Il pensiero di Giacomo Leopardi

Il pensiero di Giacomo Leopardi A cura di Redazione Studenti.

Il pensiero di Leopardi: il percorso filosofico, la concezione della Natura, lo sviluppo del pessimismo e l'elaborazione di una poesia filosofica

1Un genio isolato

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: redazione

Per comprendere il pensiero di Leopardi è necessario innanzitutto tenere presente che Giacomo è un isolato. Questo per più ragioni: perché nasce e trascorre la propria giovinezza a Recanati, un oscuro borgo dello Stato della Chiesa; perché è un italiano, ossia un uomo della periferia del continente europeo; perché l’originalità del suo pensiero è a tal punto controcorrente e scomoda da spingerlo ai margini del dibattito culturale italiano.   

Questo però non significa che Leopardi rinunci alla propria vocazione di pensatore e poeta. Tutt’altro: i suoi strenui tentativi di inserirsi nel vivo delle polemiche letterarie ne fanno un intellettuale impegnato, che con vigore rifiuta l’emarginazione e la marginalità in cui tutto pare relegarlo.  

Fin dai suoi esordi, Leopardi denuncia il clima cupo e opprimente della Restaurazione, il tramonto dei grandi ideali e lo stato di profondo sopore in cui i suoi contemporanei sembrano essere irrimediabilmente precipitati; allo stesso tempo indica i modelli ai quali guardare – gli antichi – per riscattarsi da un presente misero e avverso, che priva l’uomo di quel bisogno di grandezza che gli è invece connaturato. 

Fino ai suoi ultimi mesi, Leopardi darà costantemente prova di una implacabile passione intellettuale: a guidarlo è l’urgenza di interrogare il mondo rifiutando verità dogmatiche e sistemi di valori precostituiti, senza accontentarsi di scappatoie o risarcimenti consolatori. Questa urgenza unisce, nella sua opera, scrittura poetica e riflessione filosofica. In Leopardi, infatti, poesia e filosofia sono forme diverse di una stessa necessità: quella di indagare la condizione umana e la realtà, e di ricercare dell’una e dell’altra il senso e i significati

2«Vita strozzata» e vitalità vera

Il filosofo italiano Benedetto Croce (1866 - 1952)
Il filosofo italiano Benedetto Croce (1866 - 1952) — Fonte: getty-images

Uno dei maggiori critici italiani vissuti a cavallo fra Otto e Novecento, Benedetto Croce, partì da un’idea ben circostanziata e coniò una formula ad effetto per squalificare gran parte della poesia leopardiana: «vita strozzata». Con questa espressione intendeva indicare il fallimento esistenziale di Leopardi: sopraffatto dalle proprie angosce personali e schiacciato dalla depressione e dal pessimismo, Leopardi non poteva riuscire a creare poesia vera, autentica. Così, con questo colpo di mano ‘biografico’, Croce archiviava gran parte dell’opera leopardiana, abbassandola al rango di non-poesia: questo suo giudizio negativo determinò l’inizio della sfortuna critica leopardiana. 

Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi nel film di Martone
Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi nel film di Martone — Fonte: ansa

È vero: la vita di Leopardi fu un calvario. Fin da giovanissimo Giacomo soffrì di gravi disturbi fisici, oltre che di un forte malessere psicologico. Tutto congiurava contro la sua serenità: i suoi familiari, la sua salute precaria, il suo aspetto fisico. È Leopardi stesso a parlare di queste difficoltà: fino alla sua morte, non avrebbe smesso di lamentarsene. Tuttavia, questa esistenza «strozzata» non si tradusse mai in remissività intellettuale, anzi: a questo profondo e continuo stato di disagio corrispose un dirompente slancio creativo. A Leopardi dobbiamo riconoscere una vitalità eccezionale: quella ‘strozzatura’ divenne una risorsa preziosa, che accese la sua vita interiore e sostenne il suo impegno intellettuale. 

3Contro il proprio tempo, con gli altri uomini

Tutto il pensiero di Leopardi si poggia su un assunto: il presente è un’età di crisi, crisi profonda, che investe tutti gli aspetti della vita del singolo e di quella collettiva; crisi insuperabile, connaturata alla modernità stessa, poiché affonda le proprie radici nel falso mito del progresso e nel culto del sapere scientifico e della razionalità.

A questo presente Leopardi contrappone un mondo ideale e perfetto – quello degli antichi, dei primitivi, dei fanciulli –, che però, più che una possibilità attuabile, rimane un grande modello proiettato in un passato lontanissimo, mitico, senz’altro non replicabile.

Al fondo del pensiero di Leopardi, in ognuna delle sue diverse fasi, emerge sempre e comunque una costante: il bisogno dell’individuo di proiettarsi al di là dei confini del proprio io per partecipare assieme agli altri uomini alla vita. 

