Giacomo Leopardi: vita e opere

Giacomo Leopardi: vita e opere A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Giacomo Leopardi: il pensiero, la vita e le opere. Tutto quello che devi sapere sull'autore recanatese dell'Infinito

1La vita di Giacomo Leopardi

1.1Introduzione

Ritratto di Giacomo Leopardi
Ritratto di Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

Pilastro della letteratura italiana, Giacomo Leopardi è uno di quegli autori con cui è necessario confrontarsi per la problematicità e la profondità del suo pensiero e la potenza delle sue opere. Fu poeta, scrittore e filosofo, un astro solitario tanto che è difficile ascriverlo completamente al Romanticismo. Anzi, per più ragioni egli fu un anti-romantico poiché ateo, materialista, sensista, e con una rigorosa formazione classica. Abbiamo di lui una bellissima testimonianza del De Sanctis, che descrive così la prima impressione che ne ebbe: «Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al disotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s’era concentrata nella dolcezza del suo sorriso» (F. De Sanctis, La giovinezza, Torino 1971). Se fosse un musicista, per l’atmosfera notturna delle sue poesie, lo potremmo paragonare a Chopin (1810-1849). Nonostante una storia personale che per molti sarebbe stata impossibile, l'autore recanatese è riuscito a trasformare le sue sofferenze in un dono prezioso per tutti gli uomini. Accostiamoci, allora, a Giacomo Leopardi, grande poeta dell’Infinito

1.2Gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza

Giacomo Leopardi nasce a Recanati, nello Stato Pontificio (oggi nelle Marche), nel 1798 da una famiglia nobile, ma in decadenza. Appena l’età lo consente, il padre Monaldo lo affida a precettori ecclesiastici così come farà con gli altri figli Carlo, Paolina e Pierfrancesco. Giacomo è subito un prodigio. A dieci anni traduce all’impronta i testi antichi, e compone in italiano e latino; la sua memoria è sbalorditiva, la sua capacità di ragionamento cristallina. Il padre Monaldo non perde occasione per esibirlo nei salotti di Recanati. In quegli anni Leopardi è ancora un bambino come gli altri: è prepotente, ama vincere ai giochi, si diverte, grida di felicità correndo per il grande giardino della sua casa… Ma ben presto le cose peggiorano. Il rapporto con la madre Adelaide Antici è sempre più difficile: è fredda, lontana, attaccata morbosamente alla religione, incapace di dare ai figli il dovuto affetto.   

La casa di Giacomo Leopardi a Recanati
La casa di Giacomo Leopardi a Recanati — Fonte: ansa

Il padre non si accorge del disagio di Giacomo, spesso rinchiuso nella grande biblioteca paterna, solo, a studiare. È l’unica possibilità di evasione, di sfogo, di consolazione: un dialogo muto con gli antichi autori che sembrano comprenderlo più dei suoi cari. Passano così «sette anni di studio matto e disperatissimo» (1809-1816). Giacomo Leopardi impara alla perfezione il greco, il latino, l’ebraico, il francese (allora lingua nobiliare), si dedica alla filologia, traduce Omero, Esiodo, Virgilio, Orazio. Studia la grande poesia italiana e approfondisce i filosofi illuministi. Compone opere erudite: Storia dell’astronomia, 1813; Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, 1815. Ma quegli anni lo segnano nel corpo e nello spirito: ha gravi problemi alla schiena e alla vista. Soprattutto, ha sacrificato allo studio la miglior parte della sua giovinezza.  

1.3La conversione letteraria

Il 1816 è un anno di svolta. Leopardi ha una «conversione letteraria» e passa dall’«erudizione» giovanile, al «bello», alla poesia e a una maggiore sensibilità per i valori artistici e per la speculazione filosofica. Invia le sue prime poesie all’illustre letterato Pietro Giordani, che lo incoraggia.
Inaugura lo Zibaldone (1817-1832) l’enorme diario cui affida appunti, progetti, riflessioni. Scrive le prime canzoni civili e le pubblica a Roma. Dopo una visita di Giordani, Giacomo prova a scappare di casa, avventurosamente, nel 1819, ma viene scoperto e fermato dal padre. Sentendosi prigioniero, cade in uno stato depressivo

Il colle dove Leopardi amava rifugiarsi e che gli ispirò la poesia "L'infinito"
Il colle dove Leopardi amava rifugiarsi e che gli ispirò la poesia "L'infinito" — Fonte: ansa

