Fascismo: significato, cronologia e protagonisti

Fascismo: significato, cronologia e protagonisti A cura di Edoardo Angione.

Il fascismo: significato e protagonisti del movimento politico nato in Italia e fondato da Mussolini il 28 ottobre del 1922, subito dopo la marcia su Roma

1Nascita di un regime

Benito Mussolini con le truppe fasciste a Roma
Benito Mussolini con le truppe fasciste a Roma — Fonte: getty-images

Il fascismo non è un fenomeno così lontano, eppure non è facile per un italiano di oggi immaginare come si viveva sotto una dittatura. Dopo la marcia su Roma, lo stato fascista viene costruito in fretta. Arriverà presto ad abolire le libertà costituzionali di base, e a plasmare generazioni nel segno dell’adorazione di un unico uomo, Mussolini. Con la propaganda, con la forza, ma anche con l’appoggio dei poteri forti del paese, il fascismo condizionerà pesantemente le abitudini, la cultura ed il futuro politico degli italiani. Il fascismo andrà inoltre ad ispirare una serie di movimenti e di regimi autoritari nazionalisti (tra cui il nazismo) in tutta Europa.     

Dopo la Marcia su Roma, il fascismo al governo dà inizio ad una delicata fase di ridefinizione e trasformazione delle istituzioni liberali italiane. I 34 deputati del Partito Nazionale Fascista (PNF) sono pochi, ma possono contare sull’appoggio dei liberali e di alcuni cattolici. I ceti medi, gli industriali e lo stesso re sono favorevoli a Mussolini, perché sembra davvero l’uomo giusto per ‘riportare l’ordine’ nel paese.    

  • Nel dicembre del 1922, viene istituito il gran consiglio del fascismo: un organo composto da dirigenti del partito, il cui ruolo è stabilire la linea di azione del governo.
  • Nel gennaio del 1923 le ‘camicie nere’ vengono inquadrate in un corpo militare definito, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Una ‘normalizzazione’ soltanto parziale, perché le violenze e le intimidazioni continuano a mietere vittime (come Giovanni Amendola o don Giovanni Minzoni)
  • Nel luglio del 1923 una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, istituisce un sistema elettorale maggioritario: la coalizione che avrebbe raggiunto il 25% dei voti avrebbe ottenuto il 65% dei seggi in parlamento.
  • Nell’aprile del 1924 si va alle elezioni: i fascisti propongono agli italiani un listone che comprende, oltre al PNF, due forze moderate di grande attrattiva: liberali e cattolici. Le opposizioni a sinistra invece sono divise, ed anche grazie alle violenze squadriste il listone ottiene il 65% dei voti degli italiani.    
Giacomo Matteotti: socialista italiano assassinato dai fascisti per la sua opposizione a Mussolini
Giacomo Matteotti: socialista italiano assassinato dai fascisti per la sua opposizione a Mussolini — Fonte: getty-images

Un deputato socialista riformista, Giacomo Matteotti, dopo aver denunciato in parlamento le violenze e le irregolarità elettorali, viene rapito ed ucciso da un gruppo di squadristi (10 giugno 1924). Le opposizioni a questo punto, sperando in un intervento del re che non ci sarà, abbandonano il Parlamento, episodio che ricordiamo come secessione dell’Aventino in omaggio alle proteste della plebe contro i patrizi nell’antica Roma.     

Vari mesi dopo, il 3 gennaio del 1925 in un celebre discorso alla camera Mussolini si assumerà la responsabilità civile, morale e storica non soltanto dell’omicidio Matteotti, ma di tutto ciò che era successo negli ultimi mesi. È l’inizio di una fase molto più decisa di trasformazione dello stato italiano in stato fascista: alla fine del 1925 il governo non sarà più vincolato al voto di fiducia del parlamento, gli oppositori politici verranno spediti in ‘confino’ (isolati in luoghi remoti e inaccessibili), verrà istituito un tribunale speciale per la difesa dello stato, introdotta la pena di morte per chi attentava alla sua sicurezza, e da allora i sindaci non verranno più eletti, ma sostituiti da ‘podestà’ nominati dal partito.  Ancora più importante: per un periodo di tempo indefinito, le libertà di associazione e di stampa sono soppresse.    

Nell’ottobre del 1925 tocca ai sindacati: la Confindustria sottoscrive un patto con i sindacati fascisti, escludendo di fatto tutti gli altri sindacati. Nel 1926 viene proibito lo sciopero: si comincia a pensare ad un sistema corporativo, programmato nel 1927 attraverso la Carta del Lavoro. Il tentativo è quello di superare la lotta di classe: i lavoratori, i tecnici ed i capitalisti vengono inseriti in corporazioni indipendenti, e condizionate dallo stato. In questo modo, ogni possibilità di contrattazione da parte dei lavoratori viene eliminata alla radice.     

