Eneide di Virgilio: trama e analisi

Eneide di Virgilio: trama e analisi A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Eneide analisi dettagliata del poema epico di Virgilio. Scopri di più sulla trama dell'opera e sulla poesia in età augustea

1Introduzione all'Eneide

Statua di Virgilio
Statua di Virgilio — Fonte: istock

L’Eneide è un’opera in cui appare, drammaticamente e per la prima volta nel mondo romano, il pieno conflitto tra vita e destino: è l’indagine, sempre a cospetto della morte, del senso del nostro agire, e della sofferenza che affatica l’uomo. «Virgilio, poeta della storia, ha cercato di guardare più a fondo che poteva nella morte, ma non è riuscito a trovare una giustificazione dell’immenso valore che sentiva nella vita» (Rosa Calzecchi Onesti, Invito a rileggere l’Eneide, viii).
Questo poema, pieno di rimandi al mondo omerico, si propone di guardare la storia con gli occhi di uno sconfitto. Enea non si immola inutilmente a Troia, perché il Fato gli ordina di fondare un nuovo mondo. Viene spontaneo pensare ai reduci delle guerre più vicine a noi, quei ragazzi, che erano i nostri nonni e bisnonni, che sopravvissero (magari per ‘destino’ e chissà con quali inconfessabili infamie); quegli avi che misero su famiglia e posero il seme del nostro presente; così come, nella leggenda, senza l’abnegazione di Enea non ci sarebbe stato il popolo romano, sarebbe bastato che uno dei nostri avi avesse scelto diversamente, perché noi non ci fossimo. 

Così come è, e come è sempre stato, le scelte ci orientano verso una storia che chiede di procedere avanti (sic!), ubbidendo all’istinto, o al sogno, di fondare qualcosa di grande. Ma è una storia sempre sul punto di non determinarsi. Chi ci indica la strada? Dobbiamo lasciarci governare dal Fato, se un Fato esiste? Così, però, la libertà di scegliere si appannerebbe... Ebbene, questa è la storia di Enea, la storia di un profugo di guerra, che volle oltrepassare la nefandezza della violenza, ma fu violento, la bruttura della morte, lui che uccise e che scese a visitare personalmente la morte nell’Ade; la storia di chi lottò per imporre il suo destino su quello degli altri, coscientemente insensibile, per arrivare a mettere la radice del nuovo popolo che cercava in lui la strada.

2Trama

Le rovine di Cartagine
Le rovine di Cartagine — Fonte: istock

Troia è caduta. Enea, profugo troiano, con la sua flotta si sta spostando dal Mediterraneo orientale alla volta del Lazio, perché lì dovrà portare gli dèi Penati e fondare una nuova stirpe che signoreggerà sui popoli. L’oppositrice di questa missione fondativa è la dea Giunone adirata con Enea per aver perso la gara di bellezza con sua madre Venere. Dopo sette anni di navigazione, i Troiani sono nel Tirreno, e la dea ostile, complice Eolo, scatena una tempesta per annientare la flotta. Nettuno, per nulla contento dell’ingerenza nella sua giurisdizione, placa le acque e i Troiani approdano sulle coste dell’Africa, a Karthaginis. Venere, travestita da cacciatrice, raggiunge Enea e lo ragguaglia sulla storia della città e gli racconta della regina Didone, mentre Mercurio va in ambasciata dai Cartaginesi per predisporli all’accoglienza. Enea è accolto con onore dalla regina e Venere architetta un piano per farla innamorare di lui. 

Gruppo scultoreo del Laocoonte e i suoi figli, di Agesandro, Atanodoro e Polidoro
Gruppo scultoreo del Laocoonte e i suoi figli, di Agesandro, Atanodoro e Polidoro — Fonte: istock

Nel banchetto d’accoglienza (libro II), Enea ha occasione di raccontare le sue peripezie: parte proprio dalla caduta di Troia. Racconta di Ulisse, dell’inganno del cavallo di legno, delle profezie inascoltate di Laocoonte e di Cassandra. Racconta le fiamme, i morti, la fuga precipitosa con Anchise, suo padre, e il figlio Ascanio; e poi la morte di Priamo, l’incontro fortuito con Elena, che fu tentato di desiderio di uccidere; racconta di sua moglie Creusa, finita dispersa e poi apparsagli in sogno.

Enea (libro III) svela quindi altre tappe del suo viaggio: radunata la flotta, si era diretto nel Chersoneso Tracico e nell’Isola di Delo. Nella prima tappa aveva incontrato l’anima di Polidoro trasformata in pianta. A Delo narra dell’oracolo di Apollo che indicava il luogo in cui avrebbe dovuto fondare la nuova città e la nuova stirpe. L’oracolo ordinava di cercare «l’antica madre», collocata da Anchise nell’isola di Creta, dove era nato Teucro, capostipite dei Troiani.  

