I Canti di Giacomo Leopardi

I Canti di Giacomo Leopardi A cura di Redazione Studenti.

Cosa sono i Canti di Leopardi: analisi e struttura della raccolta delle poesie del poeta recanatese, il racconto poetico della storia del pensiero di Leopardi

1Un'opera capitale

Ritratto di Francesco Petrarca
Ritratto di Francesco Petrarca — Fonte: ansa

I Canti di Leopardi sono uno dei libri di poesia più importanti dell’intera letteratura italiana, accostabile per rilevanza al Canzoniere di Francesco Petrarca.         

A differenza del Canzoniere petrarchesco, che delinea quasi un romanzo d’amore e che perciò si presenta molto compatto e omogeneo, i Canti sono un libro dalle molte facce e dai molti registri stilistici.         

Nonostante ciò, il libro dei Canti ha una sua logica unitaria. Essa è data dalla costante inclinazione “teorica” del pensiero che si esprime nei singoli componimenti: da un testo all’altro, si disegna, infatti, l’evoluzione di una concezione della storia, della vita, dell’animo umano.         

I Canti di Leopardi si presentano, insomma, come il racconto poetico della storia del pensiero leopardiano, che non smette mai di interrogare il senso dell’esistenza degli uomini e delle cose, ma trova risposte parzialmente diverse nei diversi momenti del suo sviluppo.         

2Le redazioni

Tomba di Giacomo Leopardi a Napoli
Tomba di Giacomo Leopardi a Napoli — Fonte: ansa

Il libro, che contiene quasi tutta la produzione poetica leopardiana, fu stampato due volte durante la vita dell’autore: la prima volta a Firenze nel 1831, la seconda a Napoli nel 1835. La prima edizione conteneva le canzoni, gli idilli, e i canti pisano-recanatesi (senza Il passero solitario); la seconda aggiungeva a questi i canti fiorentini e napoletani.     

Una terza edizione, arricchita di due poesie scritte nel 1836 (Il tramonto della luna e La ginestra), fu pubblicata a cura di Antonio Ranieri, intimo amico di Leopardi e interprete delle sue ultime volontà, nel 1845 dopo la morte dell’autore.     

Nella sua forma definitiva la raccolta è costituita di 41 testi composti nell’arco di un periodo che va dal 1818 al 1836. Al suo interno sono individuabili alcuni gruppi o sezioni di testi omogenei, ciascuno dei quali rappresenta una fase dello sviluppo formale della poesia leopardiana o dell’evoluzione del suo pensiero.

3Il titolo

Il titolo "Canti", insolito per la tradizione lirica italiana, non significa “canzoni”, ma indica semplicemente che i testi raccolti sono componimenti lirici, a prescindere dalle loro specifiche caratteristiche metriche e stilistiche. 

Esso suggerisce, insomma, che il principio intorno al quale si organizza la raccolta non è, diversamente da quanto avveniva nella maggior parte di quelle anteriori, di carattere metrico e stilistico. In effetti, dalla lettura emerge che il tratto unificante più marcato è costituito dalla tensione conoscitiva propria di una poesia che si interroga sul senso dell’esistenza. 

4Gruppi di testi

Il colle dell'Infinito a Recanati
Il colle dell'Infinito a Recanati — Fonte: ansa

I Canti di Leopardi si aprono con un blocco di 9 canzoni, composte in un periodo che va dal 1818 al 1823, e già pubblicate autonomamente. Le unificano la forma metrica – la canzone –, fin dal Duecento considerata quella più alta della poesia lirica, che Leopardi, però, elabora in modo originale. Nelle canzoni Leopardi sviluppa infatti un discorso continuato sull’infelicità umana, vista come conseguenza del progressivo e inarrestabile distacco dell’uomo dalla felice fusione con la Natura che era propria degli antichi e dei popoli primitivi. Il distacco è stato causato dal prevalere della ragione e della conoscenza, che non sono da considerarsi una conquista, in quanto uccidono la fantasia e la capacità di illudersi. La scrittura delle canzoni, densamente retorica, impiega parole rare, metafore ardite e una sintassi complessa che ne rende difficile l’immediata comprensione. 

Seguono 5 idilli (L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, La vita solitaria), composti fra 1819 e il 1821, in endecasillabi sciolti, cioè non rimati. Nella tradizione greco-ellenistica, ripresa dalla poesia settecentesca, l’idillio era soprattutto un breve componimento che descriveva uno scenario naturale, campestre. Leopardi lo trasforma spostando l’attenzione dal paesaggio naturale, che pure è presente, all’interiorità. Dichiara lui stesso che gli idilli descrivono «situazioni, affezioni, avventure storiche» del suo animo. L’indagine interiore è condotta attraverso uno stile «vago» e «indefinito», caratterizzato da un lessico meno ricercato e più familiare (ma sempre ‘letterario’) rispetto a quello delle canzoni, da una sintassi più elementare e da una minore densità retorica.   

