Origini del totalitarismo di Hannah Arendt: trama e analisi

Origini del totalitarismo di Hannah Arendt: trama e analisi A cura di Chiara Colangelo.

Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt: analisi e struttura della celebre opera e accenni alla biografia dell'autrice ebrea

1Hannah Arendt: vita e opere

Foto del filosofo Martin Heidegger
Foto del filosofo Martin Heidegger — Fonte: ansa

1.1Gli studi

Hannah Arendt nacque ad Hannover nel 1906, figlia di un’agiata famiglia ebrea borghese. Crebbe prima a Konigsberg (città natale del filosofo Kant) e poi si trasferì a Berlino. Seguì gli studi di filosofia all’Università di Marburgo, dove insegnava un giovane professore, Martin Heidegger, destinato a diventare uno dei pensatori più importanti del ‘900. Tra la giovane studentessa e il filosofo esistenzialista nacque una intensa storia d’amore, al termine della quale Hannah si trasferì nuovamente a Heidelberg, dove conseguì il dottorato con una tesi sul concetto d’ “amore” in Agostino.   

1.2L'espatrio: dalla Francia agli Stati Uniti

Con l’avvento delle persecuzioni naziste contro gli ebrei, Hannah fu costretta a lasciare la Germania rifugiandosi a Parigi (1933). Dopo essersi sposata una seconda volta, venne internata nella Francia meridionale come straniera sospetta. Solo grazie ad un colpo di fortuna, riuscì a fuggire dal campo insieme al marito, a raggiungere Lisbona e, da lì, approdare definitivamente negli Stati Uniti (1941). 

1.3Gli scritti principali

La nuova vita della Arendt non fu facile inizialmente e riuscì a raggiungere una certa fama, unita ad aspre critiche, solo dopo la pubblicazione del suo capolavoro Le origini del totalitarismo (1951). All’Università di Chicago insegnò teoria politica e nel 1958 pubblicò il libro Human Condition (col titolo italiano di Vita Activa). Momento importante per la sua elaborazione filosofica fu rappresentato dalla partecipazione al processo, come inviata speciale del giornale «New Yorker» a Gerusalemme, contro il criminale nazista Adolf Eichman. Dalle riflessioni su questa esperienza nacque il suo secondo capolavoro La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963).
Continuò ad insegnare in diverse università americane sino alla sua morte, avvenuta nel 1975 nel suo appartamento di New York, a causa di un infarto.  

1.4Un personaggio controverso

La Arendt fu una figura controversa e il suo pensiero spregiudicato di donna ebrea libera, emancipata e refrattaria ad ogni dogmatismo le procurò polemiche e dissociazioni dallo stesso mondo ebraico, che lesse nei suoi scritti una sottovalutazione del fenomeno nazista e delle sue atrocità. Ciononostante le sue intuizioni e la sua intensa vita le hanno conferito un posto d’onore all’interno del pensiero politico novecentesco; a tal punto da spingere la regista Margarethe von Trotta a dedicarle un bellissimo film (Hannah Arendt), apparso nelle sale italiane nel 2014, in occasione della giornata della Memoria

Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tutt’ora, terribilmente normali.

Hannah Arendt, La banalità del male

2Le origini del totalitarismo

2.1Struttura dell'opera

Le origini del totalitarismo è una delle opere storico-politiche più importanti del Novecento e la sua prima edizione apparve nel 1951, subito dopo il secondo conflitto mondiale ed in piena guerra fredda. In quest’opera la Arendt voleva in primo luogo narrare e comprendere gli avvenimenti con cui si era dovuta confrontare la sua generazione. Il suo sguardo era rivolto ai crimini nazisti e allo sterminio degli ebrei, allo stalinismo e alle persecuzioni degli oppositori politici. Nella stessa prefazione all’edizione del 1966 la stessa filosofa dichiara come il punto di partenza del suo lavoro fosse cercare di articolare una risposta (o meglio offrire degli spunti di riflessione) alle domande: “Che cosa succedeva? Perché succedeva? Come era potuto succedere?”.  

L’originalità dell’opera consiste, appunto, nell’analisi delle cause e del funzionamento dei regimi totalitari (nazismo e stalinismo) che, secondo l’autrice, erano qualcosa di molto diverso da altre forme di dittatura, come il fascismo, o regimi autoritari sino ad allora conosciuti.
Il contributo del lavoro della Arendt è dunque importante sotto due aspetti

  1. il profilo storico-politico, in quanto viene indagata la storia europea nel periodo compreso tra gli ultimi vent’anni dell’Ottocento fino alla Seconda guerra mondiale.
  2. il profilo filosofico-politico, in quanto offre un ideal-tipo del regime totalitario e una nuova categoria storica che, da allora, troverà grande fortuna tra gli studiosi.

Due sono le tesi di fondo dell’opera: 

  • il concetto di stato totalitario è una novità senza precedenti nella storia, esplicatosi unicamente nella Germania nazista di Hitler e nell’Unione Sovietica di Stalin.
  • nonostante le diverse impostazioni ideologiche, dietro i due sistemi c’erano dei punti di contatto che li rendevano assimilabili: stessi scopi e stessa idea totalitaria.
Foto di Hannah Arendt
Foto di Hannah Arendt — Fonte: ansa

L’opera ha un carattere monumentale (circa 700 pagine) ed è divisa in tre parti.
Nelle prime due si affrontano le premesse dello stato totalitario, in cui crudeltà e razzismo erano patrimonio dell’Europa già prima dell’avvento del nazismo o dello stalinismo: l’antisemitismo e l’imperialismo. Per quanto riguarda la nascita del totalitarismo nazista, la Arendt ripercorre la condizione degli ebrei dal Medioevo sino alla fine dell’Ottocento, notando come l’antigiudaismo tradizionale fosse stato sostituito da un nuovo razzismo antisemita. Anche l’imperialismo, che aspirava alla dominazione economica e militare delle terre extraeuropee, si nutriva di una forte dose di razzismo biologico. La propugnata superiorità dell’europeo e la sua missione civilizzatrice si accompagnarono infatti alla sperimentazione di vere e proprie tecniche di sterminio.   

