I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni

I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

I Promessi Sposi: trama del romanzo di Alessandro Manzoni, con analisi dell'opera e dei personaggi più importanti. Tematiche, significato, lingua e stile

1Introduzione a I Promessi Sposi

Copertina di una trasposizione teatrale dell'opera
Copertina di una trasposizione teatrale dell'opera — Fonte: ansa

I promessi sposi sono il primo romanzo della letteratura italiana. Un lavoro di ben ventuno anni servì a Manzoni per terminare il suo capolavoro, con cui avrebbe cambiato per sempre la storia della nostra letteratura. Questo romanzo, infatti, non è solo un’opera nata per il diletto; la sua importanza attraversa diversi piani. Manzoni cercava di andare incontro a un pubblico ampio che mostrasse interesse a comprendere le radici del proprio passato e a trarne un insegnamento morale, in particolare riguardo al problema del dolore nella propria esistenza. 

Inoltre, così come la televisione negli anni ’50/’60 contribuì alla creazione di un italiano unitario, I promessi sposi fecero altrettanto nell’Ottocento. Fecero cultura a tutti i livelli, adattandosi a diversi piani di lettura. Da subito questo romanzo fu introdotto nelle scuole e resiste da generazioni, non senza motivo.  

2Il genere del romanzo storico

Ritratto di Alessandro Manzoni
Ritratto di Alessandro Manzoni — Fonte: ansa

Il romanzo storico è un particolare tipo di romanzo in cui l’ambientazione storica ha un valore documentaristico perché intende trasmettere lo spirito, i comportamenti e le condizioni sociali attraverso dettagli realistici e con un'aderenza, fittizia o meno, ai fatti documentati. Può contenere personaggi realmente esistiti oppure una mescolanza di personaggi storici e di invenzione. Nacque durante il Romanticismo perché forte era l’attrazione verso il passato, in particolare della propria nazione, interpretato come radice del presente; inoltre permetteva di evadere con la fantasia. 

Manzoni, a differenza di Walter Scott che agiva talvolta con libertà e fantasia sulla ricostruzione storica per piegarla alla piacevolezza della narrazione, cerca nel suo unico romanzo una tesi, partendo da un’accuratissima ricostruzione: in altre parole, la Storia è utilizzata quindi con funzione dimostrativa e non solo come ambientazione.    

Dall’Ottocento in poi il romanzo storico fu un genere molto adoperato: anche le Ultime lettere di Jacopo Ortis (1817) mostrano il problema della storia e di come essa si intrecci alle vicende personali del protagonista. Negli anni successivi a Manzoni, il suo romanzo, come ogni opera che fondi una tradizione, fu ripreso e sconfessato più volte. Un cambiamento importante si ebbe con Giuseppe Rovani, col romanzo Cento anni, e con Ippolito Nievo, con Le confessioni di un italiano: entrambi gli autori tornano a filtrare la vicenda storica attraverso l’io narrante, mettendo in rilievo la “microstoria” rispetto alla “macrostoria”.  

3La genesi del romanzo e le diverse redazioni

Per comprendere al meglio la genesi del capolavoro di Manzoni, dobbiamo riflettere su alcuni passaggi importanti nell’evoluzione della sua poetica. Lo scrittore milanese, nella prima fase della sua produzione letteraria, era stato un neoclassico, avendo avuto come modelli Giuseppe Parini, Vincenzo Monti e Ugo Foscolo. Il momento più alto di questa fase è la composizione del poemetto Urania (1809), il cui tema era il valore incivilitore della bellezza.    

Col tempo, però, si accorse che gli argomenti mitologici e la poetica neoclassica erano per lui privi d’interesse. Inoltre la conversione nel 1810 fu un evento totalizzante nella vita dell’autore: comprese che l’epifania cristiana è nella storia e che Cristo si manifesta in essa. Con l’Incarnazione Cristo si fa uomo tra gli uomini, e dunque è Dio stesso che incontra il destino dell’umanità. Non c’è quindi posto per la mitologia, per la visione paganizzante, materialistica dell’esistenza, mentre risalta l’importanza della storia come continua ricerca del senso dell’agire umano.    