Statua di Giacomo Leopardi a Recanati
Statua di Giacomo Leopardi a Recanati — Fonte: istock

Nei cosiddetti canti pisano-recanatesi (Il risorgimento, A Silvia, Le ricordanze, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio e, di datazione incerta, Il passero solitario), scritti fra il 1828 e il 1830, Leopardi sperimenta una poesia che è insieme lirica e filosofica. Il poeta si fa portavoce della tragica consapevolezza dell’infelicità umana e dell’ineliminabile conflitto fra naturale desiderio del piacere e sua irrealizzabilità, fra illusione e realtà. In essi il “noi” storico delle canzoni, che rappresentava l’umanità moderna, e l’“io” esistenziale degli idilli si unificano in un io” che parla di “noi tutti”. Anche la forma metrica innovativa, la canzone libera, nella quale cioè le strofe non hanno un numero di versi predefinito e non esistono vincoli di rima, sembra fondere la tradizionale forma chiusa delle canzoni con la libertà degli idilli. Non a caso fino a non molti anni fa questi canti venivano chiamati “grandi idilli” in opposizione-continuità con i “piccoli idilli”, come erano definiti i testi del 1819-21.    

Il gruppo dei canti fiorentini (Consalvo, Il pensiero dominamte, Amore e Morte, A se stesso) regista l’esperienza amorosa vissuta da Leopardi durante il suo secondo soggiorno fiorentino, nel biennio 1830-31. Dalla poesia d’amore Leopardi si era sostanzialmente tenuto lontano negli anni precedenti. La composizione di questi canti è connessa a una sua personale storia d’amore: quello non corrisposto, e perciò causa di delusione e sofferenza, per una nobildonna fiorentina. Leopardi, tuttavia, non rinuncia alla dimensione conoscitiva della poesia: queste poesie, infatti, sono sì una celebrazione dell’amore, un’indagine sulla sua natura, ma tutto ciò sfocia in una catastrofe conclusiva, in una delusione che significherà per il poeta il definitivo abbandono di ogni investimento affettivo nei confronti della vita e del mondo. Lo stile, energico, è molto lontano da quello dei canti pisano-recanatesi: oscilla fra una scrittura dominata da una sintassi ampia e nervosa e una scrittura secca e scarnificata, quasi pietrificata.   

Giacomo Leopardi dipinto da Lolli
Giacomo Leopardi dipinto da Lolli — Fonte: ansa

L’ultima sezione dei Canti di Leopardi è costituita dai canti napoletani, quelli, cioè, scritti nell’ultimo periodo della vita di Leopardi, da Aspasia (ancora legato alla tematica amorosa dei canti precedenti) alla Ginestra. Ad accomunare, almeno dal punto di vista tematico, la maggioranza di questi testi (le due “sepolcrali”, Il tramonto della luna, La ginestra, e in parte la Palinodia) è l’impostazione impersonale, universale e filosofica del discorso poetico, un’impostazione che fa di ciascuno di essi una meditazione su un tema-chiave della filosofia materialistica leopardiana: la morte dei giovani e il rapporto tra morte e vita nell’esistenza umana; la morte e il mistero fragile e invincibile della bellezza; la fragilità disperata della vita umana. L’io poetico si riduce quasi totalmente a voce meditante.    

La sintesi suprema di questi caratteri è costituita dalla Ginestra, il testamento del pensiero leopardiano, nella quale parla un io ‘eroico’ che professa la necessità di un’alleanza fra gli uomini: questi devono sì, come la ginestra, accettare l’ineliminabile infelicità della vita umana, ma devono anche stringersi in una «social catena», cioè essere solidali tra loro contro la natura, il nemico comune. Nella Ginestra la voce di Leopardi è insieme poesia e pensiero, in un intreccio di immagini poetiche e di considerazioni polemiche.  

5Conoscenza e poesia

Per Leopardi la poesia non è un modo per trasmettere idee elaborate in altra sede, una bella forma da applicare a un duro contenuto. La sua è poesia conoscitiva, è riflessione filosofica vera e propria. A volte i testi poetici anticipano addirittura acquisizioni di pensiero a cui l’elaborazione filosofica leopardiana non era ancora giunta. Nella storia della poesia italiana una lirica filosofica rappresenta una grande novità.  

Così come una grande novità, in linea con quanto stava avvenendo nel più avanzato lirismo romantico, è costituita dal particolare “io” che parla nei Canti di Leopardi. Un io individuale che però non è autobiografico, non è cioè una mera proiezione dell’autore; un io che racconta esperienze soggettive non generalizzabili nel loro contenuto, ma che può essere sentito come un noi” dai lettori perché mette in scena i processi di coscienza, questi sì generalizzabili, innescati da quelle esperienze soggettive. 