Giunti a Creta, i Penati di Troia erano apparsi in sogno a Enea correggendo l’interpretazione dell’oracolo: doveva andare a Corythus, città italiana, dove nacque Dardano, capostipite dei Troiani. Racconta anche le tappe alle isole Strofadi e a Butroto. Superate Scilla e Cariddi, scampati a Polifemo, era giunto a Drepano, dove era morto Anchise. Infine, la tempesta e l’approdo a Cartagine. Enea termina il racconto.

La regina Didone sente il cuore ardere di passione per l’eroe (libro IV). Si confessa alla sorella Anna, rammentando anche il voto di fedeltà pronunciato sulla tomba del marito Sicheo. Giunone e Venere complottano la loro unione, pur consapevoli che al Fato non ci si può opporre. L’indomani Enea e Didone partono a caccia. Sorpresi da una tempesta, si rifugiano in una grotta e lì si uniscono, rapiti dalla passione. Subito la Fama, mostro alato, vola ad avvertire Iarba, pretendente respinto dalla regina, il quale invoca Giove: questi comanda a Mercurio di ricordare a Enea la sua missione. 

Fregio con storie di Enea e Didone, particolare di un affresco di Pietro Bonaccorsi
Fregio con storie di Enea e Didone, particolare di un affresco di Pietro Bonaccorsi — Fonte: ansa

A malincuore, l’eroe troiano arma la flotta. Didone, informata non da lui, gli va incontro rabbiosa: gli ricorda il loro amore, e che l’aveva accolto naufrago. Enea non cede. Tornata dalla sorella Anna, la regina, abbandonata dall’amante, fa preparare il rogo dove bruceranno i ricordi e le armi dell’eroe troiano; sullo stesso rogo, infine, si getta anche lei, trafittasi con la spada di Enea. Sorge l’alba, la flotta troiana salpa. Enea si volta a mirare Cartagine: osserva un filo di fumo alzarsi mestamente verso il cielo; comprende l’accaduto.

Il viaggio prosegue e la flotta giunge in Sicilia (libro V), a Erice, dove è accolta benevolmente dal re Ageste. Poiché vicino alla tomba del padre Anchise, Enea indice in suo onore giochi funebri, sacrifici e banchetti. Giunone, approfittando del momento, con un tranello aizza le donne troiane perché brucino le navi ed erigano le mura. Accorrono i Troiani: l’incendio è domato a fatica. Enea resiste nuovamente alla tentazione di fermarsi e fonda la città di Acesta, dove si stabilisce una parte della comunità. Il fantasma di Anchise rivela al figlio che dovrà scendere nell’Averno, alle sedi infere di Dite, con l’aiuto di una sibilla.

Discesa di Enea negli Inferi, opera di Niccolò dell'Abate
Discesa di Enea negli Inferi, opera di Niccolò dell'Abate — Fonte: ansa

Si riprende il viaggio per mare, tra speranza e malinconia, e la flotta giunge a Cuma, dove è la sibilla Deifobe (libro VI). Questa, nel vaticinio, preannuncia a Enea sanguinose guerre e un nuovo Achille da sconfiggere. Lo conduce poi nell’Ade, e insieme giungono all’Acheronte, fiume infernale, ove si aggirano le anime in pena, i cui corpi giacciono insepolti. Incontrano Caronte, il nocchiero, che si mostra riluttante a farli entrare. Ma proseguono, superano Cerbero, e infine incontrano le anime dei Troiani defunti in guerra, anime di eroi, e anche le anime dei suicidi per amore: tra queste vi è la regina Didone, che sdegnosamente ignora Enea. Giungono dal vecchio Anchise, che spiega al figlio la dottrina secondo cui le anime troveranno nuovi corpi in un ciclo perenne di nascite e rinascite. È l’occasione per elencare alcuni dei personaggi che glorificheranno Roma

Scendere agli Inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo – qui sta il difficile, qui la vera fatica.

Eneide VI, 126-129
Attuale città di Gaeta
Attuale città di Gaeta — Fonte: istock

Finito questo catalogo, Enea e Deifobe tornano nel mondo dei vivi passando attraverso la misteriosa Porta dei Sogni. Il libro VII apre la seconda parte dell’Eneide, ossia la guerra latina (libri VII-XII). Seppellita la nutrice di Enea, Caieta, nella città che porterà quel nome, Enea sbarca alla foce del Tevere e manda subito un’ambasciata al re del luogo, Latino, che l’accoglie benevolmente: sa che Dardano proveniva da Corythus, inoltre il dio italico Fauno aveva predetto il matrimonio tra uno straniero e la figlia Lavinia da cui sarebbe nata una stirpe eroica. Per questo aveva rifiutato di concedere in sposa Lavinia a Turno, re dei Rutuli. Giunone, allora, rende geloso Turno grazie all’aiuto della furia Aletto. 

