Professore
Tarchi, in Italia l’investimento riservato
all’educazione non supera lo 0,88% del Pil, un terzo in meno
rispetto alla media europea. Come mai l’istruzione
è stata bistrattata dal mondo politico, a prescindere dal
colore politico al governo?
Perché il fondamento della politica, nelle sue varie forme,
è la conquista del consenso. Questo spiega tante cose, fra
le altre l’invasione dei codici espressivi della
comunicazione nel campo della politica. La conquista del consenso, non
solo in Italia, è fortemente legata alla capacità
di sintonizzarsi con l’insieme dei temi, delle preoccupazioni
e delle sensazioni connessi alle mentalità dominanti.
Sappiamo che certi spettacoli televisivi di intrattenimento riescono ad
avvincere un numero di spettatori calcolabile in parecchi milioni.
Costoro sono fortemente sensibili ai codici comunicativi connessi a
questi strumenti, mentre lo sono molto meno verso tematiche che
richiedono una applicazione riflessiva profonda, come tutte quelle che
si collegano alla ricerca, allo studio, all’analisi.
È evidente che battersi per convincere un pubblico di massa
che l’investimento nella ricerca, o
nell’Università, è un dato cruciale per
lo svolgimento della vita complessiva di una società
è molto più difficile che non proporsi,
semplicemente, di cavalcare un’ondata di interesse emotivo
collegata a questi che possiamo definire come i
‘divertissements’ del nostro tempo.
Ma questa logica può essere valida anche per altri
paesi, non solo per l’Italia.
È vero, ma io ritengo più probabile che i tipi di
modelli che noi stiamo sperimentando si diffondano anche in altri
paesi, piuttosto che avvenga il contrario. Aggiungo che molti di questi
modelli sono di importazione statunitense. È vero che negli
Stati Uniti non c’è un rapporto così
sconcertante fra investimento nella ricerca e
nell’Università ed importo del prodotto interno
lordo, ma consideriamo quali sono le motivazioni che spingono un paese
come gli Stati Uniti a investire quote più consistenti del
Pil nella ricerca. Ci sono ragioni di mantenimento e affermazione di
una vocazione egemonica che passa dai campi più disparati.
Naturalmente la competitività di una nazione guida si regge
su leve diverse da quelle di una nazione che, ci piaccia o non ci
piaccia riconoscerlo, ha un ruolo di seconda fascia nelle logiche di
potere internazionali. Quindi da questo punto di vista io non sono
ottimista.
Il crollo dell’università italiana quindi
non è legato solo a fattori economici, ma anche a un tipo di
cultura legata a una logica di massa.
Esatto. Io credo che, per esempio, bisognerebbe andare a verificare
l’andamento della spesa in termini di incidenza di bilancio
per l’università e per la ricerca nella storia
dell’Italia Repubblicana. Vediamo se in periodi di
contingenza economica difficile si sono contratte queste spese e se
invece in momenti di boom si sono espanse. Io dubito che ci sia un
rapporto virtuoso o vizioso di questo genere. Il problema è
che si continua a sperare che il mondo del lavoro predisponga propri
canali formativi per coloro che sono usciti dal percorso scolastico, in
grado di surrogare ciò che non viene fatto
all’interno di esso, soprattutto in ambito universitario.
Ammesso che sia vero, si capisce perché anche i cicli
espansivi dell’economia non corrispondono a una politica di
investimento nel settore specifico della ricerca e
dell’università.
Su www.unistudi.eu
è possibile consultare l’intervista integrale al
prof. Tarchi.