Ho sceso dandoti il braccio di Eugenio Montale: testo e parafrasi

Ho sceso dandoti il braccio di Eugenio Montale: testo e parafrasi A cura di Silvia Corelli.

Ho sceso dandoti il braccio, una delle poesie più belle di Eugenio Montale: testo, analisi, spiegazione e parafrasi del componimento

1Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale: introduzione

Foto di Eugenio Montale
Foto di Eugenio Montale — Fonte: ansa

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale è una delle più famose e belle di Eugenio Montale. Qui troviamo rappresentato benissimo il suo stile, semplice e sempre concentrato sulle piccole cose concrete della vita. Tutto questo si fonde, in questo componimento, con un grande dolore e un grande amore. Senza anticipare altro vediamo subito la “Carta d’identità” di questa poesia.

In quale raccolta è inserita e quando viene composta? Questo componimento è inserito nell’ultima raccolta che Montale pubblica, e cioè Satura. Questa raccolta viene terminata nel 1971 e contiene componimenti scritti fra il 1962 e il 1970.
Perché scrive questa poesia? A chi è dedicata? Montale scrive questa poesia dopo la morte della moglie, Drusilla Tanzi, che fu la compagna di tutta la vita del poeta. La donna aveva un problema alla vista: ricordiamo questo particolare quando analizzeremo il testo.
Qual è il metro scelto? Ci troviamo in presenza di versi liberi – una scelta comune nei poeti del Novecento – che contano anche degli endecasillabi sciolti. Ci sono poche rime (crede/vede) ma la musicalità viene resa dall’ assonanza (viaggio/braccio) e dalla scelta di un linguaggio semplice e colloquiale.   

Figure retoriche presenti nel testo:    

  • Iperbole: Ho sceso almeno un milione di scale, con questa espressione il poeta vuole semplicemente far capire a chi ascolta la poesia che il cammino accanto alla donna amata è stato lunghissimo.
  • Ossimoro: breve/lungo, Montale contrappone due termini di significato opposto, vuole far capire che la vita insieme alla moglie, anche se effettivamente durata tanti anni, adesso sembra brevissima
  • Metafora: il nostro viaggio, il viaggio è una metafora piuttosto comune (non è un’idea originale di Montale) per indicare la vita dell’uomo sulla terra.
  • Anafora: Ho sceso… Ho sceso, questa figura retorica consiste nel ripetere a inizio di due versi diversi la stessa parola (o le stesse parole). L’effetto che il poeta vuole rendere è quello di un pensiero ripetitivo che torna sempre in testa e quindi di un dolore costante.

2Testo e parafrasi

Testo

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Parafrasi

Ho sceso, tenendoti sottobraccio, almeno un milione di scale, e adesso che non ci sei più mi pare di sentire il vuoto scendendo ogni gradino. Anche se in realtà il nostro tempo insieme è stato lungo anni, a me pare breve. La mia vita continua senza di te e io adesso non ho più bisogno delle piccole cose quotidiane: le coincidenze, le prenotazioni, le trappole di tutti i giorni, e le delusioni di chi è convinto che la realtà sia solo quella che vediamo con gli occhi. Ho sceso, tenendoti sottobraccio, almeno un milione di scale e non perché con quattro occhi era possibile vivere meglio e con più sicurezza, le ho scese insieme a te perché sapevo che fra noi due, anche se i tuoi occhi fisicamente erano malati, la sola a saper vedere davvero la vita, eri tu.

3Commento e interpretazione

In questa poesia si rivela un grande dolore per la perdita della moglie. Il poeta ripensa alla vita trascorsa insieme a lei e ci dice che la sua donna è stata una guida per lui, l’unica capace di accompagnarlo attraverso le difficoltà della vita. È molto bello notare il gioco di parti che si invertono: sua moglie aveva una malattia agli occhi e quindi non vedeva quasi per niente. La guida “reale” era quindi Montale che, appunto per aiutarla a camminare, la teneva sottobraccio e l’accompagnava camminando, ma se lui era stato per lei una guida fisica, la donna risulta essere al contrario una guida “spirituale” per il poeta che infatti, senza lei, adesso sente solo un grande vuoto.  

Foto di Eugenio Montale
Foto di Eugenio Montale — Fonte: ansa

Leggendo la poesia abbiamo avuto modo di vedere il tipo di linguaggio utilizzato: è un linguaggio semplicissimo e quotidiano. Se dovessimo togliere ogni termine dalla poesia potremmo tranquillamente inserirlo in una chiacchierata con gli amici. Non è un linguaggio aulico o arcaico che richiama lo stile classico e poetico della tradizione italiana. Nonostante ciò il poeta, con la sua sensibilità, riesce a rendere tutto su un piano “alto”: anche parlare di una scalinata o di una prenotazione diventa una grande prova poetica. 

Questo accade grazie al ricorso al correlativo oggettivo, tipico della poesia di Montale che viene spesso definita “poetica dell’oggetto”. Che succede? Praticamente vengono accostati oggetti, immagini o attività comuni che, messe una accanto all’altra perdono la loro semplicità iniziale e diventano oggetti poetici. Se parliamo di una scala e del vuoto come entità separate non ci troviamo granché di poetico, ma avvicinare “vuoto, scale, gradino” rende un sentimento profondissimo e un grande tormento. Ecco la grandezza e la profonda sensibilità del poeta.