Guida alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel

Di Barbara Leone.

Nell'opera filosofica del 1807 Hegel tenta di tratteggiare lo sviluppo della coscienza dai gradi più semplici di livello particolare sino a quelli più elevati di livello universale

La Fenomenologia dello spirito (titolo originale: Phänomenologie des Geistes) è un'opera filosofica di Hegel, pubblicata nel 1807 per la prima volta. In quest'opera Hegel tenta di tratteggiare lo sviluppo della coscienza dai gradi più semplici di livello particolare sino a quelli più elevati di livello universale. Il fenomeno della coscienza è tanto individuale quanto collettivo. C’è un’attenzione ad una prospettiva diversa e più ampia dei fenomeni culturali in genere, caratterizzata dalla processualità e da un orizzonte collettivo. Hegel parla spesso di “spirito del mondo” ad indicare la dimensione intellettuale che abbraccia tutta la realtà nel suo complesso. La coscienza è sempre calata nel suo contesto storico. Ritiene che la coscienza individuale debba ripercorrere tutte le tappe della coscienza universale. Per questo fissa dei punti fermi sul progetto pedagogico: deve far parte del nostro bagaglio culturale tutto ciò che l’uomo ha conosciuto, appreso e scoperto dalla realtà in cui viveva nel corso dei secoli.

La sua è un’impostazione insieme sincronica e diacronica. Il punto di partenza di ogni conoscenza è la certezza sensibile e tuttavia è solo un’apparenza perché non è oggettiva ed è confinata nell’hic et nunc. Però la certezza sensibile, pur nel suo carattere particolare, ha un rapporto con l’universale perché il “questo” fa riferimento ad una categoria, quella della tipicità, e per descriverlo occorre ricorrere a termini generali. Esamina poi le figure, i momenti tipici della coscienza, situazioni in cui essa si rappresenta in modo significativo a simboleggiare i suoi stadi e stati. Fondamentale è il momento dell’autocoscienza, in cui scatta il problema del riconoscimento. Prende in considerazione un’altra figura fondamentale, la “dialettica servo-padrone”, nella quale si evidenzia il conflitto più drammatico per il riconoscimento: il confronto tra due autocoscienze, in cui una delle due soccombe e perde tutto divenendo serva di quella vincitrice, che ha trionfato perché non teme la morte. Non si instaura un rapporto statico perché il servo matura attraverso il lavoro la consapevolezza della propria dignità e del fatto che in qualche modo anche il padrone dipende da lui. Mediante questo processo aperto il servo conquista la sua libertà: Hegel ritiene che la perenne lotta dello spirito per la libertà caratterizzi tutti i processi della Storia, che pertanto è orientata al progresso.

Stoicismo e scetticismo
Sono due facce di uno stesso momento, successivo alla dialettica servo-padrone e caratterizzato dalla conquista della libertà interiore (stoica). Ma la libertà interiore dello stoico è “astratta”, teorica e non effettiva concretamente. Parimenti lo scetticismo è una condizione insufficiente e auto-contraddittoria della coscienza: lo scettico, dal momento in cui dubita, si trova in contraddizione con se stesso perché non può dubitare di dubitare. Lo scetticismo è un esasperato atteggiamento negativo verso l’alterità, ciò che è altro dalla coscienza.

La coscienza infelice
La coscienza infelice deriva dallo scetticismo, dalla consapevolezza della coscienza che ciò che è altro da sé è in rapporto di scissione rispetto ad essa e rileva una separazione fortemente drammatizzata. Ritiene che il Medioevo sia caratterizzato dalla coscienza infelice perché nel suo sentimento religioso Dio è vissuto come termine trascendente a tal punto da essere irraggiungibile e da far percepire alla coscienza la sua incommensurabile piccolezza, facendola sentire quasi annichilata. Sia l’ebraismo che il cristianesimo accentuano molto il senso di colpa. I momenti di questa coscienza infelice sono la devozione, il fare o l’operare e la mortificazione.

La ragione
La ragione è “la certezza di essere di ogni realtà”. Questo assunto si verifica attraverso il processo in cui la ragione esplica se stessa. Il primo tentativo di giustificarsi è un inquieto cercare, che si rivolge inizialmente agli oggetti del mondo naturale. Qui la ragione crede di cercare delle cose, ma in realtà cerca solo se stessa. La ragione crede che la realtà esterna sia intelligibile e sulla base di questa qualificazione procede, fiduciosa di trovare delle spiegazioni al mondo naturale. Hegel eccede nella semplificazione. Un secondo tentativo avviene con la psicologia quando la ragione si trasferisce dal dominio organico della natura a quello della psiche. Hegel fa riferimento alla fisognomica ed alla frenologia, le mette in ridicolo e stigmatizza con una battuta: “l’essere dello spirito è un osso”. Secondo lui fisionomica e frenologia attestano il fallimento della ragione e questo segna il passaggio all’autocoscienza razionale, una ragione attiva in virtù della quale la coscienza vuole produrre se stessa mediante la sua attività. Da questo momento in poi la ragione produce se stessa mediante un’attività che fonde se stessa ed il mondo. Nello spiegare il passaggio dalla ragione osservativa a quella attiva Hegel fa riferimento al Faust. Secondo l’individuo “i preti fanatici e i despoti corrotti” sono responsabili dei mali del mondo. Se non si traduce in istituzioni la ragione resta astratta.