Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi: parafrasi e commento

Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi: parafrasi e commento A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi: testo, parafrasi, commento, spiegazione e figure retoriche del componimento datato 1829

1Introduzione a "Il sabato del villaggio"

Statua di Giacomo Leopardi
Statua di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

L’ambientazione della poesia è recanatese, tutta rivolta alla semplicità di un piccolo borgo, vicino alla campagna, verso il tardo pomeriggio di sabato, e quindi ormai già pronto a godersi la festa domenicale. Il poeta si concentra sulle normali attività dei paesani, le trascurabili abitudini che compongono però gran parte delle vite di ciascuno. Trovandoci di fronte a una poesia filosofica, occorre fare attenzione al significato allegorico delle parole. Con l’allegoria ci troviamo sempre davanti a due significati: uno più evidente, letterale; uno più nascosto, che necessita di una chiave di lettura per essere compreso appieno. Le prime inquadrature sono per una giovinetta che torna allegramente a casa, e una petulante vecchietta che sulla scala comincia a parlare della sua gioventù. La prima è felice, e la seconda è – implicitamente – triste.   

Leopardi non trascura niente dell’esperienza esistenziale: cerca di dare un significato a tutto, sempre basandosi su di un’impostazione materialistica. La ragazza è contenta perché è giovane, la festa è un’occasione per essere corteggiata. Eppure un giorno sarà lei quella vecchietta sulla scala, e sarà triste per aver perduto la giovinezza; non avrà fiori con cui ornare i capelli; la festa le ricorderà solo che il tempo sta passando e che si sta avvicinando alla morte. Dopotutto, a molti anziani non piace festeggiare il loro compleanno perché si sentono più vicini alla morte. Ma la giovane, pur mortale anche lei, non ci pensa; soprattutto, non deve pensarci. Infatti, fintanto che si può immaginare un’idea di futuro, fintanto che il corpo è bello e sano, allora il piacere è possibile.    

Quando cioè possiamo proiettare il nostro piacere in una specie di ripetibilità infinita e indeterminata, godiamo. Quando ci accorgiamo del venire meno di questo aspetto, si affacciano in noi tristezza, angoscia e inquietudine: le sensazioni tipiche della domenica, la vigilia di un giorno feriale. La poesia leopardiana è quindi sempre legata alla vita concreta dell’uomo e cerca di offrire un insegnamento per affrontarla. Alla fine, il poeta fa una raccomandazione a tutti i giovani: godete la vita, gioite, esultate, fate follie, voi che adesso potete. Domani penserete alla vostra realtà adulta, ma solo domani. Sarete forse disillusi, disincantati. Forse. 

2Testo e parafrasi

Metro: canzone libera di endecasillabi e settenari.

Testo

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,                                 5
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;              10
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch'ebbe compagni dell'età più bella.             15
Già tutta l'aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
Giù da' colli e da' tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno                                 20
Della festa che viene;            
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,                             25
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.                 30

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l'altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,                   35
E s'affretta, e s'adopra
Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.


Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia                                 40
Recheran l'ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.


Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d'allegrezza pieno,            45
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa                50
Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

Parafrasi

La ragazzetta torna dalla campagna,
mentre il sole sta tramontando, con il suo
fascio d’erba; e porta in mano anche
un mazzolino di rose e di viole,
con cui – come sua abitudine –
si adornerà il petto e i capelli per l’indomani,
giorno di festa.
La vecchietta se ne sta seduta
con le sue vicine sulla scala
a filare, rivolta ai raggi del sole che tramonta,
e ricorda e parla della sua giovinezza
quando era lei, ancora sana e slanciata,
ad agghindarsi e a danzare la sera insieme
a quelli che ebbe compagni della stagione più bella della vita.
Già tutta l’aria imbrunisce, il cielo sereno si fa scuro
e si disegnano le ombre delle colline e delle case
al chiarore della luna appena sorta.
Ora la campana ricorda a tutti la festa
che sta arrivando, e
potresti dire che il cuore si riconforta a quel suono.
I bambini nella piazza si rincorrono gridando
di entusiasmo, rompendo allegramente il silenzio:
e intanto ritorna fischiettando alla sua cena
il contadino che pensa al giorno di riposo.
Poi, quando tutte le luci sono spente,
e tutto il paese è addormentato, si sente il picchiare
del martello, e la sega del falegname ancora
sveglio al chiarore della lucerna per ultimare in fretta
il suo lavoro prima dell’alba.
Questo, di tutta la settimana, è il giorno più gradito,
pieno di speranza e di gioia: domani le ore
porteranno con sé tristezza e noia, e ciascuno
ripenserà al consueto lavorio feriale.
Ragazzino che scherzi con leggerezza,
questa età in fiore è un giorno di allegria,
un giorno luminoso, sereno, che precede
la festa della tua vita.
Divertiti, mio caro ragazzo;
è un momento incantato, questo,
il periodo più felice.
Non voglio svelarti altro; e se la tua
festa tarda ad arrivare,
non essere triste.