Al primo pretesto utile si scatena la guerra e gli eserciti sono presto armati. Turno ha numerosi alleati: Mezenzio, re etrusco di Cere, Clauso, principe dei Sabini, Ufente, capo degli Equi, la vergine Camilla, regina dei Volsci, Virbio, re di Aricia, Umbrone, condottiero dei Marsi; in ultimo i semidei, Ceculo e Messapo. 

Enea necessita di un esercito (libro VIII). In sogno gli appare il dio Tiberino che gli ordina di allearsi con Evandro, principe di una cittadina del Palatino. Enea si reca da Evandro che lo invia a sua volta da Tarconte, capo di tutti gli Etruschi, già pronto a un’offensiva contro Turno e Mezenzio. Enea assume il comando dell’esercito. Ottiene da Venere armi divine.  

Iride informa Turno dell’assenza di Enea (libro IX): così decide di attaccare i Troiani, che resistono; allora Turno pone l’assedio all’accampamento; nella stessa notte, Eurialo e Niso, compagni di Enea, penetrano di nascosto tra le linee nemiche e fanno strage dei nemici addormentati. Ma, allontanandosi, vengono intercettati e uccisi. Turno, alla notizia dell’accaduto, s’infuria e attacca nuovamente, ma è costretto alla fuga.

Urge un concilio degli dei (libro X) con protagonisti Giove, Giunone e Venere. Enea, sempre a capo della lega etrusca, fa ritorno e fa strage di nemici con le sue armi divine. Cade però Pallante, suo alleato, per mano di Turno, allontanato dalla mischia grazie all’intervento di Giunone. 

Enea vincitore su Turno, opera di Luca Giordano
Enea vincitore su Turno, opera di Luca Giordano — Fonte: ansa

Uccisi Mezenzio e Lauso, Enea concorda col re Latino una tregua per seppellire i caduti (libro XI). Il troiano chiede di risolvere la guerra in un duello con Turno, che però rifiuta. Riprendono le ostilità, decisamente a favore dei troiani.

Turno, allora, temendo per il suo esercito, accetta il duello con Enea (libro XII), ma interviene Giunone: fa sì che Giuturna, la ninfa sorella di Turno, spinga l’esercito italico all’attacco. Nello scontro, Enea resta ferito a una coscia e si allontana dal campo: i suoi luogotenenti tengono a bada la situazione. Turno, accortosi che è sua sorella ad aizzare l’esercito, interrompe l’assalto e accetta il duello con Enea che, intanto, è tornato in battaglia. Persino gli dei si fanno da parte in questo scontro fatale. Vince Enea, che ferisce con la lancia il suo avversario e lo finisce con furore, vendicando Pallante. La guerra è terminata. I Troiani si possono stabilire nel Lazio

3Il poema di una fondazione

Raffigurazione di Virgilio
Raffigurazione di Virgilio — Fonte: istock

Sei libri odisseici e sei libri iliadici: questa la struttura con cui narrare la leggendaria fondazione della progenie romana. E però l’Eneide è incompiuta, come tutti sanno. Tutto ruota intorno alla figura del «pio Enea», figlio di Venere e di Anchise, il «pio Enea», eroe fuggiasco, «questo Enea che crede e non crede, accetta e non accetta, insomma, non si fida del suo fato, vale a dire del Fato addirittura, è tuttavia coinvolto in una situazione che richiede fede, una fede del tutto fuori dal comune» (Calzecchi Onesti, cit., xix). Enea fa della disperazione, del vuoto e dell’angoscia la sua forza. Il risultato è un personaggio talmente lacerato da sfiorare l’insanabile dissidio degli eroi moderni.  

L’Enea virgiliano, più che ad Achille e Odisseo, appare già simile ad Amleto, poiché costretto a lottare con un universo inquieto, in cui il divino non si rivela chiaramente, in cui pensiero e azione si slegano, e si affaccia il senso della vanità. Il Fato lo costringe ad agire, incessantemente, una volontà superiore che però non è la sua volontà, e l’accettazione è dolorosa anche se in vista di un bene superiore: in Enea «c’è senza dubbio, e più che intuito, il diritto dell’uomo a difendere i suoi valori di fronte al Fato che li annulla» (Calzecchi Onesti, cit., xxi).  

La pietà di Enea, nella guerra latina, è solo devozione al Fato: per il resto egli genera sventura e tutti coloro che muoiono per sua mano, Didone compresa, ne minano la grandezza eroica e rendono sfuggente la sua pietà (pietas). «La pietas di Enea potrebbe essere vista, se mi si concede, in termini di ossimoro, come insensibile sensibilità, ossia una partecipazione al dolore di personaggi perduti o vinti durante il cammino, ma al tempo stesso un vietarsi ad essa in nome del valore della meta da raggiungere» (G. B. Conte, Virgilio. Il genere e i suoi confini).  