Ritratto di Alessandro Manzoni
Ritratto di Alessandro Manzoni — Fonte: ansa

Occorreva cercare la verità dell’azione umana attenendosi al vero storico, che può essere la porta per una comprensione più ampia della realtà, così da arrivare a un «vero morale». Scriverà Manzoni a D’Azeglio, in quegli anni: «Ma il vero storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo diletto è tanto più vivo e stabile, quanto più la mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere» (Manzoni, Lettera sul Romanticismo, 1823). Manzoni trovò quindi i suoi tre assi cartesiani: «l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo». Su questi colloca quindi prima gli Inni sacri (1815) poi le odi Marzo 1821 (scritta nel 1821, ma pubblicata nel 1848) e Il cinque maggio (1821), le tragedie storiche – Il Conte di Carmagnola (1820) e Adelchi (1822) – e, infine, I promessi sposi (1827; 1840-42).  

Pagina autografa del Fermo e Lucia
Pagina autografa del Fermo e Lucia — Fonte: ansa

L’idea del romanzo fu agevolata dalla traduzione in francese dei romanzi di Walter Scott. Il 24 aprile 1821 Manzoni dà avvio alla stesura del suo romanzo, conclusa il 17 settembre del 1823, con il titolo provvisorio di Fermo e Lucia. Questa prima stesura non soddisfò l’autore per problemi strutturali e linguistici.  

La seconda fase di elaborazione cominciò intorno al marzo 1824: Manzoni abolì alcune digressioni storiche e gli episodi troppo patetici o inclini al gusto del gotico, e comincia a far prevalere la lingua toscana su tutte le altre. Nel 1827 uscì, in tre tomi, il romanzo, col titolo I promessi sposi. L’edizione è chiamata “ventisettana”.  

Risolti i problemi strutturali, trasformata la materia documentaristica in forza narrativa, risolto l’intreccio, a Manzoni restava ancora da risolvere il problema della lingua. Nel 1827 andò a Firenze e lì trovò la soluzione: la lingua che stava cercando era quella fiorentina parlata dalle classi colte, «viva, agile, reale» (Migliorini), e la trova davanti a sé, miracolosamente. Manzoni è consapevole che il popolo italiano aveva bisogno di una lingua unitaria, in cui riconoscersi. L’operazione poté dirsi felicemente compiuta con la pubblicazione della seconda edizione del romanzo, nel 1840 (edizione a fascicoli conclusasi nel 1842): la “quarantana”, l’edizione definitiva.  

4L'ambientazione

Il lago di Como, dove inizia l'opera manzoniana
Il lago di Como, dove inizia l'opera manzoniana — Fonte: ansa

L’ambientazione scelta da Manzoni è l’area lombarda dei primi decenni del 1600, che si trova sotto la dominazione spagnola. Si tratta di una scelta molto interessante perché Manzoni vuole dimostrare le caratteristiche di un malgoverno con l’occhio critico di uno storiografo illuminista. Quello spagnolo in Lombardia è infatti «il governo più arbitrario combinato con l’anarchia feudale e l’anarchia popolare» animato da «un’ignoranza profonda, feroce, pretenziosa»; infine martoriato da «una peste che ha dato modo di manifestarsi alla scelleratezza più consumata e svergognata, ai pregiudizi più assurdi e alle virtù più commoventi» (dalla lettera a Fauriel, novembre 1822). 