Nel 1928 una nuova legge elettorale limiterà la scelta degli elettori ad una lista unica da approvare o rifiutare in blocco: lo stato fascista è ormai completo. Il potere del PNF è ormai immenso, ma questo non significa che gli altri poteri in Italia, e cioè l’esercito, la corona, e la chiesa, verranno mai del tutto soppressi. Anzi: contribuiranno all’affermazione del fascismo, salvo poi, ma soltanto verso la fine del ‘ventennio’, ripensarci. La Santa Sede, ad esempio, già dal 1923 zittisce i cattolici politicamente attivi, ostili al fascismo, che si erano organizzati nel Partito popolare di Luigi Sturzo, di orientamento democratico cattolico. A coronare l’appoggio del Vaticano al regime saranno i Patti Lateranensi del 1929, anche se continueranno ad esserci frizioni tra il fascismo e l’associazionismo cattolico.     

Il fascismo, insomma, si era ormai conquistato una piena legittimità con l’aiuto degli altri poteri ai vertici della nazione Italiana. Vedremo adesso in che modo tenterà di conquistare il consenso degli Italiani.     

2Consenso e repressione

Giovani fascisti (i Balilla) che indossano le camicie nere
Giovani fascisti (i Balilla) che indossano le camicie nere — Fonte: getty-images

Il fascismo era un regime repressivo ed antidemocratico: questo significa che non c’era spazio per l’anticonformismo, né per il dissenso.    

Per Mussolini chi pensava con la propria testa, assumendo posizioni critiche verso il suo regime, era un problema. Ed il primo di questi problemi erano gli oppositori politici: socialisti, comunisti, democratici, radicali e persino qualche monarchico, come il poeta, docente di letteratura e chimico Lauro de Bosis, che nel 1931 sorvolerà Roma per spargere manifesti antifascisti, per poi precipitare, privo di carburante, e morire in mare. Contro questi dissidenti politici erano stati istituiti tribunali speciali, che condanneranno a morte più di 40 persone, ne spediranno più di 4.000 in carcere, mentre altri 15.000 verranno esiliati al ‘confino’, talvolta rovinandosi la salute fino a morire, come accadrà all’intellettuale, filosofo e leader comunista Antonio Gramsci, ormai libero ma in condizioni di salute irrecuperabili, nel 1937. Tutto questo soltanto per le loro idee politiche. Non era facile rimanere in Italia per un oppositore: molti di loro decideranno quindi di continuare la lotta emigrando all’estero, anche se qualcuno, come i comunisti, manterrà in Italia importanti ‘cellule’ di resistenza.        

Carlo Rosselli: politico italiano morto nel 1937
Carlo Rosselli: politico italiano morto nel 1937 — Fonte: getty-images

Carlo e Nello Rosselli, due fratelli antifascisti assassinati in Francia a colpi di pistola e coltellate, erano stati fin da subito identificati dalla polizia fascista come elementi ‘turbolenti’ per via delle loro idee non allineate, e delle loro attività: diffusione di giornali clandestini, organizzazione di fughe di importanti leader socialisti, come Filippo Turati. Carlo era fuggito dal confino a Lipari per rifugiarsi a Parigi, dove organizza un’intensa attività antifascista con il movimento ‘Giustizia e Libertà’, ispirato a principi che univano il socialismo al liberalismo, mentre per suo fratello Nello Rosselli, uno storico, era importante rimanere in Italia e cercare di preservare la memoria dalla propaganda fascista. Quando nell’estate del ‘37 andrà a trovare Carlo in Normandia, verranno entrambi uccisi a coltellate e colpi di pistola da un gruppo di sicari che erano stati finanziati dai fascisti.   

Fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale l’antifascismo rimane in difficili condizioni di clandestinità, ma va chiarito che il regime non si limitava a reprimere e ad uccidere i militanti politici o a tenere sotto stretta sorveglianza gli appartenenti ai sindacati: anche la semplice indisciplina, i comportamenti individuali che andavano contro la morale cattolica, e persino le barzellette sul duce non sfuggivano all’attento occhio della polizia politica del regime. Oltre al tribunale e alla galera, la violenza e l’intimidazione (manganello e olio di ricino) non smettono mai di rimanere armi del regime per contrastare oppositori, ma anche semplici anticonformisti.   