3Analisi retorico-stilistica

Tutte le scelte metriche, lessicali e stilistiche esprimono in questo canto leggerezza, slancio, semplicità. Agli endecasillabi succedono i settenari, spesso in serie (vv. 20-27), dedicati alla gioia festiva e ai fanciulli. Il lessico è semplice, elegiaco, umile. Come in A Silvia sono presenti le apostrofi: v. 43: “garzoncello scherzoso”; v. 48: “fanciullo mio”. Sempre come in A Silvia le metafore sono dedicate alla giovinezza: “età più bella” (v. 15); “età fiorita” (v. 44); “stagion lieta” (v. 49) per indicare la giovinezza. La “festa” (vv. 47 e 50) è usata, invece, per indicare la maturità. C’è la metonimia al v. 17: “il sereno” (ad indicare il cielo). Anche al v. 20 è pure una definizione metonimica: la squilla è la campana, sostituzione di causa per l’effetto (lo squillo della campana).  

Gli enjambements sono al vv. 4-5: “reca in mano / un mazzolin di rose e di viole”; vv. 33-34: “la sega / del legnaiuol”; vv. 40-41: “tristezza e noia / recheran l’ore”. Iperbati e anastrofi sono meno frequenti che in altre poesie. Iperbato: vv. 6-7: “tornare ella si appresta / dimani, al dì di festa, il petto e il crine”; v. 41-42: “ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno”; vv. 50-51: “ma la tua festa / ch’anco tardi a venir non ti sia grave”. Anastrofi v. 11: “novellando vien”; v. 45: “d’allegrezza pieno”.  

Da un punto di vista fonico, molto curata è l’allitterazione della liquida /l/, spesso raddoppiata: “donzelletta, vecchierella, novellando, sulla, bella, ella, snella, colli, ”, soprattutto nella prima strofa, vv. 1-30. La /ll/ dobbiamo notare è la lettera di allegria, di alleluia, quindi indica un senso di esultanza e di liberazione. Inoltre quando si canticchia si usa spesso, al posto delle parole, la-la-la (si spensi ai fumetti: il canto senza parole è indicato come trallalà).  

4Analisi testuale

Pieno di slancio e leggerezzaIl sabato del villaggio propone sul piano lessicale vocaboli mai troppo difficili, a favore di un linguaggio semplice, elegiaco. La prima inquadratura è per la “donzelletta”, con un vezzeggiativo, che esprime tutta la tenerezza del poeta nei confronti della giovane. Alla “donzelletta” è speculare “la vecchiarella”, espressa pure con un vezzeggiativo. Vedere la ragazza con i fiori in mano, le rose e le viole, fa affiorare in lei i ricordi del periodo più felice della sua vita. Come già in A Silvia, il ricordo occupa un ruolo importante. Alle due donne seguono i «fanciulli» (v. 24), lo «zappatore» (v. 29), il «legnaiuiol» (v. 34), e per finire il «garzoncello» che riprende e completa la «donzelletta» del primo verso. Sono tutti vocaboli molto semplici e, se non quotidiani, certamente non presi dalla poesia aulica. Dopotutto Leopardi sta descrivendo la giornata prefestiva di un piccolo borgo e deve rendere credibile e coerente il suo quadro.    

Ai personaggi egli infatti aggiunge alcuni caratterizzazioni oggettive o spaziali: il «fascio dell’erba» (v. 3), il «mazzolin di rose e di viole» (v. 4) per la donzelletta; la «scala» dove siede la vecchietta insieme alle altre anziane (v. 9), il «martel», la «sega», la «lucerna» (vv. 33-35) che danno consistenza e movimento al falegname che sta ultimando il suo lavoro. Anche la modulazione della luce è descritta con grande cura. 

Si percepisce il degradare del giorno verso la notte: dal rosseggiare del sole, ci si avvia all’oscurità, al cielo che imbrunisce e che però si rischiara d’argento grazie alla luna appena sorta. È notte. Tutti dormono tranne il falegname. Si sente picchiare il martello, come se fosse un metronomo, e potremmo immaginare che quel picchiare scandisce la pulsazione del tempo, inarrestabile.   

