La FAO ( prima parte )

Di Gabriele Desiderio.

Approfondimento sull'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

La FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) nasce nel 1945, come un'agenzia specializzata delle Nazioni Unite con l'obiettivo di innalzare il livello della nutrizione e della qualità della vita, migliorare la produttività agricola e le condizioni delle popolazioni rurali. Dal 1951 ha sede a Roma. Essa è una delle agenzie più specializzate delle Nazioni Unite ed interviene nella salvaguardia dell'agricoltura, della pesca, delle zone forestali ed incentiva lo sviluppo rurale dei paesi più poveri. La sua azione principale sta nel promuovere attraverso un tipo di agricoltura sostenibile una strategia di lungo termine al fine di incrementare la produzione di cibo e la sicurezza alimentare, intesa come "l'accesso di ogni persona in qualsiasi momento al cibo di cui ha bisogno per una vita attiva e salubre". Insomma uno sviluppo che tenga conto delle risorse locali e che sia tecnologicamente compatibile con l'ambiente naturale, economicamente attuabile e socialmente accettabile.

La FAO è un'organizzazione intergovernativa, il cui governo è rappresentato dalla Conferenza, i 185 membri si riuniscono in regolare sessione ogni due anni.
La funzione principale della Conferenza è di stabilire le politiche da perseguire, approvare il bilancio e fare pressioni sui membri e sulle organizzazioni internazionali affinché contribuiscano all'azione e agli scopi della FAO.
La Conferenza elegge il Consiglio, l'organo esecutivo della Conferenza, comprendente 49 membri nazionali, il cui numero è scelto in base alla loro area di appartenenza (Africa 12, Asia 9, Europa 10, America Latina e Caraibi 9, Vicino Oriente 6, Nord America 2, Pacifico sud-ovest 1) e che rimangono in carica per tre anni. Inoltre la Conferenza elegge il Direttore Generale, con un mandato di sei anni, a capo dell'agenzia. L'attuale Direttore Generale, il senegalese Jacques Diouf, è stato riconfermato per la seconda volta nel gennaio del 2000.

La FAO è composta da 8 dipartimenti: Amministrazione e Finanze, Affari Generali ed Informazioni, Agricoltura, Economico e Sociale, Pesca, Foreste, Sviluppo sostenibile, Cooperazione tecnologica.
Essa ha quasi 4000 dipendenti ed ha 5 uffici regionali, 5 uffici di collegamento e 78 uffici nazionali coordinati dal quartier generale di Roma, con un budget per l'anno 2000-2001 di 650 milioni di dollari.
Dal 1994, però, la FAO ha avviato un'importante opera di ristrutturazione, tuttora in corso, delle proprie strutture cercando di snellire la poco elasticità di un simile apparato burocratico decentrando le attività, semplificando le procedure e riducendo i costi di gestione.

Nelle società occidentali dell'abbondanza e dello spreco c'è posto per una effettiva soluzione del problema della fame nel mondo?
Partiamo da una considerazione che uno storico francese, F.Braudel (1902-1985):

" L'immagine del presente - paesi ricchi da un lato, e paesi sottosviluppati, dall'altro - è già una realtà, con le dovute differenze, tra il XV ed il XVIII secolo. Naturalmente [...] paesi ricchi e paesi poveri non sono restati immutabilmente gli stessi; la ruota ha girato. Le regole generali che governano il mondo non sono tuttavia mutate: la terra, strutturalmente, continua a dividersi tra privilegiati e non privilegiati ".

( F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, 1977, p. 89)

Strutturalmente divisa tra privilegiati e non privilegiati. Ecco come viene presentato lo scenario regionale, nazionale e mondiale di un particolare tipo di "economia-mondo", il capitalismo. Questa economia, che oggi occupa uno spazio geografico che potremmo definire globale, in seguito alle rivoluzioni dei mezzi di trasporto e di comunicazione, e che ha il suo cuore pulsante nelle piazze finanziarie di New York, necessita di zone sottosviluppate, il cui livello di partecipazione reale ai beni prodotti (molte volte beni come cibo, acqua, medicinali) è limitato o addirittura quasi nullo. Essa si presenta come la punta di una piramide dove scendendo con lo sguardo vi si scorgono aree intermedie sempre più disagiate, fino ad arrivare alle periferie delle fondamenta.
Un giudizio chiaro, condivisibile o meno, che non lascia spazio ad illusioni.
Nell'affrontare le realtà disagiate, o disastrate, di paesi che, secondo il nostro punto di vista, sono sottosviluppati si rischia di compiere degli errori fatali che inevitabilmente portano a sminuire il ruolo di figure in grado di agire di questi paesi: i loro tempi d'evoluzione più lunghi o semplicemente diversi dai nostri esorbitanti ritmi di sviluppo, le loro economie fatte di scambi ridotti ci appaiono come un segnale di arretratezza.
Un grave errore di interpretazione poiché giudichiamo in base ai nostri criteri economici realtà molto diverse da noi e anche tra di loro.

Un errore che ha segnato fortemente tutte le campagne di mobilitazione e di intervento soprattutto in favore dell'agricoltura e che miravano a fare salire la produzione delle campagne tramite l'utilizzo di tecniche e mezzi dei coltivatori occidentali. Il risultato delle cosiddette rivoluzioni verdi, inaugurate negli anni Sessanta, però è stato deludente, anzi in molti casi controproducente: ad esempio, le campagne africane, trasformate in vere e proprie aziende capitalistiche e coltivate secondi i criteri della monocoltura (un solo prodotto coltivato ma in quantità industriali) perdevano nell'arco di pochi anni tutti gli elementi nutrienti del suolo che progressivamente esauriva la sua fertilità. Per non parlare del grande rischio economico che, in caso di catastrofi naturali o di crollo della domanda di quel prodotto, si corre puntando tutto su un solo tipo di coltura. Inoltre l'introduzione di sia pur avanzate tecnologie di irrigazione o di moderni macchinari non è stata accompagnata dalla formazione di un personale locale specializzato. Il risultato è stato che nel giro di alcuni decenni tutto si è arrugginito o è diventato inutilizzabile perché mancavano i pezzi di ricambio ed i tecnici per ripararlo.
Questa è stata la lezione che abbiamo imparato dalle suddette esperienze: ogni popolo sviluppa le capacità produttive del territorio sul quale risiede in base alle possibilità offerte dall'habitat naturale che lo circonda, in accordo con la propria cultura e le proprie tradizioni. Pretendere di imporre il proprio punto di vista è un atto di superbia.
Una lezione importante che ha contribuito a ridefinire il piano d'azione su cui articolare proposte per la soluzione dei problemi connessi alla fame, ormai endemici in molte aree del globo. Oggi anche i dati di cui siamo in possesso parlano chiari e ci mostrano una crescita di questi fenomeni: più del 70% dei poveri del mondo vive in zone rurali e dipende per intero dall'agricoltura e dallo sviluppo rurale per la loro sopravvivenza. Inoltre c'è stato un aumento rapido, nel numero e nella proporzione, degli abitanti di città che soffrono la povertà, la fame e la malnutrizione. Oggi si stima che 307 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno e questa quota è destinata ad aumentare fino ad oltre 400 milioni nei prossimi 15 anni.

>>Il Vertice mondiale sull'alimentazione ed il Forum for Food Sovereignity >>