Un soldato indica il "giuramento fascista" ad un Balilla (bambino fascista)
Un soldato indica il "giuramento fascista" ad un Balilla (bambino fascista) — Fonte: getty-images

Parallelamente a questa intensa attività repressiva, il regime non smette mai di mobilitare le masse per ‘nazionalizzarle’ in modo paramilitare: i bambini venivano incamerati in strutture come i Figli della Lupa o i Balilla, dove imparavano la disciplina e l’obbedienza, partecipando ad un vero e proprio culto della persona dell’onnipresente e protettivo duce. Ma l’inquadramento c’era per tutti: gli universitari avevano i GUF (Gruppi universitari fascisti), le donne i Gruppi femminili fascisti, e per tutti ci sarà, dal 1926, l’Opera nazionale del dopolavoro, incaricata di organizzare il tempo libero dei lavoratori attraverso cinema, turismo, teatro e colonie estive. Il tutto, naturalmente, all’insegna di una propaganda continua ed incessante.   

Insomma, il fascismo era diventato una vera e propria ‘religione civile’ per gli italiani, fondata sul mito della patria, su un’organizzazione di tipo militare, e sull’obbedienza assoluta. Ma dal 1936, con le prime politiche antiebraiche, il fascismo assume anche connotati apertamente razzisti: con le leggi per la difesa della razza del ‘38 viene vietato il matrimonio ‘misto’, e gli ebrei italiani, alcuni dei quali erano stati fascisti sin dall’inizio, non potevano più ottenere impieghi pubblici, né semplicemente andare a scuola.   

3L’economia fascista

La prima fase della politica economica fascista è stata definita ‘liberistica’: il fascismo puntava al pareggio del bilancio (ottenuto nel 1925), ‘lasciando fare’ il mercato. In un momento in cui il potere di acquisto dei cittadini si era fortemente ridotto, il fascismo compensava puntando sul commercio estero, abbassando le tariffe doganali.

La prima grande inversione di rotta si ha nel 1926, quando Mussolini si impegna a rivalutare fortemente la lira. Se da una parte questo era un segnale di stabilità, dall’altra le merci italiane diventavano troppo care per gli investitori stranieri, crollava l’esportazione, e dal 1927 iniziava una pesante recessione, destinata a peggiorare con la crisi del ‘29. Da allora e negli anni ’30 l’economia fascista si baserà su pesanti interventi dello stato per contrastare la crisi, che presto inizierà a gestire direttamente molte industrie italiane, per poi creare istituti dedicati al salvataggio delle banche. 

Illustrazione di Walter Molino della Battaglia del grano
Illustrazione di Walter Molino della Battaglia del grano — Fonte: ansa

Parallelamente, il fascismo tenta di imprimere all’Italia una svolta di tipo agricolo, in particolare dal 1926 con la battaglia del grano: l’Italia puntava all’autosufficienza alimentare, ma coltivare più grano voleva dire trascurare altri possibili usi della terra, come l’allevamento o altre colture. Anche le bonifiche di paludi (di cui quella delle paludi pontine è il risultato migliore), con la conseguente fondazione di nuove città, puntavano a rendere l’Italia un paese più agricolo, ma i risultati raggiunti saranno inferiori alle aspettative. Per dare terra ai contadini, decisamente impoveriti dalla crisi, il fascismo proporrà dal 1934 l’avventura coloniale africana.  

In definitiva le politiche economiche fasciste degli anni ‘30 porteranno buoni risultati, con aumenti del PIL e della produzione industriale, mentre a peggiorare saranno le condizioni delle classi subalterne, decisamente trascurate dal fascismo in favore dei ceti medi. I bassi salari e la disoccupazione andranno a creare una serie di disagi ed un netto calo dei consumi, in particolare nel Mezzogiorno.  

4Fascismo e sport

Il saluto fascista ai Mondiali del 1934 a Roma
Il saluto fascista ai Mondiali del 1934 a Roma — Fonte: getty-images

Con il fascismo, lo sport va ad assumere un’importanza tutta nuova nella società italiana, ma è anche uno dei principali veicoli della propaganda fascista. Secondo la retorica mussoliniana, l’Italia aveva bisogno di individui forti, sani e preparati alla guerra: lo stesso duce iniziava ad essere rappresentato dalla propaganda come un grande sportivo. Il regime controllava ogni aspetto della vita dei cittadini, e dunque non poteva mancare anche il controllo dello sport, sia a livello professionale che dilettantistico.   