La famiglia Leopardi con Monaldo in alto, la madre ed il giovane Leopardi sotto
La famiglia Leopardi con Monaldo in alto, la madre ed il giovane Leopardi sotto — Fonte: ansa

Rispetto allo slancio ideale e alla pienezza di vita desiderati, il presente rimane un nemico: è dominato dalla mancanza e dalla noia, e da un’ansia di piacere che non può essere soddisfatta; è già vecchiaia. Leopardi, invece, poeta e intellettuale precoce, malato e morto prematuramente, vuole aderire a una giovinezza che si ribella, che rifiuta, che denuncia l’oppressione del presente e quella che i padri fanno pesare sui figli. 

Così, quando si convince che non c’è più spazio per le utopie e che l’unica certezza è il dolore dell’uomo, non tace, ma dichiara «l’arido vero»; non si ripiega su se stesso, ma dà spazio, accanto al proprio dolore, a quello degli altri, dei semplici e degli ignari, fino a indicare, in uno degli ultimi Canti, La ginestra, la via della solidarietà come unico mezzo di difesa per gli uomini contro la loro stessa debolezza.    

4Leopardi poeta filosofo

4.1Poesia filosofica e pensiero poetico

Il cuore della poesia leopardiana è l’interrogazione della natura, della civiltà, della condizione dell’uomo in relazione a entrambe: ciò significa che i componimenti di Leopardi propongono sempre una esplicita visione del mondo, e lo fanno ‘ponendo domande’ al mondo, indagandolo e cercando nel mondo stesso le ragioni del suo essere.

È così per le cosiddette liriche ‘filosofiche’, per il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, per la grande canzone La ginestra, o il fiore del deserto. Ma anche poesie più brevi e apparentemente meno impegnate, come gran parte degli idilli e dei canti pisano-recanatesi, sono percorse da una chiara tensione conoscitiva. Tra scrittura in versi e speculazione filosofica lo scambio è continuo: queste due attività appaiono congenite e sincroniche, connaturate e contemporanee, tanto sono legate fra loro e indispensabili l’una all’altra.     

È lo stesso Leopardi ad affermare che il grande filosofo e il grande poeta sono entrambi capaci di «scoprire i rapporti delle cose, anche menomi, e più lontani, anche delle cose che paiono le meno analoghe» (Zibaldone): a questi «rapporti delle cose», a questi legami che collegano fra loro le cose, quindi, danno voce sia la poesia che la filosofia, ognuna con le proprie specificità formali ed espressive.    

4.2Il pensiero leopardiano

Pur nelle diverse fasi della sua evoluzione, la poesia leopardiana mantiene sempre un suo riconoscibilissimo andamento ragionativo: conserva, cioè, la sua ‘fisionomia’ filosofica. Il suo tratto distintivo è infatti la forte carica conoscitiva che, in molti casi, diviene speculazione vera e propria: è questa la sua costante di fondo, la sua caratteristica di base.  

Nel corso degli anni a cambiare nel pensiero di Leopardi è la visione dell’uomo, della natura e della storia: di base, resta inalterato solamente il suo sguardo pessimista sulla condizione umana, ma nel complesso si evolvono e mutano profondamente i principi e il sistema della sua filosofia. Le migliaia di pagine dello Zibaldone recano tracce evidenti di questo perenne processo ragionativo, che si riversa, poi, nella poesia e nelle prose leopardiane.     

4.3Il punto di partenza: l’infelicità dell’uomo

L’uomo è infelice: da questa constatazione prende le mosse la riflessione filosofica di Leopardi. A rendere infelice l’uomo è la distanza incolmabile che sente fra il desiderio del piacere, ossia della felicità, e l’effettiva possibilità di soddisfarlo attraverso i piaceri della vita. L’uomo, infatti, non desidera un piacere particolare, bensì il piacere: desidera, cioè, un piacere infinito, per estensione e per durata, ma può godere soltanto di piaceri finiti, che non lo appagano. È quindi condannato a una condizione di perenne inquietudine, a un senso implacabile di insoddisfazione.

Senza illusioni di cui l’uomo sia persuaso, non c’è vita né azione.

Sono questi i punti salienti di quella che Leopardi definisce «la teoria del piacere»: esposta nel luglio del 1820 in alcune pagine dello Zibaldone, la «teoria del piacere» costituisce il cuore ideologico di alcuni dei Canti più celebri, fra cui L’Infinito e Alla luna.    

   

4.4Il ‘pessimismo storico’

L’uomo è condannato all’infelicità. La natura, però, gli viene in aiuto donandogli l’immaginazione e le illusioni, che gli nascondono la miseria della condizione in cui vive e gli permettono di avere grandi slanci, di rendersi capace di azioni eroiche e, in sostanza, di elevarsi.