Tra il 1819 e il 1822 sale la tensione con i genitori che lo vogliono avviare alla carriera ecclesiastica: sarebbe una beffa crudele, perché Leopardi è ateo, avendo ormai abbracciato definitivamente il materialismo illuminista e il sensismo. Giacomo vuole essere libero e indipendente. È un adolescente problematico e talentuoso, che vuole realizzarsi. La produzione poetica aumenta e sale di livello. Da una parte gli Idilli, ossia la poesia «sentimentale», come L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna; dall’altra, le grandi canzoni civili come Ad Angelo Mai, Bruto Minore, e Ultimo canto di Saffo

1.4Un’anima in fuga: Roma, Milano, Bologna, Firenze, Pisa

Nel 1822 Leopardi va a Roma, dagli zii materni. Questo viaggio tanto agognato, si rivela deludente. I grandi monumenti antichi non destano interesse; le donne romane, dice Leopardi, sono stupide e vanitose, e si concedono malvolentieri: «Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi…», (lettera del 6 dicembre 1822). L’unico momento di autentica commozione è in uno dei luoghi più spirituali di Roma: il Gianicolo. Lì, nel convento di Sant’Onofrio, Giacomo Leopardi visita la tomba del grande poeta Torquato Tasso (1544-1595), che tanto amava. Nel 1823 torna a Recanati: scrive le Operette morali, opera in prosa, originalissima, composta di dialoghi filosofici sui temi più spinosi della condizione umana. Con le Operette, inoltre, inaugura un silenzio poetico di diversi anni. Leopardi entra nel “pessimismo cosmico”.

La quercia secolare di Torquato Tasso al Gianicolo, Roma
La quercia secolare di Torquato Tasso al Gianicolo, Roma — Fonte: ansa

Nel 1825 Giacomo Leopardi è a Milano e collabora con l’editore Stella. Si aiuta anche con le lezioni private, ma la sua economia è tutt’altro che florida. Va a Bologna e poi a Firenze. Nel 1828 è a Pisa dove ritrova l’ispirazione poetica: scrive Il Risorgimento e A Silvia, avviando il ciclo dei Canti pisano-recanatesi, noti anche come Grandi idilli. Annuncia alla sorella questa bella novità: il silenzio poetico è finalmente terminato.
Finita la collaborazione con Stella, è costretto a tornare a Recanati per quelli che lui chiama «sedici mesi di notte orribile» (novembre 1828 – aprile 1830). Eppure è un periodo fecondo, perché scrive altri Canti come Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Le sue poesie trovano ora un respiro universale. Ricevuto un aiuto in denaro dagli amici toscani, Leopardi lascia per sempre Recanati, il suo «natio borgo selvaggio».    

[...] fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l'unico piacere che ho provato in Roma.

Giacomo Leopardi

1.5Ultimo soggiorno a Firenze, amicizie e l’ultimo amore

Di nuovo a Firenze, Giacomo Leopardi stringe amicizia con Antonio Ranieri, giovane e affascinante scrittore napoletano, e s’innamora di Fanny Targioni Tozzetti. La donna lo rifiuta, forse dopo averlo illuso con la tenerezza e la sincera ammirazione che sentiva nei suoi riguardi. Con questo rifiuto, dolorosissimo, Leopardi abbandona l’estremo degli inganni umani: l’amore. Nell’occasione scrive per lei Il pensiero dominante, Amore e Morte, A se stesso, Aspasia. Proprio quest’ultimo nome, dato a Fanny come omaggio all’amante di Pericle (grande politico ateniese del V sec a. C.) diede il titolo all’intero ciclo di poesie denominato appunto Il ciclo di Aspasia. Nel 1832, Leopardi scrive il suo ultimo appunto sullo Zibaldone, che conta ormai ben 5000 pagine.  

1.6Napoli, ultima città leopardiana

La tomba di Giacomo Leopardi a Napoli
La tomba di Giacomo Leopardi a Napoli — Fonte: ansa

Nell’ottobre del 1833 Leopardi si trasferisce a Napoli insieme a Ranieri. Pur provato nel fisico, interviene nel dibattito culturale: si scaglia contro l’illusione del progresso e contro la cieca fiducia nella scienza. Contro i moti liberali del 1820-21 e 1831, scrive il poemetto satirico i Paralipomeni della Batracomiomachia. Si adopera poi per pubblicare tutte le sue opere in cinque volumi, ma la censura ecclesiastica blocca il progetto.   