Il CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che era stato fondato nel 1914, e sotto il fascismo è interamente gestito da uomini di partito. Dal 1933 al 1939 il presidente del CONI sarà lo stesso segretario del Partito Nazionale Fascista: Achille Starace. L’intento della propaganda fascista è quello di trasformare i grandi atleti italiani in eroi popolari del fascismo. Emblematico è il caso del pugile Primo Carnera: quando conquista il titolo mondiale dei pesi massimi, nel 1932, Mussolini lo fa arruolare come Camicia Nera, e vieta ai giornali italiani di pubblicare immagini di Carnera al tappeto, Anche il calcio aveva già una certa importanza: l’Italia ospiterà i Mondiali nel 1934, e sarà il duce stesso a distribuire le medaglie alla nazionale italiana dopo la vittoria alle finali.   

Primo Carnera: pugile italiano e campione del mondo dei pesi massimi
Primo Carnera: pugile italiano e campione del mondo dei pesi massimi — Fonte: getty-images

Questa attenzione speciale per lo sport riguarda anche le donne, ma soltanto all’inizio: vengono organizzati eventi agonistici di Atletica Leggera e fondate Federazioni sportive, che tuttavia verranno chiuse dopo i patti lateranensi (1929). La morale cattolica, infatti, considerava all’epoca scandaloso un evento sportivo femminile svolto in pubblico. Dopo qualche interessante spinta iniziale, quindi, ruolo della donna secondo il fascismo si appiattisce presto a quello di sposa e di madre.   

Persino lo sport dilettantistico, quello praticato tra le persone comun, viene inquadrato dal fascismo. L’Opera Nazionale del Dopolavoro si occuperà di mobilitare gli italiani attraverso lo sport e l’escursionismo. Dal 20 giugno del 1935 verrà istituito il sabato fascista, che obbligava gli italiani di tutte le età a partecipare a manifestazioni pubbliche che prevedevano, tra le altre cose, esercizi ginnici. Non partecipare ad un sabato fascista, naturalmente, voleva dire destare il sospetto del regime.   

5Fascismo e modernità: un rapporto complicato

Mussolini in una cerimonia a Roma alla guida di studenti universitari nell'esercito nel 1940
Mussolini in una cerimonia a Roma alla guida di studenti universitari nell'esercito nel 1940 — Fonte: getty-images

Organizzare il consenso del regime non passava soltanto per le manifestazioni pubbliche: c’era bisogno anche di mezzi di comunicazione moderni, di massa. Dal 1927, l’Eiar (Ente italiano audizioni radiofoniche) inizia a curare la programmazione nazionale via radio, che comprendeva non soltanto informazioni ufficiali, ma anche intrattenimento, canzoni, varietà. Non viene trascurato neanche il cinema, industria ampiamente finanziata dal regime. Con l’apertura di Cinecittà a Roma, nel 1937, Mussolini voleva entrare in competizione diretta con Hollywood, perché il cinema americano, molto popolare presso gli italiani, diffondeva modelli culturali ed esempi spesso poco coerenti con la propaganda del regime (uno su tutti: la ‘donna fatale’ che fuma, seduce uomini ed è padrona della propria vita). Entrando a Cinecittà alla fine degli anni ‘30, si leggeva la seguente scritta: “la cinematografia è l’arma più forte”. Mussolini lo sapeva bene: nonostante la qualità non sempre elevatissima dei film prodotti, Cinecittà era all’epoca il più grande centro di produzione cinematografica in Europa.  

Ma quanto vengono ‘modernizzati’ gli italiani dal fascismo? Il fascismo aveva creato una gigantesca burocrazia essenzialmente per creare posti di lavoro e contrastare la disoccupazione: gli impiegati dei moltissimi enti pubblici voluti dal fascismo nel corso degli anni ‘30 si sentivano in dovere verso il partito fascista più che verso la cittadinanza. Per questo motivo, in Italia si sviluppa una cultura di passiva dipendenza dal pubblico impiego, piuttosto che a una vera e propria mobilità sociale, più tipica delle società occidentali ‘moderne’ della prima metà del ‘900.  

Per quanto riguarda le politiche sociali del fascismo, il sistema previdenziale andava a premiare soprattutto i lavoratori del settore pubblico e dell’industria, appoggiandosi spesso a istituti di beneficienza religiosi. Nel 1925 era stata creata l’Onmi, Opera nazionale maternità e infanzia, destinata a fornire assistenza alle madri, ma anche a professionalizzare le donne in campi come l’ostetricia e la pediatria: politiche, queste, che aiutavano le donne, ma le relegavano anche ad un ruolo di margine, ben poco moderno - quello di ‘addette alla riproduzione’.  

