Futurismo nell'arte: caratteristiche ed esponenti

Futurismo nell'arte: caratteristiche ed esponenti A cura di Sonia Cappellini.

Il Futurismo nella storia dell'arte: riassunto delle caratteristiche e degli esponenti dell'avanguardia novecentesca, come ad esempio Umberto Boccioni

1Il Futurismo, l’avanguardia italiana che grida al mondo

«Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia. […] Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie. […] È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari». 

20 febbraio 1909 

2Futurismo: avanguardia tra le avanguardie

Il termine avanguardia deriva dal linguaggio militare dove è utilizzato per indicare la prima linea che avanza sul campo di battaglia, quella che per prima si getta all’attacco del nemico, che apre la strada al grosso dell’esercito.
La parola è stata quindi acquisita dalla Storia dell’Arte per indicare una serie di nuovi linguaggi che nascono e si affermano in Europa nei primi venti anni del ’900. Linguaggi in alcuni casi anche molto diversi tra loro, che hanno però in comune un sentimento rivoluzionario nei confronti della tradizione e l’obbiettivo di porsi in avanti, proprio come l’avanguardia militare, rispetto alle esperienze del secolo precedente.
I movimenti d’avanguardia si contraddistinguono da quelli del XIX secolo per la presenza di gruppi organizzati di artisti e intellettuali, la stesura di manifesti programmatici, l’intensa attività editoriale (soprattutto riviste), la multidisciplinarità e l’aspirazione internazionale. 

Tra le avanguardie del ‘900 il Futurismo è senza dubbio quella che più di ogni altra ha coltivato sentimenti di rinnovamento, di ribellione nei confronti della tradizione, di fiducia incondizionata verso le possibilità offerte dal futuro e dalle sue innovazioni tecniche. Anticipando notevolmente idee ed esperienze del movimento del Dadaismo, del Surrealismo, delle avanguardie russe, e delle neo avanguardie di fine secolo, il Futurismo pone al centro della propria ricerca il binomio arte-vita e persegue strenuamente l’ideale di “opera d’arte totale”, che sia in grado di superare i confini tradizionali del quadro o della statua, che riesca a coinvolgere tutti i sensi e i campi della ricerca intellettuale (pittura, architettura, fotografia, musica, teatro, danza, poesia, ecc.).

3La prima generazione del Futurismo

Ritratto di Filippo Tommaso Marinetti, emblema del Futurismo
Ritratto di Filippo Tommaso Marinetti, emblema del Futurismo — Fonte: ansa

Il primo nucleo del Futurismo, composto da Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Giacomo Balla e Gino Severini, si forma a Milano nell’abitazione del poeta Filippo Tammaso Marinetti. Si tratta di artisti che provengono da diverse città italiane ma che, grazie ai viaggi e alle letture, sono aggiornati su quanto accade in campo artistico nel resto dell’Europa e rappresentano quindi una notevole eccezione nel panorama italiano, fortemente arretrato dal punto di vista economico e culturale.  

Questi giovani pittori si raccolgono intorno al poeta che scelgono come proprio vate, parlano, dibattono e lucidamente decidono quale dovrà essere l’indirizzo dell’arte italiana nel XX secolo. Si parte dunque da basi teoriche più che dalla pratica e dalla sperimentazione tecnica. L’intento dei primi esponenti del Futurismo è quello di risvegliare la cultura italiana “dall’immobilità, dall’estasi e dal sonno”, non è più accettabile, nell’era del progresso che l’arte figurativa continui a perpetrare tematiche esauste, prive di ogni legame con la realtà, che non si slegano dai soggetti religiosi e mitologici.  

I miti del passato devono essere sostituiti dai miti del presente e del futuro, che costituiscono il nucleo tematico del Futurismo: l’elettricità, il treno, l’automobile, l’aeroplano, il dinamismo in ogni sua forma. La necessità assoluta di tale sostituzione viene annunciata, declamata, affermata con forza attraverso i manifesti, documenti che utilizzano un linguaggio deliberatamente provocatorio e pieno di suggestioni visive.  