Inoltre c’è nell’Eneide un continuo manifestarsi di visioni, sogni profetici e vaticini, a dimostrare l’incertezza del percorso esistenziale, in bilico tra presagio e rivelazione, nel continuo errare tra luce e ombra. Punto centrale della fondazione, e dell’opera, è il libro VI, la discesa nell’Averno. Qui Enea è metaforicamente il seme che scende sotto terra, che muore (a sé stesso, ossia al suo volere) e si sacrifica, accettando la prevaricazione del Fato. Si rinsalda così il legame con i padri già discesi all’Ade, e già cresce il fragile germoglio di quel che sarà il suo glorioso popolo, quando emergerà prepotente in un futuro che a lui, però, non è dato sapere. Enea allora tornerà alla vita attraverso la Porta dei Sogni, perché proprio i sogni sono la comune materia del suo destino. 

Sono il pio Enea, noto per fama oltre i cieli, e con la flotta mi porto appresso i Penati scampati al nemico. Cerco la patria Italia e gli avi miei, nati dal sommo Giove.

Eneide I, 378-380

4Epica e poesia in età augustea

Testa di Ottaviano Augusto, conservata ai Musei Vaticani
Testa di Ottaviano Augusto, conservata ai Musei Vaticani — Fonte: ansa

Il potere va sempre giustificato perché è ingiustificabile, di per sé. La saga del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien ben lo dimostra: l’anello del potere domina tutti gli altri e lo forgia Sauron, signore del male. Quando Ottaviano Augusto prese il potere e divenne Princeps, prima figura imperiale di Roma, quel potere andava giustificato. Ottaviano sapeva che era necessaria una promozione culturale basata non solo sull’estetica letteraria, ma sull’estetica della vita: Roma andava rifondata dopo lo scempio delle guerre civili. La nuova vita doveva essere, passi la definizione, bella, un vero ritorno alla mitica età dell’oro: era l’unico modo perché cessasse la violenza. 

Tornando all’immagine tolkieniana, Ottaviano Augusto nascose abilmente l’anello del potere in una mano chiusa, senza ostentazione, dietro uno sguardo impenetrabile e mansueto. L’impero era una necessità, così impose al suo poeta di legittimare la sua progenie divina per essere celebrato come uomo fatale: ecco la gens Iulia, da Iulo, figlio di Enea, figlio di Venere. Chiese poi di esaltare la quiete, la concordia, l’amicizia, la frugalità nei piaceri, la pace della vita di campagna. Questo impegnò anche Orazio, Properzio e Ovidio

Apparve l’estetica del saper vivere lontano dal furore con l’aurea mediocritas. Per Ottaviano significava avere meno nemici e ostacoli al suo progetto di restaurazione. I Romani avrebbero scelto per convenienza di non ostacolare quel processo: il giogo non doveva apparire imposto. Ma il potere è potere: è sempre prevaricazione, e la prevaricazione è ciclica. Virgilio non se ne dava pace, forse presagendo che la violenza sarebbe presto tornata, per quel Fato, che ai suoi occhi cominciava ad assomigliare a un meccanismo cieco e indecifrabile. «Il male, l’ingiustizia, l’errore e il dolore, soprattutto il dolore innocente inspiegabilmente permesso dagli dèi, che era sempre stato l’angoscia più profonda del suo spirito, esigevano un perché» (Calzecchi Onesti, cit., xiv). 

Virgilio latitava, esitava a pubblicare: temeva forse che il suo Enea fosse in contrasto con le richieste del Princeps? «Virgilio sentiva la sua opera ben lontana dalla maturazione interna, sostanziale: ma Cesare Ottaviano, l’Augusto, insisteva impaziente perché si decidesse a pubblicare. Sembra di intuire una lotta fra il Princeps e il poeta. Per l’Augusto era una questione di governo: egli aveva chiesto al suo poeta un altissimo strumento di propaganda patriottica e morale, in armonia con la restaurazione di Roma, che aveva intrapreso: e la voleva presto, la voleva nonostante tutto, quell’Eneide che nel suo piano doveva essere una trionfale glorificazione di Roma nella storia e una consacrazione del suo prestigio personale in Roma» (Calzecchi Onesti, cit., xi). 

Il problema dell’Eneide era lasciare irrisolto il problema del destino, del Fato. Per terminare l’Eneide, Virgilio forse non necessitava più della letteratura antica, ma di quella che era ancora di là da venire. E piace credere che sia anche per questo che Dante lo ha scelto come guida per legare la classicità alla nuova letteratura che lui stesso stava fondando.