Il fascismo era anche impegnato nel miglioramento delle condizioni delle città, tramite realizzazioni architettoniche di alto livello, ma anche abbattendo zone fatiscenti e malsane. In questo modo, tuttavia, gli appartenenti ai ceti popolari venivano trasferiti in borgate di periferia che erano del tutto prive di servizi di base (come l’acqua corrente o le fognature) e dei collegamenti (strade e mezzi pubblici), per la gioia, peraltro, degli speculatori edilizi.  

I principali beneficiari della politica fascista sono, in ultima analisi, gli impiegati pubblici, i ceti medi, che potevano godere di case popolari, domestici, vacanze in colonia, ed in cambio garantivano al regime una fedeltà incondizionata, pur senza mai aderire del tutto ai versanti più violenti del fascismo, come lo squadrismo o l’intensa militarizzazione della società, che a partire dal 1934 va a condizionare pesantemente tutto il paese.  

6La politica estera

Mussolini e Hitler il 5 maggio del 1938 a Roma
Mussolini e Hitler il 5 maggio del 1938 a Roma — Fonte: getty-images

Alla base della politica estera del fascismo c’è un mito: quello della ‘vittoria mutilata’. Questo bisogno di rivalsa va a concretizzarsi fin da subito in azioni provocatorie, come l’occupazione dell’isola di Corfù in Grecia nel 1923, che suscita immediatamente pressioni al ritiro da parte di Inglesi e Francesi, e si risolve quindi in un nulla di fatto. Allo stesso tempo, negli anni ‘20 Mussolini è in cerca di legittimazione tra le potenze europee, e per questo partecipa ad esempio alla conferenza di Locarno nel 1925.  

Quando il regime inizia a stabilizzarsi e viene ristabilito il controllo sulla Libia, l’Italia fascista è pronta per provare a realizzare le proprie mire espansionistiche, che saranno tuttavia condizionate dall’effettiva debolezza del paese, che dovrà cercare volta per volta l’appoggio delle ‘grandi potenze’. Nel 1932 Mussolini assume personalmente il ruolo di ministro degli Esteri, tentando di agire come mediatore tra la Germania e potenze come la Francia e la Gran Bretagna, ma deve fare immediatamente i conti con l’aggressività di Hitler, che nel 1933 porta la Germania ad uscire dalla società delle nazioni. Con l’intento di tutelare l’Austria dall’annessione tedesca, Mussolini si avvicina alla Francia. Nell’aprile del 1935 Mussolini partecipa ad una conferenza a Stresa, sul lago Maggiore, con Francia ed Inghilterra, dove ribadisce la volontà di contrastare i pericoli per la pace in Europa.  

Un gruppo di soldati italiani durante la Guerra d'Etiopia
Un gruppo di soldati italiani durante la Guerra d'Etiopia — Fonte: ansa

Nell’ottobre del 1935 l’Italia attacca l’Etiopia, e lo fa in modo brutale, bombardando le popolazioni civili e lanciando gas asfissianti: nel maggio del 1936 riuscirà a piegare la resistenza del Negus. Di fronte alle sanzioni della Società delle Nazioni, il fascismo proclama l’impero, rovesciando gli equilibri d’Europa. In questo nuovo contesto, l’Italia si avvicina alla Germania di Hitler, cessa di opporsi all’annessione dell’Austria: nell’ottobre del 1936 nasce l’asse Roma-Berlino. Secondo gli accordi, alla Germania spettava l’Oriente, all’Italia il Mediterraneo.  

L’occupazione dell’isola di Corfù in Grecia nel 1923
L’occupazione dell’isola di Corfù in Grecia nel 1923 — Fonte: getty-images

Questa nuova alleanza sarà inaugurata in occasione della guerra civile spagnola, dove Mussolini invia 70.000 volontari in appoggio al generale Francisco Franco contro la Spagna repubblicana. Nel 1937 dopo aver firmato un patto antisovietico con Germania e Giappone, l’Italia esce dalla Società delle Nazioni.   

Nell’aprile del 1939 l’Italia annette l’Albania ai propri territori, ed il mese dopo stipula con la Germania il patto d’acciaio, in cui Italia e Germania si impegnavano ad entrare in guerra l’una a favore dell’altro, anche nel caso di conflitti offensivi. Tuttavia, allo scoppio della guerra nel settembre del 1939, l’Italia era priva di risorse per fronteggiare un serio impegno bellico: per questo motivo, l’Italia sceglierà all’inizio la ‘non belligeranza’.   

Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano.

Benito Mussolini