Giuseppe Ungaretti: vita e poesie del precursore dell'ermetismo

Giuseppe Ungaretti: vita e poesie del precursore dell'ermetismo A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Vita e opere di Giuseppe Ungaretti, il soldato della speranza. La poetica e la vita dell'autore di poesie come "Veglia" e "Soldati"

1Introduzione a Giuseppe Ungaretti

Foto di Giuseppe Ungaretti
Foto di Giuseppe Ungaretti — Fonte: ansa

«Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene», scrive il poeta. E aggiunge: «Il punto d’appoggio sarà il mistero, e mistero è il soffio che circola in noi e ci anima…». Forse per cominciare a parlare di questo grande poeta non possiamo che partire dal mistero, quel qualcosa che non possiamo capire o afferrare; eppure per la nostra stessa natura di uomini vogliamo sempre indagarlo. Le parole di questo poeta ci avvicinano alla verità ma lasciando aperto uno spazio: una continua, incessante, approssimazione all’assoluto. Tutto è misterioso. Persino un fiore. «Tra un fiore colto e l’altro donato / l’inesprimibile nulla», scrive il poeta in Eterno

In Ungaretti vibrano i grandi interrogativi dell’uomo con una chiarezza e un’urgenza che lo assimilano certamente a Leopardi perché anche di fronte al dolore più insensato, come la morte di un figlio, riuscì a mantenere viva la speranza, segno di un cuore sempre indomito e guerriero. Fu un poeta straordinario, Ungaretti, e la sua influenza sulle generazioni successive fu profonda. Francesco Flora quasi non si rassegnava al fatto che la poesia di Allegria – insieme delle sue prime raccolte – funzionasse, cosciente di quanto fosse pericolosa l’operazione di una improvvisa rottura con ogni forma di tradizione poetica italiana. Ma Ungaretti non fu mai imitatore di se stesso: il suo stile cambiò, sempre seguendo il suo cuore indomito e il suo spirito guerriero. Infatti, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, Ungaretti, tracciando un bilancio della sua vita, affermò: «Sono stato un uomo della speranza; anzi, il soldato della speranza». 

2Vita e opere

Ungaretti nel suo studio
Ungaretti nel suo studio — Fonte: ansa

Giuseppe Ungaretti nasce l’8 febbraio 1888, in una notte tempestosa, ad Alessandria d'Egitto da Antonio Ungaretti e Maria Lunardini, entrambi lucchesi. I suoi genitori si erano trasferiti per lavoro, dal momento che il padre lavorava alla costruzione del canale di Suez. Giuseppe avrà sempre un ricordo profondo del deserto che osservava nella sua città di infanzia. Resta orfano del padre che muore in un incidente di lavoro (1890). La madre fa di tutto per mandare avanti la famiglia e garantire al figlio una discreta educazione. Frequenta l'Ecole Suisse Jacot, ed è lì, tra i banchi di scuola, che scopre la passione per la letteratura. Frequenta Enrico Pea presso la “Baracca rossa”, un ritrovo per anarchici e socialisti. Attraverso le riviste «Mercure de France» e «La voce» si apre alla poesia contemporanea francese e italiana. 

Nel 1912, dopo cinque giorni passati sul ponte di una nave, arriva in Italia e, successivamente, si stabilisce in Francia, a Parigi, per studiare alla Sorbonne. Prende alloggio in un alberghetto, in rue Des Carmes, «appassito vicolo in discesa», insieme all’amico Mohammed Sceab, che morirà suicida. Parigi in quegli anni brulica di artisti da tutto il mondo: Ungaretti ha l’occasione di stringere amicizie importantissime, che lo legano all’avanguardia artistico-letteraria. Bastino questi nomi: Apollinaire, Palazzeschi, Picasso, Modigliani, De Chirico. 

Nel 1915, poco dopo aver pubblicato le sue prime poesie sulla rivista «Lacerba», si arruola volontario in fanteria per lo scoppio della Grande Guerra: comincia quella straordinaria e drammatica esperienza al fronte, circondato, asfissiato dalla morte. Combatte sul Carso e sul fronte francese. In trincea Ungaretti scrive «lettere piene d’amore»: le poesie che andranno a far parte della raccolta Il porto sepolto, pubblicata prima a Udine in pochissime copie, grazie all’amico Ettore Serra. Sono poesie fulminanti, rapide, concise, dove l’emozione che le sostiene cerca la costante complicità del lettore. Una seconda edizione è datata 1923, con l’introduzione nientedimeno che di Benito Mussolini

In questa raccolta Ungaretti rompe con tutte le regole tradizionali della forma poetica e trionfa, invece, una tensione espressionistica che nasce dall’urgenza biografica; quindi, si esalta la parola in se stessa come in una sorta di «religione della parola». Infatti, verso e parola molto spesso coincidono perché il poeta aveva bisogno di dire molto con poche parole: «Le poesie dell'Allegria sono scritte per dire con la massima precisione possibile (non si arriva mai ad esprimersi con precisione), ma, insomma, per dire con la massima approssimazione quello che sentivo: dire così in pochissime parole... Non c'era tempo». (da Vita, poetica, opere scelte, Mondadori, 2007). Inoltre nel Commiato che chiude Il porto sepolto, scrive:   

Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso.