Nell’ultima e più corposa parte si analizza il fenomeno del totalitarismo. Pur non avendo mai offerto una definizione della parola, dalla lettura di quest’ultima sezione dell’opera, si può sostenere che uno stato totalitario mira ad ottenere il dominio permanente di ogni singolo individuo in qualsiasi aspetto della vita.

2.2Quali sono le condizioni nelle quali è nato un movimento totalitario?

Foto di Hannah Arendt
Foto di Hannah Arendt — Fonte: ansa

Secondo la Arendt sia il nazismo sia lo stalinismo nascono organizzando e mobilitando masse di individui provate da congiunture economiche, sociali e politiche tremendamente difficili. All’indomani della Prima guerra mondiale, infatti, il senso di solitudine, scoramento, lacerazione dei legami politici e dei valori tradizionali prevalgono. I regimi totalitari riescono ad offrire risposte ad un bisogno di appartenenza (ad una classe o ad una razza superiore) in grado di sedurre le masse e di mobilitarle per i loro scopi.  

2.3Com'è organizzato il regime totalitario?

Le caratteristiche fondamentali di un regime totalitario risiedono nel:  

  • ruolo del capo. La volontà del capo è infallibile, il suo potere è immenso e la sua parola diventa l’unica legge del partito, che tutti sono tenuti a rispettare e far rispettare.
  • il ricorso ad una violenza di tipo nuovo. Non si tratta infatti di una violenza politica temporanea, tipica delle dittature. È la realizzazione di un vero e proprio terrore che induce tutti i cittadini a piegarsi alla volontà del partito e del suo capo. Tale violenza è ottenuta col ricorso alla polizia segreta (che controlla e supervisiona ogni aspetto della vita pubblica e privata dei cittadini) e all’individuazione di un “nemico oggettivo”, che non è tale per qualcosa che ha fatto, ma per qualche caratteristica astratta, generale e definita a priori che possiede (essere ebreo, un contadino ricco ecc.). Secondo la Arendt questa è la vocazione fondamentale dei regimi totalitari: un terrore che mira a spezzare la volontà individuale per uniformarsi al volere del sistema, nella speranza - da parte del soggetto - di essere considerato un “leale cittadino” e non un nemico interno.
  • l’annullamento dell’individualità, il dominio totale sull’uomo considerato essere superfluo al pari di un oggetto, realizzata completamente nei campi di sterminio. È distrutta qualunque forma di spontaneità, personalità, dignità. Prima che fisicamente, dell’uomo si vuole distruggere la sua umanità, la sua libertà. Si vuole far sparire perfino le vittime dalla memoria, è il dominio totale del potere sull’individuo.

2.4Qual è l'essenza del regime totalitario?

Oltre che nel terrore, l’essenza del totalitarismo risiede nell’ideologia totalitaria. Secondo la Arendt la vera novità di nazismo e stalinismo non sta tanto nell’originalità dei contenuti ideologici in quanto tali. Difatti, entrambi facevano riferimento ad idee elaborate nel XIX secolo: la lotta di classe per il comunismo e la competizione tra le razze per il nazismo. Ciò che risultava nuova era la coerenza logica con cui erano organizzate le ideologie totalitarie. Scrive infatti la filosofa:  

la curiosa logicità di tutti gli ismi (…), la loro fede ingenua nell’efficacia redentrice della devozione caparbia, senza alcun riguardo per i fatti specifici, racchiude già in sé i primi germi del disprezzo totalitario per la realtà e la fattualità.

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo

Tra le caratteristiche delle ideologie totalitarie possiamo dunque rintracciare:  

  • la pretesa di spiegare integralmente il passato, il presente e il futuro dell’intera umanità.
  • il totale distacco e indipendenza dalla realtà dei fatti e dall’esperienza concreta e la tendenza a piegare i dati sensibili secondo i propri principi.
  • la coerenza assoluta e la logica ferrea. Quando si presentano delle discrepanze tra la realtà e la visione ideologica, si suppongono dei complotti da smascherare e punire.

2.5Qual è la condizione degli individui in un regime totalitario?

Foto di Hannah Arendt
Foto di Hannah Arendt — Fonte: ansa

All’interno del regime totalitario gli individui provano un totale isolamento nella sfera politica e un forte senso di estraniamento nei rapporti sociali. Si annienta, infatti, in primis la vita politica democratica, la libera comunicazione tra cittadini. Subentra unicamente la paura e il sospetto reciproco, che portano alla distruzione dei legami affettivi e della vita privata. Ogni uomo si sente solo e circondato da potenziali nemici.
Ma l’isolamento della società di massa, aggiunge infine la Arendt, è “un costante pericolo” anche dopo la scomparsa del nazismo e dello stalinismo che potrà, anche in futuro, minacciare la libertà politica degli individui.