Inoltre, Manzoni comincia a scrivere questo romanzo proprio dopo il fallimento dei moti del marzo 1821. Sceglie il romanzo per indagare le radici storiche dell’arretratezza italiana con l’intento di offrire alla borghesia progressista, come in un negativo fotografico, la futura società da fondare. Per contrasto, l’autore vuole proporre una società ideale, che sia libera, con un saldo potere statale, una legislazione agile e snella e tutori della legge che non siano in connivenza con i potenti; le classi sociali devono essere in armonia tra loro, evitando prevaricazioni. Quindi l’ambientazione storica non è solo lo sfondo su cui collocare in modo astratto i propri personaggi: è elemento fondante e pieno di significato. I personaggi, di conseguenza, assumono un forte rilievo drammatico e, anche quando inventati, si armonizzano perfettamente al corso degli eventi narrati.

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli...

I Promessi Sposi, incipit

5Trama

Renzo Tramaglino raffigurato nell'edizione del 1840 del romanzo
Renzo Tramaglino raffigurato nell'edizione del 1840 del romanzo — Fonte: ansa

Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella stanno per sposarsi. I preparativi fervono ma a intralciare la loro felicità c’è don Rodrigo, signorotto del paese, che ha messo gli occhi sulla promessa sposa. Il matrimonio viene impedito con la forza perché due bravi di don Rodrigo impediscono a don Abbondio (curato del paese) di celebrarlo dietro minaccia di morte. I due promessi chiedono l’intercessione di padre Cristoforo – il padre spirituale di Lucia – ma questi non riesce a smuovere don Rodrigo. Si rivolgono allora a un avvocato, Azzecca-garbugli, ma la legge – che egli impersona – è dalla parte dei potenti. Provano un matrimonio a sorpresa, che non riesce. Proprio nella notte del matrimonio a sorpresa, i bravi provano a rapire Lucia: falliscono anche loro nell’intento. Padre Cristoforo predispone quindi le fughe di Renzo e Lucia: il primo andrà a Milano, la seconda a Monza.

Gli imprevisti non mancano: Renzo è costretto a fughe precipitose per aver partecipato, suo malgrado, ai tumulti di San Martino: andrà dal cugino Bortolo, nel Bergamasco. Lucia viene tradita da Gertrude, la famosa monaca di Monza, e consegnata all’innominato, un potente del luogo, sanguinario e violento, che dovrà poi consegnarla a don Rodrigo. Ma c’è una svolta: l’innominato, che da tempo sente fastidio per quella vita, grazie a un serrato dialogo con Lucia e, successivamente, col cardinale Federigo Borromeo (in visita pastorale proprio nelle vicinanze), si converte alla fede e libera Lucia. Quando tutto sembra volgere al meglio, i lanzichenecchi scendono in Italia saccheggiando tutto e portando con loro il morbo della peste.

Renzo e Lucia nello sceneggiato televisivo Rai "I promessi sposi"
Renzo e Lucia nello sceneggiato televisivo Rai "I promessi sposi" — Fonte: ansa

Milano è rapidamente allo stremo. Si ammala Renzo, che guarisce e va in cerca di Lucia. Lucia, a Milano, si ammala e viene portata nel lazzeretto. Si ammala anche don Rodrigo. I due sposi si ritrovano a Milano nel lazzeretto davanti a padre Cristoforo: Renzo ha da poco perdonato don Rodrigo, morente. Lucia, per fortuna, sta guarendo. Tuttavia confessa all’amato che durante la notte di paura nel castello dell’innominato aveva fatto voto di castità qualora fosse riuscita a salvarsi; ma il voto, spiega il loro padre spirituale, non è valido, per cui viene annullato. Renzo torna al paese insieme ad Agnese ed entrambi aspettano il ritorno di Lucia. Tornata, finalmente possono celebrarsi le nozze. I due sposi con Agnese tornano nel Bergamasco; avranno una figlia, Maria, e apriranno una filanda.

