Dottori e dottorandi di ricerca, la Cenerentola del sistema
universitario. L’università italiana
forma ricercatori molto preparati, ma poi li
“esporta”, li mette in condizioni di
andarsene. Innanzitutto a causa della carenza di fondi, una costante
che attraversa indenne gli anni e le riforme successive: lo Stato
italiano investe in ricerca solo l’1,4% del Pil, contro il
2,2% della media europea.
Inoltre
gli investimenti in ricerca non sono defiscalizzati: un grave ostacolo
al finanziamento da parte di privati.
Non ci possiamo lamentare se poi molti dei nostri ricercatori
scelgono la via dell’esilio, contribuendo alla
“fuga dei cervelli”.
Tra professori, ricercatori e studiosi in generale sono circa 30mila
all’anno gli italiani che lasciano il paese, soprattutto alla
volta degli Usa (34%), ma anche di Inghilterra (26%) e Francia (11,4%).
Attratti non solo da stipendi migliori (si parla di tre volte tanto),
ma da strutture efficienti e innovative.
Rendere i nostri centri di ricerca attraenti per i ricercatori:
questa sarebbe la vera sfida e probabilmente la vera soluzione del
problema. Le misure messe in atto finora sono invece apparse come
placebo, operazioni di immagine o, per essere più benevoli,
gocce nel deserto.
Nel 2001 il governo avviò un’iniziativa chiamata “acchiappacervelli”
che avrebbe dovuto facilitare il rientro dei ricercatori, allettandoli
con stipendi all’altezza della media europea.
L’operazione fu inizialmente finanziata con 40 mld di lire,
ma il budget si ridusse sempre più negli anni successivi,
fino a determinare il congelamento del progetto.
Un progetto che si è dimostrato non solo poco attrattivo per
i ricercatori, i quali avrebbero dovuto abbandonare il proprio posto
all’estero in cambio di un incarico a tempo determinato, ma
addirittura fallimentare. Al termine di tale contratto, infatti, la
stragrande maggioranza degli studiosi è stata costretta a
fare nuovamente le valigie. Su 466 rimpatriati, solo 45 hanno ottenuto
un posto come professori e sono rimasti in Italia. Uno su
dieci.