Giuseppe Ungaretti, Commiato

Nel 1919, a guerra finita, è a Parigi. A Firenze viene pubblicata la sua raccolta Allegria di naufragi, un titolo leopardiano. Nel 1920 sposa Jeanne Dupoix, un’insegnante di francese, dalla quale ha due figli Anna-Maria e Antonietto. Nel 1921 si trasferisce a Marino (Roma) e collabora con il Ministero degli Affari Esteri e nel 1928 Ungaretti si converte al cattolicesimo a seguito di un tormentato percorso interiore. Nel 1930 muore la madre, cui dedica una poesia piena che esprime un dolore composto e la speranza di rivederla, un giorno. Nel 1931 pubblica l’Allegria che raccoglie le poesie delle prime due raccolte. 

Intanto viaggia molto tra il 1931 e il 1933 perché è inviato all’estero da «La Gazzetta del Popolo». Pubblica un’altra grande raccolta: Sentimento del tempo, nel 1933, in cui recupera scelte stilistiche più tradizionali. La sua fama cresce e durante una visita in Argentina, nel 1936, gli viene offerta la cattedra di Letteratura Italiana presso l'Università di San Paolo, che terrà fino al 1942. Nel 1937 muore il fratello Costantino. Questi alcuni dei versi che gli dedica: «Di me rammento che esultavo amandoti, / Ed eccomi perduto / In infinito delle notti». Nel 1939 un altro lutto: per un’appendicite malcurata muore Antonietto, suo figlio, di nove anni. Questo lutto getta il poeta in uno sconforto senza apparente via d’uscita. 

Da sinistra: Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Arnoldo Mondadori, Francesco Messina, Arturo Tofanelli, Renato Guttuso Farabolafoto
Da sinistra: Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Arnoldo Mondadori, Francesco Messina, Arturo Tofanelli, Renato Guttuso Farabolafoto — Fonte: ansa

Rientrato in patria nel 1942, viene nominato Accademico d’Italia e insegna letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma. Mondadori comincia a ristampare tutte le opere del poeta sotto il titolo Vita di un uomo. I lutti, i viaggi, la lontananza creano la base per un’altra raccolta fondamentale di Ungaretti: Il dolore, del 1947. Pubblica successivamente: La terra promessa (1950), Un grido e paesaggi (1952), I taccuini del vecchio (1960). In occasione degli ottant'anni viene onorato dal governo italiano: a Palazzo Chigi è festeggiato dal Presidente del Consiglio Aldo Moro, oltre che da Montale e Quasimodo. Nel 1969 esce Vita di un uomo. Tutte le poesie. Muore a Milano nella notte tra il 1° e il 2° giugno del 1970.   

3Poetica

La poesia di Ungaretti sin dagli anni ’20, e cioè sin dai suoi esordi è stata accompagnata dai consensi della migliore critica militante dell’epoca (P. V. Mengaldo); anche quando ha subito stroncature, è stata riconosciuta come importante. Partiamo proprio da una di queste stroncature: «La sua poesia somiglia sì, a quei fiori minuti campestri che in blocco sembrano insignificanti e isolati e guardati da vicino sono belli… Ma, Dio mio, dov’è mai l’umanità di questa poesia? Se stacco da un libro, sia pure di Matilde Serao, alcune battute, e le fermo in una pagina bianca, otterrò lo stesso effetto. Stampate, prendendola a caso dal vocabolario, una parola sola in una pagina, e la vostra anima si lancerà a riempirla d’una infinitezza musicale. Stampate solo un verbo all’infinito: “Dormire”. E voi riempirete questo schema di una lunga visione. Ma ciò non è arte» (Francesco Flora, Dal Romanticismo al Futurismo, 1921). 

3.1Il primo Ungaretti: da Il porto sepolto a l'Allegria

In questa fase, approfittando anche della sua particolare extraterritorialità, dell’influenza del Futurismo, Ungaretti disgrega il verso, aggredisce qualsiasi impostazione stilistica tradizionale, toglie la punteggiatura, rende poetiche parole vuote (come preposizioni e articoli); crea spazi bianchi attorno alle parole, per dare l’idea del loro emergere dal silenzio dell’anima. Per cui, se è vero, come dice Flora, che possiamo ottenere effetti simili isolando parole a caso, è però importante riconoscere che la partecipazione emotiva che chiede Ungaretti al suo lettore poggia quasi su un aspetto magico e religioso, «l’assoluto quasi religioso della parola vergine, originaria». Questo influenzò profondamente i poeti ermetici. Il motivo biografico, confessato dal poeta, diventa determinante.    