6Il sistema dei personaggi

Suor Gertrude tratta dalle illustrazioni dell'edizione del 1840 dei "Promessi Sposi"
Suor Gertrude tratta dalle illustrazioni dell'edizione del 1840 dei "Promessi Sposi" — Fonte: ansa

La simmetria domina questo romanzo molto articolato, nonostante la dinamica di fondo sia semplice, quasi la trama di una commedia: due ragazzi vogliono sposarsi e c’è un antagonista che si oppone. Gli otto personaggi principali sono organizzati in quattro coppie. Vittime: Renzo e Lucia. Protettori: padre Cristoforo e cardinale Federigo Borromeo. Strumenti degli oppressori: don Abbondio e Gertrude. Oppressori: don Rodrigo e l’innominato. Sono possibili anche coppie di antagonisti: Renzo / don Rodrigo (sono in contesa di Lucia); Lucia / innominato (lei totalmente innocente, lui assuefatto al male); padre Cristoforo / don Abbondio (il primo rappresenta la Chiesa buona nel suo aspetto popolare, il secondo la Chiesa cattiva, di sola facciata, senza coraggio e carità); infine, Gertrude / cardinale Federigo (entrambi rappresentanti della Chiesa ufficiale e gerarchica: la prima malvagia, il secondo intimamente buono).

6.1Le coppie per tipologia di personaggio

  • Vittime: Renzo e Lucia.
  • Protettori: padre Cristoforo e cardinale Federigo Borromei.
  • Oppressori: don Rodrigo e l’innominato.
  • Strumenti degli oppressori: don Abbondio e Gertrude.

6.2Le coppie per antagonisti

  • Renzo / don Rodrigo
  • Lucia / l’innominato
  • Padre Cristoforo / don Abbondio
  • Gertrude / cardinale Federigo

6.3I protagonisti

Andiamo ora a descrivere meglio i due protagonisti.

Renzo:  

  • Come la critica ha quasi unanimemente riconosciuto, è un eroe picaresco, un personaggio sempre in cammino, ramingo, un «eroe cercatore»
  • Si muove sempre in spazi aperti. È estroverso e impulsivo, si caccia facilmente nei guai: non è saggio, ma ha buon cuore
  • In lui si compie la maturazione più evidente tra i personaggi: il momento culmine di questa maturazione è il perdono a don Rodrigo, il suo nemico

Lucia

  • Ritratta quasi sempre in ambienti interni: è un personaggio domestico. È autoritaria, pur nella sua modestia, ed è saggia grazie alla frequentazione di padre Cristoforo
  • Il suo momento culminante è nel dialogo con l’innominato: è il momento in cui lei fronteggia il male assoluto, armata solo della sua fede e della sua innocenza
  • Capito il dramma del male, il suo personaggio si arricchisce notevolmente e subisce anch’esso l’evoluzione che viene esplicitata nel «sugo della storia»: a lei spetta il messaggio finale dell’opera

7Temi e significato dell'opera

 Illustratione di Francesco Gonin per l'edizione del 1840
Illustratione di Francesco Gonin per l'edizione del 1840 — Fonte: ansa

I promessi sposi, oltre alla tesi storica, contengono numerosi temi, che possiamo ricondurre a una problematica comune: il male nella storia e la sofferenza degli innocenti. Si può additare l’egoismo umano come colpevole (sarebbe il caso di don Rodrigo nei confronti di Lucia); questo però non spiega il problema nella sua interezza. Renzo e Lucia, nel finale del romanzo, offrono una meditazione sul male, come potrebbe farla la gente comune (e non l’autore), e dicono: 

[...] che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore.

I Promessi Sposi, capitolo XXXVIII

In verità, i due capiscono che al male non c’è risposta; e che la fede è una richiesta di senso ed è uno sforzo da compiere per comprendere il male che si deve sopportare. È difficile capire se l’autore si riconosca nella conclusione dei suoi due personaggi: sappiamo che il narratore ha un atteggiamento spesso ironico nel romanzo, ma autore e narratore non sono la stessa cosa... 

Una cosa è certa: Manzoni, con questo romanzo, descrive con accuratezza il male morale e il dolore: la sua è una visione problematica e, secondo Calvino, «I promessi sposi propongono una visione della storia come continuo fronteggiamento di catastrofi». E le forze umane non sono sufficienti, ma tristemente velleitarie.  

