa sortita: viene catturato dai due greci che lo interrogano. Dolone dà le informazioni necessarie, sperando di salvarsi, ma viene ucciso. Uccisi saranno anche i Traci, ma nel sonno, traditi proprio dalle parole di Dolone, per mano di Odisseo e Diomede. 

Disegno raffigurante gli eroi della guerra di Troia
Disegno raffigurante gli eroi della guerra di Troia — Fonte: istock

Agamennone reagisce di forza (libro XI) e miete vittime ovunque: «Molti fuggivano ancora in mezzo alla piana, come vacche / che il leone, venendo nel buio notturno, ha fatto fuggire / tutte; a quella cui s’avvicina, baratro s’apre di morte…» (XI, 172-174). 

Patroclo, convinto da Nestore, chiede ad Achille le sue armi: vuole spacciarsi per lui così da rincuorare i soldati greci.  

La battaglia, intanto, infuria prima sotto la palizzata greca, poi presso le navi (libri XII-XIII): il pericolo è estremo. Si combatte parallelamente una guerra tra gli dei a colpi di sotterfugi e inganni: Era addormenta Zeus affinché Poseidone possa aiutare i soldati achei (libro XIV). Ettore, colpito da Aiace Telamonio, rischia quasi di morire. Zeus al suo risveglio (libro XV), minaccia Era e Poseidone, infonde nuovo coraggio ai Troiani che assaltano le navi per incendiarle. 

Achille acconsente alla richiesta di Patroclo e gli dà le sue armi (libro XVI). L’inganno ha successo: Patroclo, travestito da Achille, semina il terrore nelle fila troiane. Ettore non si lascia impressionare, e lo punta: è un duello mortale. Patroclo soccombe, ma non prima di aver predetto a Ettore la morte per mano di Achille.

Si accende una lotta furibonda per il corpo di Patroclo: Menelao riesce a portarlo all’interno dal campo acheo dando ordine di informare Achille dell’accaduto (libro XVII). Achille si aggira inquieto: teme per il suo amico e ha un brutto presentimento (libro XVIII). È Antiloco a confermare le sue paure: Patroclo è stato ucciso da Ettore. Rabbia e disperazione si impossessano di lui insieme a una tremenda sete di vendetta. Teti, sua madre, cerca di distoglierlo dal proposito; ma Achille è pronto a pagare con la vita, se necessario. 

Rilievo di Ettore e Achille e personaggi in processione
Rilievo di Ettore e Achille e personaggi in processione — Fonte: ansa

Sconsolata, Teti va da Efesto: chiede al fabbro degli dei di forgiare nuove armi per il figlio. Achille accantona il risentimento verso Agamennone (Libro XIX) e si riconcilia con lui; la battaglia è prossima, ma Achille passa il tempo a piangere sulla salma dell’amico e solo l’indomani si lancia nella mischia indossando le nuove armi (libri XX-XXI).

Il suo impeto è terrificante: i Troiani vengono ricacciati dentro le mura; Troia sembra prossima a cadere. Ettore soltanto si oppone ad Achille: intuisce che sarà ucciso, ma affronta ugualmente il suo destino, con onore, rimanendo fuori dalle Porte Scee (libro XXII). 

Un tremito di paura coglie Ettore alla carica di Achille, e fugge, e l’eroe greco lo insegue: tre volte girano intorno alle mura troiane. Poi Ettore viene raggiunto e ucciso. Achille fa scempio del suo cadavere: lo trascina sotto le mura troiane legandolo al cocchio. Tale scempio continua anche durante i riti funebri in onore di Patroclo (libro XXIII).

Priamo va in ambascia da Achille a chiedere il corpo di Ettore: Achille restituisce il cadavere e concede undici giorni di tregua ai Troiani che possono così onorare il loro condottiero (libro XXIV). Si chiude così con un rito funebre, senza vincitori e vinti, l’Iliade

4L'Iliade: commento all'opera

L’Iliade appare come un insieme di duelli di eroi, uno scontro che prima di tutto è verbale e poi fisico. La parola giunge con violenza, perché la parola, per i Greci, è un fatto compiuto. I condottieri greci lottano per essere onorati e rispettati; se necessario, affronteranno la morte pur di mantenere l’onore intatto: Achille non fugge il suo destino, anche se prova a ritirarsi dalla guerra e minaccia di tornare a Ftia; neanche Ettore fugge anche se, tremando alla vista del furioso Achille, darà le spalle al nemico. Una morte forse ingloriosa, ma Achille è la morte di Ettore perché il fato l’ha prescritta.

Dalla città in fiamme, distrutta anche con la complicità degli dei, oltre che dall’astuzia di Odisseo, fuggirà Enea e pone il problema di un nuovo modo di essere eroici: sopravvivere per poter avere la seconda possibilità di fondare una nuova stirpe. Sopravvivere, magari ai danni dell’onore, per poter avere una seconda possibilità.
Nella fuga di Enea da Troia sembra quasi di scorgere le parole della prima voce lirica dell’Occidente, Archiloco di Paro: «Un Saio si fa bello con il mio onoratissimo scudo, / che abbandonai tra i rovi contro la mia volontà./ Ma la pelle l'ho salva. E poi, d'uno scudo, che m' importa?/ Al diavolo. Ne rimedierò uno migliore» (frammento 5 W.). 

Certamente uno scudo non è una città abbandonata alle fiamme, ma Enea è un reduce di quella guerra e sembra dire che pure sopravvivere può essere decisivo ed è il segno della mentalità del futuro che vorrà in parte nell’Odissea (poema del ritorno) e soprattutto nell’Eneide (poema di una fondazione) un nuovo modo di concepire l’etica: la fuga è protetta per volontà degli dei, ma è pur sempre fuga. Qualcuno deve salvarsi perché la storia possa andare avanti: perché si possa raccontare. L’Iliade è il poema di una guerra stancante e incerta, che si chiude con i funerali del nemico degli Achei, Ettore, lo sconfitto, e col presagio della morte di Achille, vuoto nel cuore per aver perso l’amico Patroclo. Tutto si chiude con un’aria di sospensione e di generale sconfitta: sembra proprio che l’Iliade voglia essere come una gloriosa lapide, narrando nella sua epigrafe l’impresa che segnò, nel bene e nel male, l’identità di un popolo.