4Il manifesto del Futurismo

Il Manifesto del Futurismo, pubblicato sulla rivista francese «Le Figaro»
Il Manifesto del Futurismo, pubblicato sulla rivista francese «Le Figaro» — Fonte: ansa

Il primo manifesto del Futurismo è pronto all’inizio del 1909. In undici punti descrive l’identità del gruppo futurista e i suoi propositi. Nell’ultimo e riassuntivo leggiamo:
«Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta».  

Fiducia incondizionata dunque nel progresso, nella tecnologia, nella capacità dell’uomo di dominare la natura, di determinare il corso della storia.
Il grido violento di cambiamento, come affermano nelle righe successive del manifesto del Futurismo, viene lanciato da artisti italiani, dall’Italia, per l’Italia e per il mondo tutto. Paradossalmente però il documento viene pubblicato in lingua francese sulla prima pagina del giornale «Le Figaro». Si tratta di una contraddizione solo apparente. Marinetti e compagni cercano infatti interlocutori, intellettuali in grado di accogliere e sostenere le loro proposte innovative all’estero prima ancora che in Italia, in modo tale che la loro azione in patria, con l’avallo internazionale, possa essere più efficace.
Nel manifesto del Futurismo si dichiara apertamente guerra al gusto e alla cultura classica, si afferma che l’opera d’arte, il capolavoro, deve inneggiare alla velocità e deve colpire lo spettatore in modo aggressivo, violento, deve risvegliare in lui energia e vitalità. Non una parola però su come dovrà essere quest’opera, su quali siano i mezzi espressivi adatti a perseguire questo scopo. In buona sostanza il poeta Marinetti si ferma al “cosa”, il “come” viene lasciato agli amici pittori.   

5La pittura futurista

La prima generazione dei futuristi. Da sinistra: Aldo Palazzeschi, poeta; Carlo Carrà, pittore; Giovanni Papini, scrittore e poeta; Umberto Boccioni pittore e scultore; Filippo Tommaso Marinetti, poeta e scrittore.
La prima generazione dei futuristi. Da sinistra: Aldo Palazzeschi, poeta; Carlo Carrà, pittore; Giovanni Papini, scrittore e poeta; Umberto Boccioni pittore e scultore; Filippo Tommaso Marinetti, poeta e scrittore. — Fonte: ansa

Nel 1910 vengono pubblicati il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico della pittura futurista.  

Il primo si rivolge direttamente ai giovani artisti d’Italia, incitandoli alla ribellione contro la tradizione, contro le istituzioni, contro i professori e i critici. Un’altra dichiarazione di guerra dunque, dove però insieme alla retorica marinettiana, compaiono anche alcuni importanti e precisi riferimenti all’arte figurativa: «Via, dunque, restauratori prezzolati di vecchie croste! Via, archeologhi affetti da necrofilia cronica! Via, critici, compiacenti lenoni! Via, accademie gottose, professori ubbriaconi e ignoranti! Via! Domandate a questi sacerdoti del vero culto, a questi depositari delle leggi estetiche, dove siano oggi le opere di Giovanni Segantini; domandate loro perché le Commissioni ufficiali non si accorgano dell'esistenza di Gaetano Previati; domandate loro dove sia apprezzata la scultura di Medardo Rosso!»
Si dichiara quindi l’ammirazione per i pittori divisionisti, che hanno messo a punto una sofisticatissima tecnica mutuata dal post-impressionismo e dal puntinismo. È infatti senza dubbio il divisionismo il presupposto tecnico della pittura futurista.  