Foto di Giuseppe Ungaretti in divisa da militare
Foto di Giuseppe Ungaretti in divisa da militare — Fonte: ansa

La poesia di Ungaretti (ma in modo più lampante nelle prime raccolte) sarebbe forse incomprensibile senza collocarla all’esperienza biografica della guerra; è l’autenticità lampante dei versi a conferire un particolare spessore. D’altronde dice: «Io credo che non vi possa essere né sincerità né verità in un’opera d’arte se in primo luogo tale opera d’arte non sia una confessione». Dice a questo proposito Mengaldo: «(…) se la complessità dell’esperienza vissuta si contrae nella sua essenza, si verticalizza in un grido, e ogni segmento vi diviene assoluto e irrelato, d’altra parte la scansione molecolare, col suo gioco di pause e silenzi, inserisce nell’istante folgorato durata e continuità» (Mengaldo, p. 388). Dunque, il motivo biografico diventa un assoluto, un grido che si leva dal nulla della guerra, e grazie alla forma in cui viene tradotto in parola, assume il valore di una rivelazione continua, valida per tutti. Il lavorio di queste prime raccolte sarà sempre un togliere qualcosa, un dare sempre più spazio alla singola parola e al silenzio che la contorna. 

3.2Sentimento del tempo

Il passaggio a Sentimento del tempo (1933) segna un cambiamento non trascurabile in Ungaretti: intanto il titolo ricorda molto l’opera gigantesca di Marcel Proust. E poi la necessità per il poeta di ricollegarsi alla tradizione classica Petrarca-Leopardi attraverso il tramite del barocco (Mengaldo). Il poeta recupera i versi tradizionali: il settenario, il novenario. Nonostante questo ritorno alla tradizione, resta sempre la stessa importanza data alla parola anche se l’esito è diverso: frasi più legate, vocaboli della tradizione letteraria, versi più sfumati che si contrappongono alla forza lapidaria di quelli dell’Allegria. È perché il tempo interiore si distende, si mostra simile a un mare in cui ogni pensiero, ogni azione sprofonda, perdendosi: «Mi darai il cuore immobile / d’un addio, sarò innocente, / non avrò più pensieri né bontà. / Colla mente murata, / cogli occhi caduti in oblio, / farò da guida alla felicità» (Inno alla morte, 1925). Lo scenario di questa raccolta è Roma, città della memoria per le sue antiche rovine, che permette quindi di cogliere il passaggio del tempo.    

3.3Il dolore

Foto di Giuseppe Ungaretti
Foto di Giuseppe Ungaretti — Fonte: istock

Nel 1947 Ungaretti pubblica Il dolore (poesie dal 1933 al 1947). Dice Ungaretti: «So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte. Il dolore è il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi».
Questo libro è una lunga confessione dei lutti che si abbatterono sul poeta: la morte del fratello, del figlio Antonietto, e la sciagura del secondo conflitto mondiale. Quel dolore diventa un canto altissimo, puro, che rimanda sempre a un amore tenerissimo e orgoglioso verso la vita: «Disperazione che incessante aumenta / la vita non mi è più, / arrestata in fondo alla gola, / che una roccia di gridi» (in Tutto ho perduto, Il dolore, vv. 11-14). Al figlioletto scomparso dedica la sezione Giorno per giorno, che va a chiudersi in un dialogo immaginario in cui Ungaretti immagina il figlio trasfigurato in Paradiso, dirgli: «Ho in me raccolto e a poco a poco e chiuso / Lo slancio muto della tua speranza. / Sono per te l’aurora e intatto giorno.»
E poi, sul conflitto mondiale scrive: 

Cessate di uccidere i morti, / non gridate più, non gridate / se li volete ancora udire, / se sperate di non perire. // Hanno l’impercettibile sussurro, / non fanno più rumore / del crescere dell’erba, / lieta dove non passa l’uomo.

Giuseppe Ungaretti, Non gridate più

3.4La terra promessa

La raccolta successiva, La terra promessa (1950), avrebbe dovuto riprendere il tema dello sbarco di Enea, in un’opera allegorica destinata al melodramma, ma resta di fatto incompiuta. Viene pubblicata come raccolta di poesie, il cui tema è il trapasso di una civiltà allegorizzata dalla morte per suicidio di Didone: «Grido e brucia il mio cuore senza pace / da quando più non sono / se non cosa in rovina e abbandonata».

A questa raccolta si lega Il taccuino del vecchio (1961), ma c’è un’identificazione importante: la terra promessa coincide con la morte. E dunque, l’occasione, di tracciare un bilancio definitivo per il poeta. 

3.5Vita di un uomo

Foto di Giuseppe Ungaretti
Foto di Giuseppe Ungaretti — Fonte: ansa

Tutte le poesie di Ungaretti sono nel volume Vita di un uomo, una vera autobiografia poetica. Ungaretti si è inabissato nell’umanità avendo come strumento la sua vita: perché è nella nostra vita che conosciamo le altre vite. Ungaretti fu sempre alla ricerca di una manifesta fratellanza col mondo. Ed è sconvolgente vedere come nella vita di un solo uomo, emerga la vita di molti altri. È questo uno dei misteri così cari ai poeti. Nel mistero della vita, in quel “porto sepolto”, dice Ungaretti, «Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde». È il segreto di questa poesia, improvvisamente emersa della poesia, non può esaurirsi perché è dentro ognuno di noi. Basta riconoscerla e comunicarla.