Tra il 1836 e il 1837 Leopardi e Ranieri (e la sorella di Ranieri, Paolina) abbandonano Napoli per l’epidemia di colera e vanno a Torre del Greco alle falde del Vesuvio. Durante la permanenza, Leopardi compone due poesie straordinarie: La ginestra o il fiore del deserto (1836) e Il tramonto della luna (1837). Sono opere di grande sapienza e bellezza, e sono anche il suo testamento poetico e spirituale. A Napoli, nel 14 giugno del 1837, Giacomo Leopardi si spegne tra le braccia del suo caro amico Ranieri.

2La poetica, lo stile e le opere di Leopardi

Per quanto riguarda la produzione poetica tra le opere di Giacomo Leopardi, possiamo distinguere tre fasi di composizione dei Canti (l’edizione definitiva uscì dopo la morte del poeta, nel 1845, a cura di Ranieri). 

  1. 1818-1822: primi idilli e canzoni civili.
  2. 1828-1830: i grandi canti pisano-recanatesi.
  3. 1831-1837: si apre una nuova fase poetica che va dal Ciclo di Aspasia ai componimenti impegnati come La ginestra.
Busto raffigurante Giacomo Leopardi
Busto raffigurante Giacomo Leopardi — Fonte: ansa

Nella prima fase, l’inquietudine di Giacomo Leopardi si esprime sempre con una ricerca incessante di uno stile personale. Leopardi fu sempre fedele alla tradizione classica, unita poi alla tradizione italiana poiché utilizzò la lingua petrarchesca (Leopardi eredita non il sonetto, però, ma la canzone). Tutto questo confluisce maggiormente nelle canzoni civili. Gli idilli, invece, vogliono esprimere maggiormente l’interiorità del poeta, e il suo io-lirico e cercano quindi un’espressività più moderna. Negli idilli è più visibile la poetica del “vago e dell’indefinito”, ossia l’utilizzo di parole che evochino concetti perlopiù sfumati e indeterminati.  

Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste e indefinite.

Giacomo Leopardi il 25 settembre 1821

Nella seconda fase, ormai maturato il pessimismo cosmico, Giacomo Leopardi si appresta a cantare l’uomo in generale, e non più solo se stesso, con un desiderio crescente di universalità. Per arrivare a tale universalità, si fa maggiore la riflessione filosofica, con l’intento di distruggere tutte le illusioni.  

Nella terza fase, Leopardi si apre a un lessico innovativo, con sensibilità moderna, e anche la metrica risulta rinnovata. Viene abbandonata l’effusione lirica e cerca una maggiore concentrazione espressiva (esemplare la poesia A se stesso).

Tra le prime due fasi, c’è un periodo che va dal 1823 al 1827, in cui Leopardi vive un silenzio poetico e si dedica alla stesura delle Operette morali, che hanno un linguaggio molto moderno e si basano, soprattutto, sul procedimento dialettico simile a quello socratico. È un’opera davvero geniale.

3Il sistema filosofico leopardiano

Statua di Leopardi posta nella piazza di Recanati che prende il suo nome
Statua di Leopardi posta nella piazza di Recanati che prende il suo nome — Fonte: ansa

Spesso si definisce Giacomo Leopardi il pessimista per eccellenza ed è facile pensare che questo atteggiamento così negativo derivi dalle sue sventure personali. Bisogna fare chiarezza. Come ogni ragazzo, Giacomo Leopardi, già in adolescenza, ha avuto un rapporto conflittuale col suo corpo. Tutti, in fondo, ci chiediamo perché siamo nati in un corpo e non in un altro, e Leopardi non fa eccezione, anche perché a lui è toccato di nascere in un corpo simile a un «sepolcro ambulante». Inizialmente si sente perseguitato, e crede che tale sofferenza sia solo sua. Tuttavia la deformità diventa sì la porta dell’infelicità, ma anche uno strumento conoscitivo. Leopardi, riprendendo le teorie di Rousseau (1712-1778), sostiene che l’allontanamento dallo stato di natura ha tolto all’uomo le illusioni necessarie per affrontare la vita. La poesia può ricreare quest’armonia perduta tra uomo e natura: è la fase del cosiddetto “pessimismo storico”. 

Quindi nel “pessimismo storico”: 

  • L’uomo soffre perché la civiltà lo ha privato delle illusioni, ha perso cioè il contatto con la natura.
  • La poesia e l’arte possono aiutare l’uomo a ricreare queste illusioni.
  • Leopardi guarda con nostalgia ai tempi antichi (soprattutto a quello dell’antica Grecia), quando l’uomo aveva un rapporto privilegiato con la Natura e con le illusioni: anche se illudendosi, poteva aspirare alla grandezza e alla virtù.