Ritratto di Alessandro Manzoni attribuito a  Maria Louisa Catherine Cecilia Cosway
Ritratto di Alessandro Manzoni attribuito a Maria Louisa Catherine Cecilia Cosway — Fonte: ansa

In Manzoni, Illuminismo e Romanticismo si fondono: l’analisi del male poggia su una base razionalistica e teologica: «le ragioni della scienza, anche qui, sono anche le ragioni d’una nozione dell’incommensurabilità di Dio, d’una religiosità che nel suo nocciolo profondo non è più ottimista dell’ateismo di Leopardi» (I. Calvino). 

Per entrambi gli autori occorre conoscere il nemico, ossia il Male, ed è qui che si compie la formazione dei due promessi sposi: Renzo e Lucia, alla fine delle loro traversie, imparano cosa sia il male ricevuto e il male causato, e come esso sia parte integrante del mistero della vita: «Nonostante la luce che emana dalla legge morale, il male resta un enigma, segno terribile della libertà dell’uomo» (E. Raimondi).

Ecco spiegato il profondo pessimismo relativo all’agire umano, quella libertà sinistra che farebbe meglio ad autolimitarsi, e quindi ecco l’odio per i sovvertimenti, le rivoluzioni, per quel furor di popolo che agisce barbaramente, anche quando è nel giusto.

Manca quindi un idillio al finale manzoniano: non c’è un “e vissero felici e contenti”, perché l’ordine – proprio quell’ordine tranquillo da cui si era partiti all’inizio del romanzo – può essere sconvolto dal male, esprimibile nell’egoismo umano (don Rodrigo) e nella Natura (la peste). 

Raffigurazione dell'episodio della rivolta del pane
Raffigurazione dell'episodio della rivolta del pane — Fonte: ansa

Non è possibile arrivare a un equilibrio perfettamente statico, ma il proseguire del romanzo negli ultimi capitoli suggerisce la dinamicità della quiete: una dinamicità che nasce dal dialogo col dolore che ogni giornata porta con sé: «Il dolore nella compagine dei Promessi sposi ha una parte preponderante, e nulla è così profondo in questo capolavoro come quello che scaturisce da tale sentimento» (Attilio Momigliano). Altro tema importante è la conversione: la Grazia divina agisce sull’uomo misteriosamente; torna a riaffacciarsi il motivo autobiografico che già si era palesato nell’ode Il cinque maggio (1821), davanti alla conversione di Napoleone. È questo il punto di contatto più sfuggente tra divino e umano. Il passaggio dell’innominato nelle file dei buoni segna la svolta positiva del romanzo: dimostrazione, forse, che il singolo può comunque creare il bene di molti o alleviarne le sofferenze. 

Anche a proposito della Provvidenza (trattata come se fosse un personaggio aggiunto) il discorso si fa complesso: i due protagonisti la interpretano con ingenuità, come bambini, credendola infallibile. Essa è imperscrutabile nel suo agire sulla sfera terrena; solo nell’aldilà dona certezza del premio. Manzoni aveva caro il concetto di «provvida sventura» (Adelchi): il male rende consapevoli e, se accettato con la fede, aumenta la virtù. Per questo Guido Baldi sostiene, contrariamente a Calvino, che I promessi sposi, come libro cattolico e progetto di società, non abbia una vera e propria problematica: l’invadenza del narratore onnisciente, che commenta e ironizza, non lascia, secondo Baldi, il lettore libero di orientarsi. 

Certamente è vero che il narratore ironizza e che ha una sua indole riconoscibile: ma la dialettica c’è perché l’ironia pervade quasi ogni cosa e il passo al relativismo viene frenato dall’ingenuità dei personaggi, che rappresentano il mondo a cui si sceglie di credere, i valori che è meglio non perdere. Il poema, che in fondo costituisce, si rivela proprio in questa contraddizione, proprio nei limiti che intercorrono tra il paternalismo del narratore, il pessimismo malcelato dell’autore e il fragile idillio dei protagonisti.