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Ecco perché non si investe nell'Università

Intervista a Marco Tarchi, docente della "Cesare Alfieri"

di UniversitArea 4 dicembre 2008

UniversitAreaProfessore Tarchi, in Italia l’investimento riservato all’educazione non supera lo 0,88% del Pil, un terzo in meno rispetto alla media europea. Come mai l’istruzione è stata bistrattata dal mondo politico, a prescindere dal colore politico al governo?
Perché il fondamento della politica, nelle sue varie forme, è la conquista del consenso. Questo spiega tante cose, fra le altre l’invasione dei codici espressivi della comunicazione nel campo della politica. La conquista del consenso, non solo in Italia, è fortemente legata alla capacità di sintonizzarsi con l’insieme dei temi, delle preoccupazioni e delle sensazioni connessi alle mentalità dominanti. Sappiamo che certi spettacoli televisivi di intrattenimento riescono ad avvincere un numero di spettatori calcolabile in parecchi milioni. Costoro sono fortemente sensibili ai codici comunicativi connessi a questi strumenti, mentre lo sono molto meno verso tematiche che richiedono una applicazione riflessiva profonda, come tutte quelle che si collegano alla ricerca, allo studio, all’analisi. È evidente che battersi per convincere un pubblico di massa che l’investimento nella ricerca, o nell’Università, è un dato cruciale per lo svolgimento della vita complessiva di una società è molto più difficile che non proporsi, semplicemente, di cavalcare un’ondata di interesse emotivo collegata a questi che possiamo definire come i ‘divertissements’ del nostro tempo.

Ma questa logica può essere valida anche per altri paesi, non solo per l’Italia.
È vero, ma io ritengo più probabile che i tipi di modelli che noi stiamo sperimentando si diffondano anche in altri paesi, piuttosto che avvenga il contrario. Aggiungo che molti di questi modelli sono di importazione statunitense. È vero che negli Stati Uniti non c’è un rapporto così sconcertante fra investimento nella ricerca e nell’Università ed importo del prodotto interno lordo, ma consideriamo quali sono le motivazioni che spingono un paese come gli Stati Uniti a investire quote più consistenti del Pil nella ricerca. Ci sono ragioni di mantenimento e affermazione di una vocazione egemonica che passa dai campi più disparati. Naturalmente la competitività di una nazione guida si regge su leve diverse da quelle di una nazione che, ci piaccia o non ci piaccia riconoscerlo, ha un ruolo di seconda fascia nelle logiche di potere internazionali. Quindi da questo punto di vista io non sono ottimista.

Il crollo dell’università italiana quindi non è legato solo a fattori economici, ma anche a un tipo di cultura legata a una logica di massa.
Esatto. Io credo che, per esempio, bisognerebbe andare a verificare l’andamento della spesa in termini di incidenza di bilancio per l’università e per la ricerca nella storia dell’Italia Repubblicana. Vediamo se in periodi di contingenza economica difficile si sono contratte queste spese e se invece in momenti di boom si sono espanse. Io dubito che ci sia un rapporto virtuoso o vizioso di questo genere. Il problema è che si continua a sperare che il mondo del lavoro predisponga propri canali formativi per coloro che sono usciti dal percorso scolastico, in grado di surrogare ciò che non viene fatto all’interno di esso, soprattutto in ambito universitario. Ammesso che sia vero, si capisce perché anche i cicli espansivi dell’economia non corrispondono a una politica di investimento nel settore specifico della ricerca e dell’università.

Su www.unistudi.eu è possibile consultare l’intervista integrale al prof. Tarchi.

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