Molte poesie di Leopardi contengono una esplicita visione del mondo. La contengono non solo quelle più marcatamente filosofiche, ma anche quelle che sembrano più legate a occasioni particolari e trattare temi di minor respiro, come gran parte degli idilli e dei canti pisano-recanatesi. Tra la poesia e la meditazione l’interscambio è continuo. Ciò non significa, però, che il messaggio poetico si esaurisca e si annulli in quello ideologico-filosofico. La poesia aggiunge qualcosa di suo, qualcosa che essa sola può trasmettere. Essa dà voce infatti alla tragica consapevolezza dell’infelicità dell’uomo. 

Infelicità determinata da tre cause principali:

  1. dalla conoscenza, che annulla e dichiara illusori tutti i valori fondati sull’immaginazione;
  2. dalla inevitabile frustrazione che la limitatezza delle esperienze vitali infligge al desiderio di piacere e di assoluto connaturato in ogni essere umano;
  3. dalla consapevolezza che l’uomo è inserito in un circolo universale di produzione e distruzione che come suo unico scopo ha quello della perpetuazione dell’esistenza in sé.

Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non essere nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte.

Da questa condizione non è possibile evadere e pertanto la poesia denuncia l’infelicità dell’uomo senza però prospettare impossibili alternative né storiche né esistenziali. Ma, come dicevamo, la poesia esprime anche altro. E questo altro non è l’affermazione di una alternativa, ma il semplice vagheggiamento di una diversa dimensione, di una condizione dell’individuo più degna di quella di semplice anello di una catena della specie a cui la natura lo condanna.

Mezzobusto di Giacomo Leopardi
Mezzobusto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

Insomma, attraverso la poesia prende forma non la contestazione delle certezze razionali sull’infelicità, ma l’insopprimibile desiderio umano di un impossibile destino che non neghi la felicità. Ecco allora le tante poesie che rimpiangono le illusioni perdute, siano esse quelle che nutrivano i nostri progenitori nei primi tempi della storia dell’uomo, o siano quelle di cui si nutrivano i sogni dell’infanzia.

E accanto a queste, le altre poesie che celebrano le illusioni ancora attive e presenti, come l’amore o le «finzioni» della mente: sono illusioni vitali, anche se è ben nota la loro irrealtà. E poi ci sono i testi poetici nei quali Leopardi si pone in modo lucido e intrepido davanti al negativo, cioè davanti alla noia, al nulla e alla morte. Ed è proprio l’atteggiamento risoluto e coraggioso con il quale Leopardi accetta la negatività dell’esistenza a trasformare quelle poesie in atti vitali, in una forma paradossale di resistenza alle leggi della natura.

6La fortuna

Ritratto di Giovanni Pascoli
Ritratto di Giovanni Pascoli — Fonte: ansa

I Canti di Leopardi non hanno impresso una svolta alla poesia italiana dell’Ottocento. In gran parte ciò è dipeso dalla visione della vita che essi esprimono. In effetti il loro pessimismo, sebbene non si traduca mai nella negazione della dignità del vivere, sembra fatto apposta per dispiacere a tutti: ai liberali-progressisti, fautori della modernizzazione e del progresso, per la negazione di ogni idea di miglioramento dell’uomo che esso contiene; ma anche ai cattolici e agli spiritualisti in generale per i suoi fondamenti materialistici. La cultura italiana ha fatto a gara per cercare di neutralizzare, o quanto meno rendere più innocuo, il pessimismo materialistico di Leopardi. La censura operata sulla componente filosofica si è riflessa anche sul modo di leggere la poesia leopardiana. Per molto tempo, infatti, la critica ha negato che la grandezza di questa poesia nascesse dalla visione del mondo a cui essa dà voce; anzi, Leopardi è stato considerato grande poeta nonostante il suo pessimismo e la sua concezione materialistica della vita, ragion per cui la sua poesia più alta sarebbe stata quella nella quale la componente filosofica è meno evidente. Per esempio, fino alla metà del Novecento i libri di testo delle scuole elementari, nell’antologizzare I Canti di Leopardi, in particolare i canti pisano-recanatesi, hanno mantenuto le iniziali parti descrittive (il borgo in festa, ecc.) eliminando, invece, le strofe finali nelle quali Leopardi tira le sue amare conclusioni filosofiche. 

La lezione dei Canti di Leopardi comincerà a essere recepita solo verso la fine dell’Ottocento da poeti come Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio e, soprattutto, eserciterà una grande attrattiva su molti lirici del Novecento (Guido Gozzano, Umberto Saba, Eugenio Montale).