Filosofia: Origini e Naturalismo

Di Redazione Studenti.

La filosofia greca nacque a contatto con l'Oriente.

Filosofia
- Le origini e il Naturalismo
- Dall' Universo all'Uomo

- Platone ed Aristotele

- L'Etica, Stoici ed Epicurei
- Pensiero Scientifico


LE ORIGINI E IL NATURALISMO
Mitici teologi quali Orfeo e Lino, autori di teogonie e di cosmogonie mentre ancora la religione e il mistero non erano ben distinti dalla pura speculazione critica, furono tra i primi pensatori originari della Ionia e furono influenzati dal misticismo degli orientali.
In poeti quali Omero ed Esiodo la mitologia assunse poi contorni più netti e lo sguardo si volse più precisamente al mondo e all'agire umano. Ma di filosofia vera e propria si può parlare soltanto con l'emergere di un atteggiamento critico nei confronti della tradizione (sia essa o meno derivata dall'Oriente) e con l'istituzione di un tipo di ricerca disinteressata che trova in se medesima la propria norma: questo atteggiamento si manifestò chiaramente appunto nella Grecia del sec. VII a. C. e giustamente i Greci sono considerati "inventori della filosofia".
Il primo problema che i filosofi della Grecia si posero fu quello della natura e origine del mondo, affrontato appunto a partire dal sec. VII dagli Ionici, in modi e con soluzioni diversi. Primo nome è quello di Talete di Mileto, scienziato e filosofo, che indicò nell'acqua l'elemento originario di tutte le cose.
Pur nell'ambito ancora naturalistico della ricerca si ebbe un tentativo del pensiero di unificare la varietà del reale, di scoprire l'inizio del suo divenire mutevole. Così Anassimandro (sec. VI), autore di un poema Della natura, come molti di questi filosofi, indicò nell'infinito, nell'indeterminato (ápeiron), il principio da cui tutto nasce e in cui tutto si dissolve.
Per Anassimene, anch'egli di Mileto e della stessa scuola, questo è invece l'aria, mentre per Eraclito di Efeso, verso il 500, è il fuoco. Ma Eraclito approfondiva già anche altri problemi e probabilmente il fuoco era per lui solo un simbolo del flusso incessante del tutto, in cui si armonizzava la guerra dei contrari: la vita era un'inseparabile concordia discorde di opposizioni e la realtà era divenire. All'opposto di Eraclito si pose un secondo, vigoroso genio filosofico di quell'età, Parmenide, fondatore della scuola eleatica nella Magna Grecia.
Per Parmenide, la realtà si risolve nell'Essere, immutabile oggetto del pensiero, organo della verità che con l'Essere coincide, e il divenire è mera apparenza, oggetto di opinione instabile e ingannevole. Parallelamente si svolgeva intanto, appartata, la speculazione di Pitagora di Samo (sec. VI) e della sua setta segreta a Crotone prima e poi, con Archita, a Taranto.
Per i pitagorici "la verità è numero", tutta la realtà si può ridurre a numeri ossia in rapporti che si possono calcolare.
Eraclito e Parmenide innalzarono la speculazione greca a unlivello squisitamente metafisico e chiaramente posero problemi, come quello del rapporto fra l'essere delle cose e il loro divenire, opinione e scienza, che a lungo hanno tormentato la speculazione occid.; i pitagorici invece, con il sottolineare la struttura matematica del reale, diedero all'Occidente un'altra fondamentale intuizione, variamente ripresa e trasmessa, dal cui grembo doveva nascere la scienza della natura modernamente intesa.
Un primo sforzo di risolvere l'antinomia fra essere e divenire si ritrova nei cosiddetti filosofi della natura o "fisici" posteriori. Così Empedocle (metà del sec. V) considerò le cose mutevoli e contingenti, risultanti dalla mescolanza dei quattro elementi o "radici" immutabili ed eterni: fuoco, aria, acqua, terra. Così la scuola di Abdera, con Leucippo e Democrito (seconda metà del sec. V), considerò le cose, che i sensi ci attestano nella loro varietà mutevoli, risultanti dall'unione e dalla separazione degli "atomi", infiniti di numero e solo quantitativamente diversi fra di loro, che si muovono costantemente nel vuoto combinandosi secondo leggi meccaniche.
Così infine Anassagora di Clazomene, vissuto ad Atene nell'età periclea, spiegò la realtà a partire da "particelle similari" qualitativamente diverse sempre presenti in ogni cosa sebbene in proporzioni differenti (donde appunto la diversità e mutevolezza delle cose stesse): egli ancora chiaramente pose il problema dell'ordine della natura cercandone il principio in una mente (Nous) che la anima.