La natura è una madre buona, attenta al bene delle sue creature, e l’uomo, pur condannato all’infelicità, può immaginare dimensioni e piaceri inesistenti nel mondo reale – come l’infinito e la sua esperienza – e da essi trarre un godimento temporaneo ma benefico, e indispensabile a lui stesso e alla società in cui vive.

Queste sono le idee che segnano il pensiero leopardiano dagli anni giovanili al 1823-1824.  

Contemporaneamente, e fin dal biennio 1816-1818, Leopardi denuncia l’impoverimento esistenziale a cui la civiltà moderna ha condannato l’umanità. Il progresso, la scienza, le innovazioni tecniche che hanno investito il mondo del lavoro e della comunicazione hanno allontanato l’uomo dalla natura e quindi lo hanno condannato all’infelicità.  

Diversa era stata la condizione degli uomini antichi (e diversa continuava ad essere la condizione dei popoli primitivi e dei bambini): potendo stabilire una connessione forte e intima con la natura, essi potevano illudersi e quindi vivere uno stato di completezza psicologica, morale e creativa. Gli antichi erano capaci di sentimenti forti, di passioni, di ideali, di grandi illusioni; e ne erano capaci grazie alle fantasticherie che animavano e sostenevano le loro scelte. La fantasia (la facoltà immaginativa) aveva permesso loro di vivere senza cadere nel nichilismo; senza illusioni non c’è vita meritevole d’esser vissuta.

Il più solido piacere di questa vita, è il piacere vano delle illusioni.

Giacomo Leopardi

Nei tempi moderni, nella «codarda età», in un’epoca fatta da uomini codardi perché privati della loro facoltà immaginativa e delle illusioni – afferma Leopardi –, soltanto l’infanzia e la poesia possono restituire all’uomo lo stato di grazia perduto. La civiltà moderna vede però trionfare la ragione sulle illusioni e prosciuga ogni fonte di piacere, svuotando di significato la fantasia e le credenze mitiche, condannando gli uomini a un’esistenza arida e infelice, di fatto insostenibile.

Fonte: istock

L’infelicità dell’uomo non è, allora, un dato ontologico, ossia proprio della natura umana, ma storico: è il risultato di un processo storico, di un progressivo allontanamento da una condizione originaria di felicità e di pienezza vitale. Per queste ragioni, la prima fase del pensiero leopardiano è stata definita con la formula ‘pessimismo storico’. Le canzoni civili (All’Italia, per esempio) ne sono la versione poetica più importante.   

4.5Crisi del sistema della natura e delle illusioni

Tra il 1819 e il 1823 il sistema filosofico della natura e delle illusioni inizia a incrinarsi: è un processo lento ma inesorabile, motivato delusioni personali (su tutte, quella procuratagli dal soggiorno romano del maggio del 1823), che si compie nel maggio del 1824 con la stesura del Dialogo della Natura e di un Islandese, in cui Leopardi proclama una nuova verità, sulla quale continuerà a riflettere fino alla morte.  

Queste nuove riflessioni determinano un cambiamento radicale nel pensiero di Leopardi. A cambiare è anzitutto la sua concezione della natura, che da madre benevola diviene «matrigna» feroce: la natura ha infatti creato il genere umano e le altre forme viventi disinteressandosi della loro sorte e condannandole così a una condizione dolorosa e insignificante. 

È, questa, una visione non più finalistica (come invece era quella della natura-madre benigna che opera al fine di garantire il bene delle sue creature), ma meccanicistica e materialistica:

  • meccanicistica, perché spiega la realtà sulla base delle leggi predeterminate, inesorabili, immodificabili, che privano l'esistenza umana di un fine suo proprio: l'universo è un meccanismo nei cui ingranaggi l'uomo è stritolato;
  • materialistica, perché fa della materia il principio unico attraverso il quale leggere gli eventi e non ammette l'esistenza di dimensioni diverse da quella materiale, escludendo a priori qualsiasi orizzonte spirituale.

Questo significa che la natura è un insieme di leggi immutabili e prive di scopo, è un meccanismo che condanna le proprie creature a una condizione esistenziale precaria e dolorosa, a una vita insignificante e, per chi ne abbia coscienza, angosciosa. La natura è causa di questa infelicità: ogni essere vivente sperimenta una condizione di dolore senza fine e senza senso. Le malattie, le condizioni climatiche avverse, l'ambiente ostile sono tutti fattori che concorrono a rendere ancor più difficile una vita che, già di per sé, è priva di un proprio senso.

Al 'pessimismo storico' della prima fase subentra così un 'pessimismo cosmico': l'infelicità non è più determinata dal mutare dei tempi, ma è una condizione assoluta ed eterna. Questa certezza sarà alla base di tutta l'opera di Leopardi successiva al 1824.