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: redazione

Bisogna qui ricordare che il tempo è un concetto proprio dell’uomo, e che le feste – Leopardi lo sa benissimo – sono solo delle convenzioni: delle illusioni, dunque. Lo aveva dimostrato nelle Operette morali, nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo. In questo dialogo, per criticare l’illusione antropocentrica, Leopardi immagina che sia sparito il genere umano dalla faccia della Terra: utilizza come protagonisti, uno gnomo e un folletto; che ragionano: «[Gnomo]. E i giorni della settimana non avranno più nome. // [Folletto]. Che, hai paura che se tu non li chiami per nome, che non vengano? o forse ti pensi, poiché sono passati, di farli tornare indietro se tu li chiami?.»   

Anche l’uomo potrebbe evitare di contare il tempo che passa, eppure è costretto a farlo ne prova angoscia. La festa gli permette di sperare, di dare un senso al tempo, di creare una sorta di gerarchia tra giorni feriali e festivi. Però, appunto, è una convenzione, solo che è talmente radicata da dimenticarcene. Ecco la campana che dà il segno della festa che viene e quindi, implicitamente, del giorno che se ne va, come in Thomas Gray, qui forse ripreso da Leopardi: «The curfew tolls the knell of parting day», (trad. «La campana batte il rintocco del giorno che se ne va»). Leopardi certo suggerisce che quando attendiamo qualcosa non facciamo caso a quel che ci lasciamo dietro (il giorno), ma guardiamo avanti (la festa).  

La descrizione paesaggistica si chiude al v. 37; successivamente, dal v. 38 in poi, abbiamo la parte gnomica (ossia sentenziosa, morale) della poesia. Si torna proprio alla convenzione del tempo: la sua scansione in settimane. «Questo di sette è il più gradito giorno, / Pien di speme e di gioia…» (vv. 38-39). È appunto una massima. Il sabato permette di proiettare il piacere nell’indefinita domenica, in un tempo ancora non vissuto, nella potenzialità, concetto che era già stato espresso sempre nelle Operette morali, nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere: «Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.»  

Nel momento in cui questa potenzialità viene esaurita, quando cioè ci troviamo già nella domenica, non è più possibile questa operazione: il giorno dopo è lunedì, e si lavora. Quindi, a malincuore, dobbiamo pensare al da farsi della settimana: «diman tristezza e noia / Recheran l’ore , ed al travaglio usato / Ciascuno in suo pensier farà ritorno.» (vv. 40-42). È molto difficile contraddire Leopardi. Dovremmo pensare al senso di leggerezza dopo l’ultima ora di lavoro della settimana: dentro di noi è già festa. Col fatto che anche il sabato è diventato festivo, forse per riattualizzare questa poesia dovremmo parlare del “venerdì del villaggio.” Eppure questa è solo la letteralità del discorso leopardiano. Il sabato di cui lui parla, lo capiamo negli ultimi versi, è allegoria della giovinezza: «Garzoncello scherzoso, / Cotesta età fiorita / È come un giorno d’allegrezza pieno, / Giorno chiaro, sereno, / Che precorre alla festa di tua vita.» (vv. 43-47).  

Mezzobusto di Giacomo Leopardi
Mezzobusto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

Se il sabato è la giovinezza, capiamo che la domenica altro non è che allegoria della fase adulta della vita. Quella «festa», che resta nel non detto, ci ricorda il secondo personaggio incontrato, la «vecchiarella». Per lei, infatti, la festa è quasi finita e guardare il tramonto non significa sperare nell’alba successiva (come per la ragazza), ma guardarsi indietro perché in quel giorno che si perde c’è tutta la propria vita. Anche gli adulti sono spesso assorti, preoccupati; devono lavorare, sbrigarsi, sfaccendare: la loro vita, il loro percorso sembrano già segnati

A loro, certamente, il futuro ride un po’ meno rispetto al giovane che può sognare ancora qualsiasi cosa: viaggi da fare, amori, imprese, scoperte… tutto, può immaginarsi tutto. E deve godere di questa attesa, prima che sia la vita stessa a disilluderlo. Leopardi è ormai nella fase della disillusione: si rende conto del grave inganno di queste speranze, ma dal momento che queste speranze sono irriducibili nel giovane, bisogna allora farne tesoro come il momento di maggior piacere disponibile. Con grande umanità, il poeta evita di rivelare al «garzoncello» l’inganno di cui è vittima: «Altro dirti non vo’…» (v. 50). Perché la felicità, dopotutto, è un suo diritto.