La Recherce di Proust, con tutta probabilità una delle più monolitiche opere dell'uomo dedicate al tempo, si conclude con una specie d'ammissione di inadeguatezza: il tempo non è raggiungibile, il tempo sfugge all'uomo. E' la memoria, per Proust, il sito originario del tempo, il luogo d'elezione dove il tempo si svolge (anzi, s'aggroviglia di continuo su se stesso, si stratifica, sempre si riorganizza, e arriva addirittura a involversi). Il tempo in Proust più che a una linea assomiglia a un ipertesto, strati di passato cronologicamente lontanissimi possono diventare all'improvviso complanari, semplicementi inzuppando la famosa maddelana in una tazza di tè. Così pure, all'inverso, certi attimi del presente possono dilatarsi all'infinito, estendersi e avvolgerci, come quando ci annoiamo o siamo malati.
Una cosa, del tempo, è sicura: che il tempo passa. Eppure, ci dice Proust, certe volte non passa, e certe altre passa a singhiozzi. In più, ha lo scomodo vizio di ritornare sui suoi passi, di ricalpestare le sue stesse orme, di scattare all'improvviso in avanti, facendoci ritrovare all'improvviso vecchi e inermi, come succede al barone di Charlus.
D'altra parte tutta la storia dell'uomo, vista da questa prospettiva, ci sembra una lunga marcia contro il tempo. "Contro" non nel senso di cambio di direzione: il tempo e la storia, sulla carta vanno nella stessa direzione: in avanti, sempre, disperatamente, in avanti.
La storia dell'uomo è contro il tempo nel senso differenziale del termine. L'uomo ha sempre desiderato incarnare il tempo portandolo al grado zero. Sollevarsi sul tempo, galleggiarci sopra, insomma neutralizzarlo: è questa la spinta che anima ogni gesto dell'uomo. Andare contro il tempo è quello che ci fa vivere e ci ha fatto evolvere. Tanto più freneticamente quanto più forte era questa spinta, questo terrore del tempo. Paradossalmente, il tempo ha sempre spinto l'uomo ad assecondarlo, sforzandosi di vincerlo: perchè, ovviamente, più si vive più si è nel tempo. Tutta la storia dell'arte, le religioni (viste con sguardo feuerbachiano), sono un coro gigantesco che canta l'oltrepassamento del tempo. Ma nel contempo lo celebra (quale segno quanto il segno artistico è calato nel tempo, intriso di tempo, consustanziale ad esso?).
Di fatto l'uomo tanto è terrorizzato dal tempo, quanto a conti fatti ne ha un bisogno necessario. Al punto che cerca di appropriarsene, di farne cosa sua. Dice bene Tabucchi quando parla della storia, che è diversa dal tempo, perchè è un racconto: la storia è il tentativo dell'uomo di rappezzare un suo proprio tempo in miniatura. Un tempo liofilizzato, ridotto in date nomi scadenze, che serve a darci l'illusione di un piccolo intervento nostro sul passare dei secoli. Gli storiografi covano tutti il desiderio inconfessabile che, scrivendo alla fine del loro manuale "fine della storia", il tempo nell'universo davvero si fermasse. Sapendo di combattere una battaglia già persa, non lo fanno: così quando noi leggiamo l'ultima data dell'ultima pagina del manuale restiamo con l'amaro in bocca, e non sappiamo spiegarcelo. E' che ci sorprende, in realtà, che il tempo, anche chiuso il libro, continui a esistere, non si sia fermato con quell'ultima data.
Del resto, che succederebbe se il tempo davvero si fermasse?
Un religioso si aspetterebbe senz'altro Dio o qualcosa di simile (Camilleri cita giustamente Sant'Agostino, per il quale "il tempo scorre solo per noi". Fuori dal tempo l'essere è parmenideo: circolare, concluso, perfetto, per cui divino).
Qualcun'altro immaginerebbe uno stato di sinergia completa e totale con tutti gli uomini e tutte le cose. Una specie di stato di compresenza di tutte le idee, una quiescenza cosmica, dove l'uomo è in contatto con tutti e con tutto. E anzi, l'uomo smette di esistere, e diventa all'istante (ma non ci sono più istanti, è così da sempre) tutto quello che conosce, cioè diventa tutto. E' l'Urlich musiliano (ma anche i personaggi trasognati e inconsapevoli delle sue opere giovanili).
Altri ancora potrebbero pensare all'esistenza fuori dal tempo come, semplicemente, il congelamento eterno dell'eterna partita che vede il tempo, di era in era, sempre vincitore. Una specie di fermo immagine del Settimo sigillo: con la morte perennemente immobile, bianca e vuota in faccia, che aspetta. E dall'altra parte della scacchiera, l'uomo dubbioso, fermato fino all'infinito nell'atto di scegliere il pezzo che va mosso.