Nel secondo si entra nel vivo della materia pittorica e si mettono a punto i due concetti fondamentali del linguaggio pittorico del Futurismo: il dinamismo e la compenetrazione.
Leggiamo dunque: «Il gesto per noi, non sarà più un momento fermato del dinamismo universale: sarà, decisamente, la sensazione dinamica eternata come tale. Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza della immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono. Così un cavallo in corsa non ha quattro gambe: ne ha venti e i loro movimenti sono triangolari. […] Lo spazio non esiste più: una strada bagnata dalla pioggia e illuminata da globi elettrici s'inabissa fino al centro della terra. Il Sole dista da noi migliaia di chilometri; ma la casa che ci sta davanti non ci appare forse incastonata dal disco solare? […] I nostri corpi entrano nei divani su cui ci sediamo, e i divani entrano in noi, così come il tram che passa entra nelle case, le quali alla loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano. […] Noi vogliamo rientrare nella vita. La scienza d'oggi, negando il suo passato, risponde ai bisogni materiali del nostro tempo; ugualmente, l'arte, negando il suo passato, deve rispondere ai bisogni intellettuali del nostro tempo. […] tutti si accorgeranno che sotto la nostra epidermide non serpeggia il bruno, ma che vi splende il giallo, che il rosso vi fiammeggia, e che il verde, l'azzurro e il violetto vi danzano, voluttuosi e carezzevoli! Come si può ancora veder roseo un volto umano, mentre la nostra vita si è innegabilmente sdoppiata nel nottambulismo? Il volto umano è giallo, è rosso, è verde, è azzurro, è violetto. Il pallore di una donna che guarda la vetrina di un gioielliere è più iridescente di tutti i prismi dei gioielli che l'affascinano. Le nostre sensazioni pittoriche non possono essere mormorate. Noi le facciamo cantare e urlare nelle nostre tele che squillano fanfare assordanti e trionfali. I vostri occhi abituati alla penombra si apriranno alle più radiose visioni di luce. Le ombre che dipingeremo saranno più luminose delle luci dei nostri predecessori, e i nostri quadri, a confronto di quelli immagazzinati nei musei, saranno il giorno più fulgido contrapposto alla notte più cupa. Questo naturalmente ci porta a concludere che non può sussistere pittura senza divisionismo. […] Il divisionismo, nel pittore moderno, deve essere un complementarismo congenito, da noi giudicato essenziale e fatale».    

La danza del pan-pan al Monico di Gino Severini, uno degli esponenti della pittura futurista
La danza del pan-pan al Monico di Gino Severini, uno degli esponenti della pittura futurista — Fonte: ansa

Il divisionismo implica una stesura del colore non attraverso campiture uniformi ma attraverso pennellate sottili e separate di colori primari accostati tra loro, che l’occhio sintetizzerà in modo automatico e diverso a seconda della distanza da cui si osserva il quadro. Implica l’assoluto divieto di circoscrivere la figura entro un contorno chiuso. Il risultato è un’immagine brillante e vibrante. Il complementarismo implica l’uso dei colori primari e secondari accostati secondo il principio di massimo contrasto, il risultato è un colore particolarmente acceso e vivace.
Si introduce quindi il concetto di simultaneità che determina l’effetto dinamico: quando osserviamo un oggetto in movimento l’immagine si moltiplica davanti a noi, con un effetto simile ai fotogrammi di una pellicola cinematografica.
Si parla infine di compenetrazione: quando un oggetto è lanciato in velocità si deforma, si libera dai suoi confini, la figura si sfrangia in mille filamenti cromatici. L’eliminazione del disegno e della linea di contorno fanno sì che non è possibile determinare dove finisca l’oggetto e inizi lo spazio circostante ecco dunque che il corpo penetra nel divano e che la strada entra nella casa.
La prima mostra di questo manipolo di eroi si tiene a Parigi nel 1912

6L'avventura della guerra

Nel primo manifesto del Futurismo si legge la sconvolgente affermazione: «Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo». In queste parole è racchiusa non tanto un’istanza razzista quanto un inno, tanto spregiudicato quanto ingenuo, alla volontà di rottura con il passato e un’ansia di rivoluzione. La guerra per i futuristi è anche l’occasione per sperimentare coraggio, ardimento, patriottismo.
Sfortunatamente l’occasione viene offerta dal primo conflitto mondiale che spezza le vite di Boccioni e Sant’Elia e segna profondamente l’esistenza di Carrà. È la fine dell’eroismo. 