Eppure il problema del corpo e della materia lo spinge ad accettare le conseguenze della sua filosofia materialista. L’infelicità umana poggia con più vigore su base esistenziale, e corpo e pensiero, per Giacomo Leopardi coincidono. La Natura si rivela una macchina impassibile, incurante delle sofferenze degli esseri da lei creati. È un cieco meccanismo che contempla necessariamente il dolore e il male. Cade pure l’illusione dell’antropocentrismo: l’uomo arbitrariamente si ritiene centro dell’Universo, in verità questa è la più folle delle illusioni. 

Nel “pessimismo cosmico”: 

  • l’uomo, esistente solo come corpo (e non come corpo più spirito), è frutto del caso ed è un ospite ingrato sulla Terra
  • come ogni essere vivente, l’uomo è condannato dalla Natura stessa a una insensata sofferenza
  • in quanto uomo poi, quasi per un’ulteriore beffa, ha in più il desiderio struggente di una felicità irraggiungibile. Questo è il cosiddetto “pessimismo cosmico”
La ginestra, il fiore cantato da Leopardi che cresce sulle pendici del Vesuvio
La ginestra, il fiore cantato da Leopardi che cresce sulle pendici del Vesuvio — Fonte: istock

In questa fase cambia anche il modo di vedere la civiltà: essa è sì negativa perché toglie all’uomo le illusioni, ma diventa un mezzo efficace per arrivare alla verità. Rinunciando alle illusioni, Giacomo Leopardi, contempla l’«arido vero», e lo accetta come unica verità possibile all’uomo. Ne La ginestra la sua riflessione trova almeno una difesa a questo dolore cosmico: la coscienza della propria terribile sorte, gli uomini dovrebbero stringersi fraternamente insieme contro l’unica nemica: la Natura, «madre di parto e di voler matrigna». Al dolore cosmico, Leopardi oppone quindi un amore cosmico tra tutti gli uomini. Ma, appunto, questo potrà avvenire solo se l’uomo accetterà quell’arido vero e l’umiltà della sua condizione, come la «lenta ginestra». 

E tu, lenta ginestra, / che di selve odorate / queste campagne dispogliate adorni, / anche tu presto alla crudel possanza / soccomberai del sotterraneo foco.

Giacomo Leopardi, La ginestra

3.1La teoria del piacere

La teoria del piacere è quindi strettamente connessa con i due pessimismi (in Leopardi piacere e felicità praticamente coincidono) L’umanità è costretta a ricercare un piacere infinito, ma il desiderio, come detto, è illimitato. L’immaginazione può aiutare allora l’uomo a concepire le cose che non sono reali. Per questo in Leopardi attendere la felicità, immaginarla, è la felicità stessa. Perché l’attesa può lasciare che la mente immagini il piacere illimitato. Di conseguenza, la noia, come condizione esistenziale diventa per Giacomo Leopardi il desiderio allo stato puro, quando cioè non c’è niente da desiderare, nessun oggetto concreto.  

4Leopardi nella critica

Scena tratta dal film "Il giovane favoloso", interamente incentrato su Leopardi
Scena tratta dal film "Il giovane favoloso", interamente incentrato su Leopardi — Fonte: ansa

Sempre De Sanctis, dice di Leopardi qualcosa di profondamente vero: «[Leopardi] non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. [...] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti.» (in Schopenhauer e Leopardi, 1858). Leopardi ha sempre amato la vita e l’uomo, anche quando sembra che la sua condanna sia senza appello. Egli ha cercato, sempre, di andare nella profondità dell’uomo senza rassegnarsi mai del tutto all’insensatezza, anzi partendo proprio dalla miseria della sua condizione per spingerlo a rialzarsi.

Nelle Lezioni americane, Italo Calvino prende Giacomo Leopardi come il poeta capace di descrivere le più minute e impalpabili sfumature della luce, soprattutto di quella lunare: «Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare» (p. 28). Grazie a Walter Binni e a Cesare Luporini la poesia dell’ultimo Leopardi fu poi amata con più convinzione. Tuttavia, una poetessa, Patrizia Valduga ha sostenuto che Leopardi è sì un grande filosofo e scrittore, ma non un grande poeta. Tesi, tuttavia, di difficile argomentazione, anche perché il merito della poesia leopardiana è proprio quello di unire sentimento e pensiero.  

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni.

Giacomo Leopardi, Zibaldone