7La seconda generazione del Futurismo

Enrico Prampolini nel suo studio, uno dei pittori della seconda generazione del Futurismo
Enrico Prampolini nel suo studio, uno dei pittori della seconda generazione del Futurismo — Fonte: ansa

Dopo la guerra i superstiti del Futurismo si ritrovano a Roma. Al gruppo si uniscono Enrico Prampolini e Fortunato Depero. La fase di rottura e contestazione è ormai tramontata ma si tratta comunque di anni fertili, in cui la sperimentazione futurista si estende al teatro, alla scenografia, all’arredamento, alla moda e persino alla cucina e ai giocattoli. In pittura si affrontano nuovi temi e si sperimentano soluzioni prossime all’astrattismo. Di particolare interesse è la cosiddetta “aeropittura” che ritrae panorami osservati dall’alto, secondo le prospettive mutevoli del volo e impressionanti visioni rotanti.   

Sono anche gli anni in cui il linguaggio futurista viene scelto dal fascismo per la sua propaganda politica, anche se nessuno degli artisti citati aderirà personalmente al partito, nemmeno Marinetti che per alcuni anni frequenta Mussolini. Con l’instaurarsi del regime gli esponenti del futurismo si terranno lontani dalla vita politica, non esprimeranno pubblico appoggio ma nemmeno dissenso.
Certo è che il binomio Futurismo=fascismo (che non può essere sostenuto per gli artisti della prima generazione, quantomeno per un dato cronologico) ha enormemente danneggiato e ritardato studi e pubblicazioni nel corso della seconda metà del secolo. Una sorta di imbarazzo storico e politico ha impedito per molti anni di riconoscere quanto di meglio, in assoluto, le avanguardie del novecento hanno prodotto.   

8Umberto Boccioni, Gli Stati d’animo, 1911

Quelli che restano di Umberto Boccioni
Quelli che restano di Umberto Boccioni — Fonte: ansa

Il trittico degli stati d’animo, noto in due versioni e formato da Quelli che restano, Gli addii e Quelli che vanno, ci mostra la sperimentazione e la ricerca di Boccioni sui linguaggi d’avanguardia, l’attenzione per la linea espressionista e per il divisionismo. Il pittore sta, in altre parole, cercando la giusta forma espressiva per rappresentare diverse tipologie di moto che suscitano diverse sensazioni in chi osserva. Le dichiarazioni teoriche contenute nei manifesti futuristi, dove si inneggia al furore, al dinamismo, alla modernità, precedono infatti quasi sempre l’applicazione pratica.

La storia raccontata dal trittico si svolge in una stazione ferroviaria, luogo catalizzatore di sentimenti tumultuosi. In Quelli che restano una sorta di struttura filamentosa verticale sembra intrappolare e ostacolare il moto lento e faticoso delle parsone, descritte con poche pennellate oblique più scure. L’utilizzo quasi monocromo del colore trasmette in modo perfetto il senso di vuoto e di scoraggiamento di chi “resta” dopo una separazione, di chi torna a casa dopo aver visto un treno partire. 

Gli addii di Umberto Boccioni
Gli addii di Umberto Boccioni — Fonte: ansa

Ne Gli addii Boccioni descrive invece l’agitazione caotica dei sentimenti. La scena è vista dall’alto, al centro del dipinto si distinguono le sagome di due persone che si tendono reciprocamente le braccia in un moto di attrazione reciproca. L’emozione forte, il tumulto dell’animo nel momento del distacco sono resi attraverso l’andamento ondulato e tormentato delle pennellate di fondo, che alludono anche ai fumi dell’ambiente (a prevalere è ancora la linea espressionista). Questa volta l’uso di una gamma cromatica ampia rende evidente la commistione di sensazioni diverse che si scatenano nello stesso momento (l’ansia, la fretta, la paura, l’eccitazione, la nostalgia). Nella seconda versione di questo dipinto Boccioni elimina le figure umane, sostituendole con la sagoma del treno, che sbuffa fumo e vapore in attesa del segnale di via.  

Quelli che vanno di Umberto Boccioni
Quelli che vanno di Umberto Boccioni — Fonte: ansa

In Quelli che vanno la tela è cosparsa da rapidi segni dall’andamento diagonale. Questa tessitura riproduce la deformazione dell’immagine dovuta alla velocità, come quando si osserva il paesaggio dal finestrino di un treno (due occhi spalancati si vedono vicino al bordo sinistro del dipinto), e si sovrappone al paesaggio di alberi e case inclinate che si scorge nella parte alta. Al movimento e alla velocità del treno alludono anche le curve rosse piene di vento e le maniglie ripetute ritmicamente, a simulare la visione simultanea di due istanti diversi. In chi viaggia, il senso di vuoto lasciato dall’addio è rapidamente colmato dalla determinazione della partenza, dall’eccitazione e dal piacere del viaggio imminente. Se nella fitta trama di segni registriamo un chiaro debito verso il divisionismo, in quest’ultimo dipinto troviamo però anche tutti gli elementi di un linguaggio futurista compiuto, nel dinamismo espresso dalla linea diagonale delle case, nella velocità, nel ritmo e nella simultaneità delle linee concentriche. 

9Umberto Boccioni, La Città che sale, 1911

La città che sale, olio su tela del futurista Umberto Boccioni
La città che sale, olio su tela del futurista Umberto Boccioni — Fonte: ansa

Con questo quadro Boccioni dichiara di voler «innalzare alla vita moderna un nuovo altare vibrante di dinamica, altrettanto puro ed esaltatore di quelli che furono innalzati dalla contemplazione religiosa al mistero divino». Il dipinto allude a un avvenimento reale, un cantiere alla periferia di Milano, e in senso più generale all’espansione delle aree urbane, con l’appropriazione da parte della città di spazi occupati dalla campagna e con la conquista del cielo, attraverso la costruzione di edifici sempre più alti. I palazzi e le impalcature si vedono sullo sfondo, insieme alle ciminiere delle industrie e al nuovissimo tram elettrico. Il primo piano è invece dominato da cavalli al galoppo, animali da traino diventati simboli della vitalità e del dinamismo universale. Un dinamismo che investe e trascina gli esseri umani. I colori, accesi e intensi, sono distribuiti con pennellate vibranti. Le figure non hanno contorno, i tocchi cromatici di ciascuna si fondono con quelli delle altre figure e dell’ambiente. Boccioni propone in questo dipinto uno dei suoi principali obbiettivi di ricerca ovvero la compenetrazione tra figura e sfondo che si genera dalla velocità: 

I nostri corpi entrano nei divani e i divani entrano in noi, così come il tram che passa entra nelle case, le quali a loro volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano.

Manifesto tecnico della pittura futurista

10Umberto Boccioni, Forme Uniche della continuità nello spazio, 1913

Umberto Boccioni, Forme uniche nella continuità dello spazio
Umberto Boccioni, Forme uniche nella continuità dello spazio — Fonte: ansa

Con quest’opera Boccioni dichiara di voler rinnovare l’arte mummificata della scultura. Protagonista è ancora il dinamismo. Il grande bronzo rappresenta infatti un uomo, forse un atleta, impegnato in una corsa che suggerisce un avanzare eroico, in un rapporto di fiducia e conquista di ciò che gli sta davanti, dunque la volontà e il coraggio di affrontare il futuro.
Pur utilizzando una tecnica antica, Boccioni spezza i canoni della tradizione, innanzi tutto eliminando il basamento statico e celebrativo e creando due supporti distinti, già per questo capaci di suggerire movimento. Per la descrizione della schiena, degli arti, e dei fasci muscolari l’artista utilizza inoltre la linea curva, capace di suggerire il moto, ulteriormente accentuato dall’alternarsi di superfici concave e convesse che, rispettivamente, trattengono e riflettono la luce. Le forme che si allungano quasi come ali dai polpacci della figura ci dicono come questa si deformi sotto l’effetto della velocità, assumendo forme aerodinamiche, mostrano la compenetrazione tra corpo e spazio o meglio del corpo che “continua” nello spazio.